Dall’attentato che ha segnato la vita di Malala Yousafzai al sostegno delle università italiane ai giovani palestinesi: come il diritto allo studio diventa strumento di pace.
9 ottobre 2012. Un autobus carico di studenti percorre le strade del Pakistan. All’improvviso alcuni uomini armati salgono a bordo: cercano una ragazza, una quindicenne colpevole solo di voler studiare. I colpi di pistola sono diretti a lei, Malala Yousafzai, che da tempo denuncia le restrizioni imposte dai talebani all’istruzione femminile. Da quel momento la sua voce, già nota in patria, si trasforma in un simbolo globale di coraggio e libertà. Due anni più tardi, nel 2014, Malala riceverà il Premio Nobel per la Pace, diventando la più giovane vincitrice nella storia del riconoscimento.
Sono passati ormai 13 anni dall’attentato ai danni di Malala Yousafzai, attivista pakistana per il diritto all’istruzione femminile, ma il tema per cui da anni si batte risulta essere più che mai attuale.
Tutto questo avviene in un contesto dominato dal sempre più repressivo regime talebano in Afghanistan, dalla guerra in Ucraina a quella israelo-palestinese, che non solo infliggono orrori indicibili, ma compromettono seriamente l’istruzione delle fasce più giovani della popolazione. L’UNESCO ci fornisce al riguardo dati molto preoccupanti: 128 milioni di ragazzi e 122 milioni di ragazze sono esclusi dalla scuola. Anche il deficit di competenze educative è immenso: il 57% dei bambini del mondo non ha raggiunto i livelli di competenze di base.
Malala si muove nel contesto del Pakistan, nelle valli dello Swat. Figlia di un attivista, già all’età di 11 anni apre il suo primo blog (anonimo) sulla BBC in cui racconta la sua vita di tutti i giorni sotto il regime talebano. Seppur molto giovane Malala non ha dubbi: l’istruzione è fondamentale ed è un diritto che non può essere negato. Dalle valli Pakistane questo messaggio si espande fino a risuonare globalmente, rivolgendosi a tutte le società in conflitto. Sulla scia di questo semplice assunto, la giovane donna guiderà il suo attivismo fino all’attentato del 9 ottobre, che ha quasi i tratti di un’esecuzione. Malala sopravvive miracolosamente, nonostante fosse stata colpita alla testa, e poco dopo crea insieme al padre il suo fondo – il “Malala Fund” – che si muove con iniziative concrete per offrire possibilità di istruzione alle bambine in tutto il mondo. Ad esempio, in Afghanistan il “Malala Fund” si affianca a donne leader e attivisti per i diritti umani nel guidare un movimento globale, facendo pressione su leader mondiali per porre fine ad un vero e proprio apartheid di genere. Malala ha inoltre utilizzato il denaro del Premio Nobel per la Pace per fondare una scuola per ragazze nella sua città natale, nel distretto pakistano di Shangla. In un’intervista afferma:
«L’educazione alimenta la speranza di un futuro più pacifico, più equo. È a scuola che i bambini imparano a pensare in modo critico e a risolvere i problemi. È lì che fanno amicizia, costruiscono la compassione e imparano a lavorare con gli altri. Queste capacità sono essenziali per affrontare le ingiustizie – come la misoginia e la discriminazione – e ricordare alla gente la nostra comune umanità».
È anche vero però che la diversità e la dialettica che si creano in un ambiente come quello scolastico creano irrimediabilmente conflitto: l’istruzione forma la mente, crea i presupposti per il dissenso e per il rifiuto di accettare una visione precostituita e imposta dall’alto.
Il pedagogista Lamberto Borghi afferma nel saggio L’educazione libertaria come non possano esistere studio e cultura senza il rifiuto dell’autoritarismo, senza l’abbandono della concezione di verità come dato assoluto e oggettivo.
Idee simili sono promosse anche dalla pedagogista, insegnante e femminista afroamericana bell hooks, secondo cui insegnare è un atto performativo e un’espressione di libertà. In un saggio contenuto nella raccolta Insegnare a trasgredire scrive:
«Celebro l’insegnamento che rende possibili le trasgressioni – un movimento contro e oltre i confini – per poter pensare, ripensare e creare nuove visioni. È quel movimento che rende l’educazione la pratica della libertà».
Ne consegue inevitabilmente la pericolosità di luoghi di formazione come scuole ed università, da sempre profondamente attenzionate dai regimi totalitari. Tuttavia, se esperienze come quella del fascismo hanno indottrinato le scuole per ottenere il controllo della società, risulta altrettanto efficace la distruzione preventiva delle strutture scolastiche. In questo senso, tale distruzione nel contesto bellico assume la forma di un deliberato attacco alla cultura e al libero pensiero.
Ad oggi, sono moltissime le guerre che stanno dilaniando il nostro pianeta e la maggior parte di esse provoca danni enormi alle strutture scolastiche. Risulta fondamentale ricorrere ad alcuni dati per dare luce all’entità distruttiva del fenomeno: in Ucraina, dall’inizio della guerra, sono stati danneggiati o distrutti quasi 4.139 istituti scolastici, mentre in Palestina, secondo l’ultima valutazione del Global Education Cluster per i Territori Palestinesi Occupati, il 97% degli edifici scolastici (547 su 564) ha subito danni considerevoli.
Per questo è fondamentale che l’occidente si impegni nella tutela del diritto all’istruzione.
In questo senso, la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) ha coordinato un progetto che prevede l’erogazione di borse di studio dedicate a studenti e studentesse palestinesi residenti nei Territori Palestinesi interessati a frequentare un ciclo completo di studi universitari in un’università italiana aderente al progetto. Proprio qualche giorno fa, il 1° ottobre, sono arrivati a Milano i primi 12 studenti beneficiari delle borse erogate da UNIMI nell’ambito del progetto IUPAL.
L’Università Statale di Milano si è distinta in questo progetto, essendo l’ateneo d’Italia che ha erogato il maggior numero di borse.
La rettrice Marina Brambilla si è espressa al riguardo sui social dell’università:
«Accogliamo questi ragazzi con una gioia immensa, dopo una lunga attesa scandita da preoccupazione e speranza in eguale misura. È una giornata bellissima per la Statale, un riconoscimento del diritto all’istruzione di ogni giovane che in questo caso significa anche diritto alla cura, alla sopravvivenza, alla vita».
Inoltre, UNIMI ha inaugurato il 6 ottobre il progetto “la Statale per la pace”, arricchendo e consolidando il suo impegno scientifico, formativo e culturale a difesa della pace, intesa come valore principe della democrazia. Tra ottobre e novembre si terranno più di 120 iniziative, tra lezioni aperte, presentazioni di libri e proiezioni di film, tra cui No Other Land, frutto della collaborazione di un collettivo israelo-palestinese e vincitore del premio Oscar per il miglior documentario. In questo modo l’università non solo prende posizione in un contesto internazionale sempre più belligerante, ma si impegna concretamente nel creare la consapevolezza della necessità della pace, costruendo una cultura del dialogo e dell’inclusione.
Concludendo con un ritorno al pensiero di Malala, le sue parole riassumono perfettamente non solo l’importanza dell’istruzione, ma anche – per certi versi – il suo carattere rivoluzionario:
«Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».
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