Dal centenario della nascita al quarantennale della scomparsa di Calvino, Il barone rampante continua a vivere sul palco del Piccolo. La regia di Frati trasporta il pubblico in un mondo sospeso tra cielo e terra, dove la ribellione diventa metafora di libertà.
Dopo tre stagioni di successo, Il barone rampante torna al Piccolo Teatro di Milano per la quarta volta. Debuttato nel gennaio 2023 per celebrare il centenario della nascita di Calvino (15 ottobre 1923 — 19 settembre 1985), lo spettacolo viene ora riproposto in occasione del quarantesimo anniversario della sua scomparsa.
Adattato e diretto da Riccardo Frati, è entrato nel repertorio del Piccolo e continua a conquistare spettatori di ogni età, dai più giovani ai lettori affezionati di Italo Calvino. Come spiega lo stesso regista,
«è un libro ricco di spunti per chiunque: dalla relazione con l’autorità, complessa a qualunque età, al rapporto dell’uomo con l’ambiente, è un testo «politico», nel senso ecumenico del termine, un racconto nel quale ciascuno di noi, adulto o bambino, può ritrovare se stesso».
Al centro della storia si colloca la ribellione di Cosimo Piovasco di Rondò, il «baroncino» del titolo, che, rifiutatosi di mangiare un piatto di lumache e per questo punito dal padre, sale su un albero del parco di casa per non scenderne mai più. Un gesto di disobbedienza, che si trasforma in una scelta di vita: vivere «al di sopra» delle convenzioni, guardando il mondo da un’altra prospettiva.
L’indimenticabile incipit del romanzo,
«Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi»,
segna anche l’inizio dello spettacolo. La storia è raccontata da Biagio, fratello minore di Cosimo, che guida il pubblico attraverso la vita insolita del protagonista.
La regia costruisce attorno a questa «verticalità» un linguaggio scenico essenziale e suggestivo: un intreccio di scale e drappi sospesi disegna un paesaggio astratto che suggerisce, più che rappresentare, la selva di Ombrosa. Gli attori si muovono con agilità tra le strutture, dando l’illusione di un continuo salire e scendere tra i rami, accentuando la sensazione di libertà e sospensione tipica del protagonista.

Cosimo non rimane isolato tra i rami: dall’alto osserva il mondo da una prospettiva diversa e costruisce legami con chi lo circonda.
Collabora con il Cavalier Avvocato Enea Silvio Carrega per progetti idraulici, si confronta con i briganti come Gian dei Brughi, trova un amico fidato nel bassotto Ottimo Massimo, che lo segue ovunque, e partecipa attivamente alla vita della comunità di Ombrosa nello spegnimento degli incendi boschivi.
Significativa è la battuta che Biagio pronuncia alla fine dello spettacolo:
«Ora che lui non c’è, mi pare che dovrei pensare a tante cose, la filosofia, la politica, la storia, mi ci rompo la testa, ma le cose che voleva dire lui non sono lì, è altro che lui intendeva, qualcosa che abbracciasse tutto, e non poteva dirla con parole ma solo vivendo come visse.
Solo essendo così spietatamente sé stesso come fu fino alla fine, poteva dare qualcosa a tutti».
Cosimo infatti fino all’ultimo non rinuncia mai alla promessa fatta a se stesso. Non scende mai dagli alberi, nemmeno nel momento della sua morte: si aggrappa a una mongolfiera e scompare all’orizzonte.
Nel quarantennale della scomparsa di Italo Calvino, Il Barone rampante torna così a interrogare il nostro presente. In un tempo in cui lo sguardo è costantemente rivolto verso il basso – sugli schermi, nei dispositivi, nelle distrazioni quotidiane – Frati ci invita a sollevare gli occhi.
A guardare dall’alto, come Cosimo, per riscoprire il mondo nella sua interezza e «uscire dalla gabbia delle nostre individualità».
«Mio fratello sostiene che chi vuole guardare bene la Terra deve tenersi alla distanza necessaria»
recita una battuta di Biagio.
Continua Frati:
«l’adolescente Cosimo, che incarna l’urgenza di migliorare il mondo intorno a sé, mi fa pensare ai giovani attivisti per l’ambiente dei giorni nostri, e a tutti coloro che hanno il coraggio di cambiare il proprio punto di vista e di impegnarsi per il bene comune».
Lo spettacolo si conclude con una poesia di Bertolt Brecht proiettata sullo schermo, un invito alla pace e alla libertà, le stesse che Cosimo ha inseguito per tutta la vita:
«La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alle fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente».

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