Dalla scuola al palcoscenico: Leopardi al Franco Parenti

Trentatré studenti del “Don Gnocchi” portano in scena Leopardi al Franco Parenti di Milano, e attraverso un curioso connubio di antichità e modernità, le Operette morali investono gli spettatori con il loro quesito: è possibile la felicità?

Il solo desi­de­rio del­la feli­ci­tà: que­sto il tito­lo del­lo spet­ta­co­lo tenu­to­si al Tea­tro Fran­co Paren­ti il 9 otto­bre 2025. Quel­la sera, dei gio­va­ni stu­den­ti del­la scuo­la supe­rio­re «Don Gnoc­chi» di Cara­te Brian­za han­no scel­to di deli­zia­re il pub­bli­co por­tan­do in sce­na un’o­pe­ra che, lun­gi dal­l’es­se­re anti­ca e obso­le­ta, è anco­ra in gra­do di par­la­re all’a­ni­mo di cia­scu­no di noi: le Ope­ret­te mora­li di Gia­co­mo Leo­par­di, che affron­ta­no il tema di quell’insaziabile ten­sio­ne alla feli­ci­tà che carat­te­riz­za tut­ti gli esse­ri umani.

Sot­to la regia di Andrea Cara­bel­li, i tren­ta­tré inter­pre­ti — coor­di­na­ti dal­le pro­fes­so­res­se Mari­na Fuma­gal­li e Mar­ta Par­ra­vi­ci­ni — han­no dato vita a un tea­tro che è insie­me rifles­sio­ne, poe­sia e provocazione. 

«Le Ope­ret­te mora­li non sono un siste­ma di pen­sie­ro, ma una sfida», 

ha ricor­da­to il regi­sta, e que­sta sfi­da è sta­ta rac­col­ta con sor­pren­den­te matu­ri­tà dai gio­va­ni attori.

Lo spet­ta­co­lo si apre con una cita­zio­ne dal­lo Zibaldone: 

«La dispe­ra­zio­ne mede­si­ma non sus­si­ste­reb­be sen­za la speranza». 

È il pun­to di par­ten­za e il para­dos­so dell’intera mes­sin­sce­na: spe­ran­za e dispe­ra­zio­ne con­vi­vo­no nel mede­si­mo desi­de­rio di feli­ci­tà. Da qui, si dipa­na­no i dia­lo­ghi leopardiani: 

L’Elogio degli uccel­li, che espri­me la leg­ge­rez­za e la gio­ia di chi, come gli uccel­li, sa anco­ra can­ta­re nono­stan­te tut­to; la Moda e la Mor­te, nate entram­be dal­la cadu­ci­tà, che si fron­teg­gia­no con sar­ca­smo rive­lan­do l’a­ma­ra comi­ci­tà del­la vita uma­na; la scom­mes­sa di Pro­me­teo, che osser­va la gran­de illu­sio­ne del pro­gres­so, che fini­sce per por­ta­re l’uo­mo al gesto estre­mo di sui­ci­dar­si per noia; e anco­ra gli scam­bi fra la Natu­ra e l’Anima, fra Tas­so e il suo Genio fami­glia­re, in cui si affer­ma che «non si può esse­re gran­di sen­za esse­re infe­li­ci»; per­si­no la Luna, inter­lo­cu­tri­ce malin­co­ni­ca del­la Ter­ra, che con­fes­sa che l’infelicità è un trat­to comu­ne a ogni esse­re vivente.

Ogni dia­lo­go rap­pre­sen­ta quin­di un pic­co­lo uni­ver­so dove iro­niadolo­re si intrec­cia­no, e insie­me sono come tas­sel­li di un mosai­co che dise­gna l’immagine più auten­ti­ca dell’uomo: fra­gi­le, desi­de­ran­te, con­dan­na­to a cer­ca­re ciò che non può mai pie­na­men­te otte­ne­re. Sor­pren­den­te è sta­to il fat­to che nono­stan­te la com­ples­si­tà del testo leo­par­dia­no, la com­pa­gnia stu­den­te­sca ha sapu­to resti­tui­re la for­za di un pen­sie­ro che non invec­chia, alter­nan­do toni iro­ni­ci e momen­ti di inten­sa dram­ma­ti­ci­tà.

In par­ti­co­la­re, si è riu­sci­to a crea­re un curio­so equi­li­brio tra anti­chi­tà e moder­ni­tà: da un lato, il rispet­to filo­lo­gi­co del­le paro­le del poe­ta; dall’altro, la fre­schez­za di gesti, luci e rit­mi di chi sa far­le risuo­na­re nel pre­sen­te, come se fos­se­ro sta­te scrit­te oggi.

Nel fina­le, il pub­bli­co è lascia­to sospe­so nel­la doman­da che attra­ver­sa l’intera ope­ra: è pos­si­bi­le la feli­ci­tà, o è solo un mirag­gio che dà sen­so alla nostra infelicità?

Forse, come suggerisce Leopardi stesso, la vera grandezza umana consiste nel continuare a cercarla…

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Alexia Ioana Branzea
Un’a­ni­ma in tem­pe­sta, vado erran­do tra gli stu­di uma­ni­sti­co-lin­gui­sti­ci, le arti mar­zia­li e le escur­sio­ni in mon­ta­gna. In par­ti­co­la­re, amo dilet­tar­mi nel­la com­po­si­zio­ne di pro­se e poe­sie in diver­se lin­gue ed opi­na­re sul­le tema­ti­che che più mi stan­no a cuore.

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