Il caso Eurovignette e il ritardo italiano nella transizione ecologica delle infrastrutture

Nella riunione dell’8 ottobre 2025 la Commissione europea ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea per il mancato recepimento della direttiva (UE) 2022/362, nota come Eurovignette.

Il ter­mi­ne per la tra­spo­si­zio­ne era fis­sa­to al 25 mar­zo 2024, ma a oltre un anno di distan­za il decre­to legi­sla­ti­vo nazio­na­le non è anco­ra sta­to appro­va­to dal Con­si­glio dei Mini­stri, nono­stan­te un testo fos­se già sta­to pre­di­spo­sto dal Mini­ste­ro del­le Infra­strut­tu­re e dei Tra­spor­ti e dal Dipar­ti­men­to per gli Affa­ri europei.

Secon­do la Com­mis­sio­ne, gli sfor­zi ita­lia­ni non sono sta­ti suf­fi­cien­ti e il ritar­do, solo par­zial­men­te giu­sti­fi­ca­bi­le da moti­vi tec­ni­ci, evi­den­zia una caren­za poli­ti­ca e ammi­ni­stra­ti­va strut­tu­ra­le. Se la Cor­te acco­glie­rà il defe­ri­men­to, l’Italia rischia san­zio­ni pecu­nia­rie gior­na­lie­re fino al pie­no rece­pi­men­to del­la diret­ti­va. Non si trat­ta di un sem­pli­ce inci­den­te nor­ma­ti­vo, ma di un caso emble­ma­ti­co del­la dif­fi­col­tà ita­lia­na nel coniu­ga­re tran­si­zio­ne eco­lo­gi­ca, gover­nan­ce mul­ti­li­vel­lo e tem­pe­sti­vi­tà istituzionale.

La diret­ti­va (UE) 2022/362 modi­fi­ca la sto­ri­ca 1999/62/CE e le suc­ces­si­ve del 2006, 2011 e 2019, con l’obiettivo di tra­sfor­ma­re il siste­ma dei pedag­gi stra­da­li in uno stru­men­to di poli­ti­ca ambien­ta­le. Essa si fon­da sul prin­ci­pio del “pol­lu­ter pays”, secon­do cui il costo dell’uso dell’infrastruttura deve riflet­te­re anche i costi ester­ni deri­van­ti dall’inquinamento atmo­sfe­ri­co e dal­le emis­sio­ni di CO₂ pro­dot­te dai vei­co­li pesanti.

Gli Stati membri sono tenuti a differenziare i pedaggi in base alle prestazioni ambientali dei veicoli, incentivare il rinnovo del parco mezzi verso veicoli a basse o zero emissioni e garantire condizioni di concorrenza eque nel trasporto stradale.

La diret­ti­va costi­tui­sce un tas­sel­lo cen­tra­le del­la stra­te­gia euro­pea per una mobi­li­tà soste­ni­bi­le e intel­li­gen­te, coe­ren­te con il Green Deal e con l’obiettivo di ridur­re del 55% le emis­sio­ni di CO₂ entro il 2030, rispet­to ai livel­li del 1990.

Il decre­to legi­sla­ti­vo ita­lia­no, già redat­to ma mai discus­so in Con­si­glio dei Mini­stri, avreb­be dovu­to rece­pi­re inte­gral­men­te la diret­ti­va riscri­ven­do il Dlgs 7/2010. Il testo si inse­ri­sce nel qua­dro del­la leg­ge annua­le per il mer­ca­to e la con­cor­ren­za 2023 e nel PNRR, in par­ti­co­la­re nel­la misu­ra dedi­ca­ta alla rifor­ma del siste­ma con­ces­so­rio auto­stra­da­le. Esso pre­ve­de un siste­ma tarif­fa­rio uni­co ma dif­fe­ren­zia­to in base all’onere per l’infrastruttura, ai costi di recu­pe­ro dei finan­zia­men­ti pub­bli­ci e ai costi ester­ni lega­ti a inqui­na­men­to e CO₂, ridu­cen­do del 50% i valo­ri di rife­ri­men­to euro­pei per evi­ta­re dop­pia imposizione.

Sono esclu­si i costi di con­ge­stio­ne e rumo­re, rite­nu­ti ecce­zio­na­li e com­ples­si, e l’applicazione del nuo­vo siste­ma è limi­ta­ta alle con­ces­sio­ni fir­ma­te dopo il 18 dicem­bre 2024. L’obiettivo dichia­ra­to è un equi­li­brio tra soste­ni­bi­li­tà e com­pa­ti­bi­li­tà eco­no­mi­co-finan­zia­ria, ma que­sta scel­ta ne ridu­ce l’efficacia ambien­ta­le imme­dia­ta, rin­vian­do gli effet­ti con­cre­ti al futuro.

La Com­mis­sio­ne ha avvia­to la pro­ce­du­ra di infra­zio­ne il 23 mag­gio 2024, segui­ta da un pare­re moti­va­to il 16 dicem­bre 2024. Nono­stan­te ciò, le auto­ri­tà ita­lia­ne non han­no noti­fi­ca­to il pie­no rece­pi­men­to del­la diret­ti­va, por­tan­do al defe­ri­men­to del­l’8 otto­bre 2025. Que­sto epi­so­dio si inse­ri­sce in una serie di ritar­di strut­tu­ra­li nel rece­pi­men­to del dirit­to euro­peo, dal­le rifor­me del PNRR alle con­ces­sio­ni bal­nea­ri, fino ai con­trat­ti pubblici.

L’Italia mostra un modello di compliance reattiva, più orientata a evitare sanzioni che a integrare proattivamente le politiche europee.

Non è la com­ples­si­tà tec­ni­ca del­le diret­ti­ve a gene­ra­re il ritar­do, ma la len­tez­za deci­sio­na­le e la fram­men­ta­zio­ne del­le com­pe­ten­ze. Men­tre l’Unione Euro­pea richie­de effi­cien­za e soste­ni­bi­li­tà, il siste­ma deci­sio­na­le ita­lia­no pro­du­ce poli­cy delay e per­di­ta di credibilità.

Dal pun­to di vista eco­no­mi­co, la diret­ti­va Euro­vi­gnet­te rap­pre­sen­ta una leva di poli­ti­ca dei tra­spor­ti che incen­ti­va le impre­se a rin­no­va­re il par­co mez­zi e a inter­na­liz­za­re i costi ambien­ta­li. Il rin­vio ita­lia­no, al con­tra­rio, gene­ra una distor­sio­ne com­pe­ti­ti­va: le impre­se di auto­tra­spor­to ita­lia­ne ope­ra­no anco­ra in un regi­me di pedag­gi uni­for­mi, men­tre in Pae­si come Austria, Ger­ma­nia e Fran­cia sono già in vigo­re siste­mi dif­fe­ren­zia­ti in base alle emissioni.

Sul pia­no ambien­ta­le, il man­ca­to rece­pi­men­to ral­len­ta la decar­bo­niz­za­zio­ne del set­to­re dei tra­spor­ti, che inci­de per cir­ca il 28.3% del­le emis­sio­ni tota­li di gas ser­ra. In un con­te­sto in cui l’Unione euro­pea lega l’erogazione dei fon­di PNRR a risul­ta­ti con­cre­ti in mate­ria di soste­ni­bi­li­tà, il ritar­do ita­lia­no non è solo giu­ri­di­co ma stra­te­gi­co e reputazionale.

Il caso Eurovignette è dunque più di una procedura d’infrazione: è il sintomo di un modello di governance nazionale incapace di anticipare il diritto europeo e di utilizzarlo come leva di innovazione.

Il ritar­do non è un erro­re tec­ni­co, ma una scel­ta poli­ti­ca impli­ci­ta, quel­la di riman­da­re deci­sio­ni impo­po­la­ri come l’introduzione di nuo­vi eco­pe­dag­gi in un con­te­sto di sen­si­bi­li­tà eco­no­mi­ca e sociale.

Tut­ta­via, l’adozione del decre­to con­sen­ti­reb­be di chiu­de­re la pro­ce­du­ra d’infrazione, armo­niz­za­re il siste­ma con­ces­so­rio con il dirit­to dell’Unione e por­re le basi per una tarif­fa­zio­ne stra­da­le real­men­te eco­lo­gi­ca e tra­spa­ren­te. Fin­ché la poli­ti­ca trat­te­rà le diret­ti­ve euro­pee come sca­den­ze buro­cra­ti­che anzi­ché come stru­men­ti di moder­niz­za­zio­ne, l’Italia reste­rà un Pae­se in rin­cor­sa. Il caso Euro­vi­gnet­te, in que­sto sen­so, è un pedag­gio che il Pae­se paga non solo per il traf­fi­co sul­le pro­prie auto­stra­de, ma per l’inerzia del suo siste­ma decisionale.

Con­di­vi­di:
Viola Vismara
Clas­se 2000. Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moderne.

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