Conoscere Boris Vian: intervista al professor Gianni Turchetta

«Il più stra­zian­te dei roman­zi d’amore con­tem­po­ra­nei». È così che Ray­mond Que­neau, cele­bre scrit­to­re fran­ce­se e fon­da­to­re dell’OULIPO, ha defi­ni­to La schiu­ma dei gior­ni, uno dei roman­zi capo­la­vo­ro di Boris Vian. Defi­ni­zio­ne che non rac­chiu­de tut­te le sfac­cet­ta­tu­re e le tema­ti­che affron­ta­te dal libro, come la cri­ti­ca al capi­ta­li­smo e l’antimilitarismo. Non è altret­tan­to faci­le cir­co­scri­ve­re Boris Vian, uno dei pro­ta­go­ni­sti del­la sce­na pari­gi­na degli anni Cin­quan­ta (al fian­co di figu­re qua­li Jean Paul Sar­tre e Simo­na de Beau­voir) che oltre ad esse­re un gran­de scrit­to­re eccel­le in tut­to quel­lo che fa: can­tan­te (ricor­dia­mo Le deser­teur, tra­dot­ta in ita­lia­no da Iva­no Fos­sa­ti), trom­bet­ti­sta, dram­ma­tur­go, regi­sta, inge­gne­re, pata­fi­si­co e tan­to altro.

Per cono­sce­re meglio que­sto auto­re ci affi­dia­mo alle paro­le di Gian­ni Tur­chet­ta, pro­fes­so­re ordi­na­rio di Let­te­ra­tu­ra ita­lia­na con­tem­po­ra­nea all’Università degli stu­di di Mila­no, che ha tra­dot­to per la casa edi­tri­ce Mar­cos y Mar­cos due libri: La schiu­ma dei gior­ni (L’É­cu­me des jours, 1947) Lo strap­pa­cuo­re (L’Ar­ra­che-cœur, 1953).

Come ha cono­sciu­to Boris Vian e cosa lo ha por­ta­to a cura­re la tra­du­zio­ne di que­sti due testi?

All’epoca que­ste tra­du­zio­ni sono nate da cir­co­stan­ze rela­ti­va­men­te casua­li. Ave­vo da poco pub­bli­ca­to il mio pri­mo libro con Mar­cos y Mar­cos, la pri­ma edi­zio­ne del­la bio­gra­fia di Dino Cam­pa­na, oggi ripub­bli­ca­ta col tito­lo di Vita oscu­ra e lumi­no­sa di Dino Cam­pa­na, poe­ta (Giunti/Bompiani, 2020). Mar­co Zap­pa­ro­li, fon­da­to­re assie­me a Maro Fran­za di Mar­cos y Mar­cos, sta­va pro­get­tan­do un rilan­cio com­ples­si­vo di Boris Vian e nel 1991 mi chie­se di tra­dur­re La schiu­ma dei gior­ni e nell’anno suc­ces­si­vo Lo strap­pa­cuo­re. Io deci­si di accet­ta­re l’offerta, anche per­ché cono­sce­vo già l’opera di Vian gra­zie ad un semi­na­rio sul­la tra­du­zio­ne del testo let­te­ra­rio fat­to negli anni del dot­to­ra­to in cui, assi­sti­ti da una madre­lin­gua, ave­va­mo lavo­ra­to pro­prio su La schiu­ma dei gior­ni.

All’epoca com’è sta­to il riscon­tro del pub­bli­co nei con­fron­ti di que­ste due ope­re? E qual è, secon­do lei, quel­lo attuale?

Il libro fu pub­bli­ca­to con note­vo­le esi­to di pub­bli­co. Abbia­mo fat­to anche mol­te sera­te di pre­sen­ta­zio­ne, tal­vol­ta accom­pa­gna­ti da musi­ci­sti come in un miti­co loca­le che sta­va dove c’era il capo­li­nea del tram 15 a Rose­rio, dal nome Il capo­li­nea, uno dei tem­pli del jazz mila­ne­se. Que­ste due tra­du­zio­ni han­no avu­to dei note­vo­li riscon­tri, pos­so dir­le che le tesi di lau­rea su que­ste tra­du­zio­ni non sono poche. Pos­so anche aggiun­ge­re che quan­do uscì il film Mood Indi­go-La schiu­ma dei gior­ni (2013) di Michel Gon­dry, vin­ci­to­re nel 2005 del pre­mio Oscar per la miglior sce­neg­gia­tu­ra ori­gi­na­le per Se mi lasci ti can­cel­lo (The eter­nal sun­shi­ne of the spo­tless mind), ebbi modo di veri­fi­ca­re che il dop­piag­gio del 2016 del film ave­va man­te­nu­to con esat­tez­za la tra­du­zio­ne del libro e vede­re alcu­ne mie inven­zio­ni in boc­ca ad Audrey Tau­tou, Amé­lie in Il mera­vi­glio­so mon­do di Amé­lie, mi ha emozionato.

La tra­du­zio­ne de La schiu­ma dei gior­ni andò così bene che mi fu chie­sto di tra­dur­re Lo strap­pa­cuo­re che dal pun­to di vista let­te­ra­rio è un’opera anco­ra più com­ples­sa e con­sa­pe­vo­le, anche se non ha quel­la for­za tra­vol­gen­te e quel­la fre­schez­za che ha fat­to sì che La schiu­ma dei gior­ni sia sta­ta per tan­ti anni in Fran­cia un livre de che­vet, cioè un libro che i gio­va­ni ten­go­no sul como­di­no. La fama di Vian in Ita­lia resta una fama di nic­chia, anche se il Vian can­tau­to­re ha avu­to un discre­to segui­to, per cui ricor­dia­mo le tra­du­zio­ni di Gior­gio Capro­ni e Iva­no Fos­sa­ti. Ha avu­to anche un buon riscon­tro per quan­to riguar­da il ver­san­te jazz, infat­ti era sta­to inci­so un disco de La schiu­ma dei gior­ni di cui ero la voce nar­ran­te, accom­pa­gna­ta dal grup­po Jazz di Gio­van­ni Mariot­ti: pur­trop­po, però, non è mai sta­to pubblicato.

Lei andan­do a leg­ge­re i libri ha nota­to mol­te simi­la­ri­tà tra le due ope­re? Anche quan­do ne La schiu­ma dei gior­ni si incon­tra la paro­la ‘strap­pa­cuo­re’ ci si aspet­ta di incon­tra­re l’arma che dà il nome al libro.

È vero, nel roman­zo Lo strap­pa­cuo­re non c’è lo strap­pa­cuo­re. Le affi­ni­tà tra i due libri sono tan­te ed è anche il moti­vo per cui mi sono sta­ti pro­po­sti que­sti due testi che rap­pre­sen­ta­no una par­te spe­ci­fi­ca del­la poe­ti­ca di Vian. Va, infat­ti, ricor­da­to che Vian è uno scrit­to­re mol­to vario, come testi­mo­nia­mo i libri scrit­ti con lo pseu­do­ni­mo di Ver­non Sul­li­van e con il suo gial­li­smo hard-boi­led, det­to il por­no giallo.

Ades­so vole­vo far­le una doman­da un po’ più per­so­na­le. In quan­to uomo di Let­te­re, cosa ha pro­va­to veden­do l’involuzione del per­so­nag­gio di Chick che si è rovi­na­to la vita com­pran­do le edi­zio­ni pre­gia­te di Jean-Sol-Partre?

Per mol­ti anni quan­do ero mol­to gio­va­ne e fino ai trent’anni ho ade­ri­to a quel­la per­ce­zio­ne tipi­ca del deca­den­ti­smo, tra­dot­ta da Piran­del­lo in «La vita o si scri­ve o si vive», per cui mi sem­bra­va che l‘eccesso di let­te­ra­tu­ra fos­se cor­re­la­to a una per­di­ta di ade­sio­ne alla vita, pro­prio nel sen­so dell’esistenza. Que­sto l’ho per­ce­pi­to fino ad un cer­to pun­to, sarà per­ché i fat­ti mi han­no tra­vol­to, però la mia vita ver­so i trent’anni è diven­ta­ta mol­to ric­ca e a quel pun­to ho, in manie­ra natu­ra­le, total­men­te smes­so di ave­re que­sta per­ce­zio­ne di esse­re stac­ca­to dal­la vita.

Ho cominciato a pensare che la letteratura, quando è vera, ci aiuta a capire la vita e la arricchisce.

Non è qual­co­sa che toglie, ma aggiun­ge, affer­ma­zio­ne che ho feli­ce­men­te ritro­va­to in auto­ri come Giu­sep­pe Pon­tig­gia e Vin­cen­zo Con­so­lo. Secon­do me ho vis­su­to nel mio pic­co­lo la cri­si degli intel­let­tua­li del Nove­cen­to che si sen­ti­va­no detro­niz­za­ti dal­la socie­tà indu­stria­le pri­ma e dei media poi. Suc­ces­si­va­men­te la mia vita pri­va­ta mi ha por­ta­to in altre dire­zio­ni e quel­la per­ce­zio­ne è sva­ni­ta. Se i let­te­ra­ti con­ti­nuas­se­ro a pre­oc­cu­par­si di ade­ri­re alla vita fareb­be solo del bene; oggi sia­mo in una fase in cui da un lato c’è fame di real­tà, dall’altro lato for­se i let­te­ra­ti si arro­to­la­no su sé stes­si, per­den­do quel cri­ti­ci­smo del deca­den­ti­smo che è comun­que un fat­to posi­ti­vo. Par­lan­do di auto­ri un po’ più dif­fi­ci­li, come Fran­co For­ti­ni e Vin­cen­zo Con­so­lo, rite­ne­va­no l’attività di scrit­tu­ra qua­si come una col­pa rispet­to ad una neces­si­tà di inter­ve­ni­re nel­la socie­tà, ma è una col­pa che va vis­su­ta fino in fon­do. Oggi non sen­to l’attività intel­let­tua­le in con­flit­to con altre.

Chi leg­ge­rà i libri si accor­ge­rà che i fina­li di entram­bi sono par­ti­co­lar­men­te for­ti. In par­ti­co­la­re, Vian deci­de di uti­liz­za­re dei per­so­nag­gi ester­ni, intro­du­cen­do sem­pre dei nuo­vi spet­ta­to­ri che assi­sto­no alla sce­na con­clu­si­va. Lei come si spie­ga que­sta scelta?

Pen­so che inse­ri­re per­so­nag­gi ester­ni alla vicen­da nar­ra­ta ser­va a mar­ca­re con par­ti­co­la­re ener­gia una con­di­zio­ne nega­ti­va, di estra­nei­tà. Gli esi­ti dram­ma­ti­ci di que­ste tra­ge­die ven­go­no sup­por­ta­ti da que­sta scel­ta stra­nian­te che por­ta il let­to­re a pro­va­re un sen­so di diso­rien­ta­men­to. Que­sto, secon­do me, vie­ne fat­to da Vian in una dire­zio­ne di inten­si­tà emo­ti­va anti-pate­ti­ca, la sua moda­li­tà rap­pre­sen­ta­ti­va non ci per­met­te di empa­tiz­za­re diret­ta­men­te con i per­so­nag­gi, ma ci met­te in dif­fi­col­tà. Que­sto ha a che fare con una sostan­zia­le atti­tu­di­ne cri­ti­ca nei con­fron­ti del mon­do, in cui si fini­sce per nega­re la catar­si. Vie­ne pro­po­sto qual­co­sa di simi­le al prin­ci­pio fon­dan­te del tea­tro epi­co di Bre­cht, in cui si nega la catar­si, si crea un distac­co emo­ti­vo e in que­sto modo si riba­di­sce l’intenzione critica.

Questo, secondo me, c’è anche in Vian, l’avanguardismo di Vian consiste anche in questa negazione dell’empatia e quei finali sono molto funzionali a una dimensione anti-empatica, il lettore resta estraniato, il lettore sta soffrendo, ma non riesce a piangere. Di questo sono molto convinto.

Vole­vo chie­de­re se è d’accordo con Pen­nac quan­do nel­la post­fa­zio­ne del libro scri­ve: «un libro di que­sto cali­bro può esse­re let­to più vol­te, nel cor­so degli anni, traen­do­ne impres­sio­ni e sug­ge­stio­ni diver­se. A diciott’anni pre­va­le la gri­glia del­la pas­sio­ne amo­ro­sa, a qua­ran­ta quel­la del­la cri­ti­ca socia­le, a ses­san­ta quel­la del pes­si­mi­smo del­la tra­ge­dia che tut­to annulla»?

Pen­so che sia vero. I gran­di libri ad ogni let­tu­ra rive­la­no stra­ti­fi­ca­zio­ni diver­se. Io pos­so dire che La schiu­ma dei gior­ni con­ti­nua a par­lar­mi, pen­so che sia in gra­do di esse­re rilet­to anche per­ché è un libro in cui, sen­za trop­pa inten­zio­na­li­tà, Vian è riu­sci­to a cari­ca­re una serie di sim­bo­li­smi esi­sten­zia­li, poli­ti­ci e antro­po­lo­gi­ci effi­ca­ci. Quin­di sono asso­lu­ta­men­te d’accordo.

Qua­li sono sta­ti i prin­ci­pi che la han­no gui­da­ta nel­la traduzione?

Sicu­ra­men­te una del­le que­stio­ni di fon­do era non solo la dif­fi­col­tà lin­gui­sti­ca nel sen­so stret­to, ma anche il fat­to che Vian rime­sco­la in modo mol­to con­sa­pe­vo­le nume­ro­si lin­guag­gi tec­ni­ci, tra cui quel­lo del jazz, dell’ingegneria e del­la gastro­no­mia. In quest’ultimo caso ho dovu­to fare ricor­so sia all’originale di Jules Gouf­fé, per discer­ne­re le ricet­te vere, da quel­le fin­te e da quel­le rein­ven­ta­te. Uno dei lavo­ri di fon­do che ho dovu­to fare è sta­to fat­to oltre che sui voca­bo­la­ri sull’enciclopedie fran­ce­si, per­ché ave­vo biso­gno di capi­re non sol­tan­to il signi­fi­ca­to del­la paro­la, ma il con­te­sto lin­gui­sti­co fran­ce­se. È sta­to un lavo­ro entu­sia­sman­te e arric­chen­te. Un caso mol­to osti­co è quel­lo in cui Vian rac­con­ta come fun­zio­na il pia­nock­tail in cui mesco­la lin­guag­gio dei cock­tails con ele­men­ti di meccanica.

Nel momen­to in cui un tra­dut­to­re lavo­ra su un libro, sen­te di aver rag­giun­to un livel­lo di cono­scen­za del libro par­ti­co­lar­men­te appro­fon­di­to? Sen­te di aver esau­ri­to il libro?

Se i libri sono bel­li non si esau­ri­sco­no mai. La bel­lez­za del testo let­te­ra­rio sta nell’essere sem­pre leg­gi­bi­le in un altro modo, altri­men­ti se non c’è nes­su­no che rie­sce ad aggan­ciar­ci il pro­prio vis­su­to, muo­re. Una del­le cose che ho impa­ra­to tra­du­cen­do Vian è la distan­za pro­fon­da che c’è fra ‘l’atmosfera sti­li­sti­ca’ del fran­ce­se e quel­la dell’italiano; le sto­rie del­le due lin­gue e la loro affer­ma­zio­ne seguo­no due stra­de mol­to diver­se. Una con­se­guen­za è che l’italiano risul­ta esse­re una lin­gua più colo­ri­ta del fran­ce­se che è più regolare.

Traducendo Vian, che è molto colorito, c’era il problema di non tradurlo senza tradire la lingua francese. Non volevo reinventare, anche se in alcuni punti questo era inevitabile.

Per far­le capi­re le fac­cio l’esempio di un pas­so de La schiu­ma dei gior­ni a cui sono par­ti­co­lar­men­te affe­zio­na­to: quan­do si par­la di quel bal­lo che in fran­ce­se vie­ne chia­ma­to le bigle­moi che è più o meno tra­du­ci­bi­le con sbir­cia­mi, ma ripen­san­do­ci a lun­go mi sono inven­ta­to la ripe­ti­zio­ne del ver­bo chia­man­do­lo “lo sbir­cia-sbir­cia” per ren­de­re con­to di come suo­na­va in fran­ce­se anche dal pun­to di vista fone­ti­co, ripro­du­cen­do mol­to la rit­mi­ca; que­sto è acca­du­to anche in altri pas­sag­gi. Quin­di cer­ca­vo paro­la per paro­la, con gran­de pazien­za, di ripro­dur­re non sol­tan­to il sen­so, ma anche que­sto effet­to di sti­le lega­to a un’atmosfera complessiva.

E secon­do lei in Ita­lia c’è qual­cu­no che si avvi­ci­na allo sti­le di Vian?

A istin­to, se doves­si pen­sa­re a un lon­ta­no paren­te di Vian mi vie­ne in men­te Ste­fa­no Ben­ni. Que­sto per un cer­to tipo di inven­zio­ne lin­gui­sti­ca, di gio­co lin­gui­sti­co e di inven­zio­ne di paro­le. Ad esem­pio, quan­do Ben­ni si inven­ta una spe­cie di cane come il sal­sic­cio-metic­cio mi ricor­da Vian. Anche per un cer­to modo scan­zo­na­to lega­to sia al sur­rea­li­smo sia ad una cul­tu­ra alter­na­ti­va dove il gio­ca­re con le paro­le diven­ta un modo per cri­ti­ca­re il mon­do pre­sen­te. A tal pro­po­si­to, La schiu­ma dei gior­ni ha pagi­ne duris­si­me di cri­ti­ca al capi­ta­li­smo e riven­di­ca un anti­mi­li­ta­ri­smo meno pre­sen­te in Ben­ni. Se Vian è pro­prio un auto­re che nasce nel cuo­re del sur­rea­li­smo, Ben­ni è uno scrit­to­re che, come pochi altri, ha guar­da­to all’invenzione sti­li­sti­co-reto­ri­ca surrealista. 

Con­di­vi­di:
Giampaolo Romano
Stu­den­te di Let­te­re che pro­va a scri­ve­re qual­co­sa di inte­res­san­te e nel frat­tem­po cer­ca di diver­tir­si e rilassarsi

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