Chi possiede la bellezza? Il caso dei gioielli al Louvre e la memoria coloniale d’Europa

Cronache da Kharkiv, intervista a Carlo Saffioti
Cronache da Kharkiv, intervista a Carlo Saffioti

Il furto dei gioielli storici al Museo del Louvre, avvenuto il 19 ottobre 2025, ha mostrato la vulnerabilità materiale e simbolica del più grande museo del mondo. Oltre lo scandalo di cronaca, l’episodio riapre un dibattito cruciale: cosa significa oggi “custodire” un patrimonio e quale ruolo hanno i musei nell’Europa post-coloniale.

Sette minuti per 88 milioni

Alle 9.30 del 19 otto­bre 2025, quat­tro uomi­ni tra­ve­sti­ti da tec­ni­ci del­la manu­ten­zio­ne sono entra­ti nel­la Gale­rie d’Apollon del Lou­vre, han­no taglia­to il vetro rin­for­za­to e sono fug­gi­ti su degli scoo­ter con otto gio­iel­li sto­ri­ci appar­te­nu­ti all’imperatrice Euge­nia, moglie di Napo­leo­ne III, e alla regi­na Maria Ame­lia. Il valo­re sti­ma­to supe­ra gli 88 milio­ni di euro; un’operazione, scri­ve Le Mon­de, “dura­ta meno del tem­po di un caf­fè”, che ha costret­to alla chiu­su­ra tem­po­ra­nea del museo e a un’inchiesta mini­ste­ria­le defi­ni­ta dal gover­no Macron “un fal­li­men­to” per­so­na­le e nazionale.

Perché non riusciamo a distogliere lo sguardo

Il pub­bli­co pare inve­ce affa­sci­na­to da que­sto fur­to d’arte, per­ce­pi­to da mol­ti come “un lavo­ro ben fat­to” e un sano ritor­no al cri­mi­ne ana­lo­gi­co. In un’epoca domi­na­ta da truf­fe digi­ta­li e fal­si­fi­ca­zio­ni gene­ra­te dall’intelligenza arti­fi­cia­le, la vicen­da ha un qual­co­sa di ana­cro­ni­sti­co: nes­sun hac­ker, nes­su­na rete, solo destrez­za uma­na e abi­li­tà alla Ocean’s Ele­ven. Come ha scrit­to la gior­na­li­sta Liz Plank, ciò che intri­ga non è tan­to il valo­re eco­no­mi­co dei gio­iel­li, quan­to “la fan­ta­sia […], l’idea di poter entra­re in un siste­ma che con­trol­la tut­to e pie­gar­lo per un istan­te alla pro­pria volontà”. 

Quan­do così tan­te ingiu­sti­zie avven­go­no onli­ne a spe­se dei più vul­ne­ra­bi­li, vede­re quat­tro per­so­ne infil­trar­si fisi­ca­men­te in uno degli spa­zi più sicu­ri e con­tro­ver­si d’Europa, polo dell’antico impe­ria­li­smo fran­ce­se, ha un effet­to qua­si catar­ti­co. Per un momen­to il Lou­vre ha per­mes­so che gli ordi­na­ri rap­por­ti di pote­re si inver­tis­se­ro: l’istituzione si rive­la fal­li­bi­le, e il pub­bli­co ricor­da come anche i pila­stri più soli­di del siste­ma dipen­da­no dal­la sua col­la­bo­ra­zio­ne — dal­la vigi­lan­za e dal con­sen­so del­le mas­se, più che da un’autorità astrat­ta e impe­ne­tra­bi­le. “Alle per­so­ne, per un bre­ve momen­to, vie­ne resti­tui­ta quel­la sen­sa­zio­ne di ugua­glian­za che han­no rinun­cia­to ad ave­re”, con­ti­nua Plank. “Que­sti cri­mi­ni, spet­ta­co­la­ri e assur­di, offro­no la fuga­ce sen­sa­zio­ne che for­se un gior­no paghe­ran­no anche le per­so­ne che ci deru­ba­no ogni giorno”.

Si incri­na così la fidu­cia nel­la capa­ci­tà euro­pea di con­ser­va­re se stes­sa: se per­fi­no il Lou­vre può esse­re vio­la­to, quan­to è soli­do il pote­re di di un siste­ma che da seco­li si pre­sen­ta come uni­co custo­de del­la civiltà?

Ciò che il furto rivela

I gio­iel­li ruba­ti non sono sol­tan­to sim­bo­li nazio­na­li o ogget­ti di lus­so: dia­man­ti, zaf­fi­ri, sme­ral­di e per­le pro­ve­nien­ti dal­le colo­nie di Asia, Afri­ca e Sud Ame­ri­ca por­ta­no con sé il peso di una lun­ga sto­ria di sfrut­ta­men­to. Un tem­po con­vo­glia­te lun­go le trat­te schia­vi­ste, que­ste pie­tre pre­zio­ne fini­ro­no nel­le cor­ti euro­pee qua­li segni di pre­sti­gio: la tia­ra dell’imperatrice Euge­nia, inca­sto­na­ta con oltre tre­mi­la dia­man­ti e due­cen­to per­le, da sola rac­chiu­de più di tre seco­li di sfrut­ta­men­to e dise­gua­glian­ze.

Il recen­te fur­to ria­pre doman­de che la Fran­cia e mol­te ex poten­ze colo­nia­li non han­no anco­ra affron­ta­to: come (o se) pro­teg­ge­re ogget­ti nati da rap­por­ti di domi­na­zio­ne? Può la tute­la di que­sto patri­mo­nio arti­sti­co esse­re neu­tra­le, se le ope­re stes­se testi­mo­nia­no l’appropriazione inde­bi­ta di un bene da par­te di chi, come i nostri recen­ti ladri, non guar­da­va ad altro se non al pro­fit­to per­so­na­le? È giu­sto indi­gnar­si per la per­di­ta di ciò che in pri­mo luo­go non ci appar­te­ne­va comunque?

Que­ste doman­de non voglio­no cer­to giu­sti­fi­ca­re il cri­mi­ne — con tut­ta pro­ba­bi­li­tà i col­pe­vo­li sono più riven­di­to­ri del mer­ca­to nero che un’allegra ban­da di Robin Hood in giac­chet­te fluo — ma cer­ca­no di espor­re la con­trad­di­zio­ne insi­ta in un siste­ma cul­tu­ra­le che pre­sen­ta lasci­ti impe­ria­li come patri­mo­nio con­di­vi­so, pur rin­vian­do in con­ti­nua­zio­ne il pro­ces­so di resti­tu­zio­ne alle comu­ni­tà di origine.

Il col­po al Lou­vre diven­ta così un’occasione, sep­pur for­za­ta, di rifles­sio­ne. La custo­dia dell’arte non può ridur­si a ser­ra­tu­re più soli­de o a tele­ca­me­re più sofi­sti­ca­te, subi­to pro­mes­se dal­la diret­tri­ce Lau­ren­ce des Cars: richie­de il corag­gio di deci­de­re cosa appar­tie­ne dav­ve­ro alle nostre col­le­zio­ni pubbliche.

Oggi, in un’Europa segna­ta da cri­si iden­ti­ta­rie e richie­ste di risar­ci­men­to, il museo può evol­ver­si da spa­zio di accu­mu­la­zio­ne a luo­go di rela­zio­ne: non più depo­si­ta­rio del pas­sa­to, ma inter­lo­cu­to­re del pre­sen­te. Il patri­mo­nio arti­sti­co, in fon­do, non è eter­no né neu­tro: ogni ogget­to con­ser­va­to è anche un atto di sele­zio­ne, un discor­so poli­ti­co sul suo valo­re per­ce­pi­to. Quan­do un’opera spa­ri­sce, il museo è costret­to a inter­ro­gar­si non solo su come pro­teg­ger­la, ma sul per­ché la pos­se­de­va, da dove pro­ve­ni­va, e che sto­ria raccontava.

Fin­ché que­ste que­stio­ni reste­ran­no aper­te, le teche vuo­te del Lou­vre con­ti­nue­ran­no a ricor­da­re che l’Occidente non può custo­di­re inde­fi­ni­ta­men­te ciò con cui non ha anco­ra fat­to i conti.

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Elisa Basilico

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