Con Tre modi per non morire, Servillo ci guida tra Baudelaire, Dante e i Greci, in un viaggio che risveglia la coscienza e illumina la notte del nostro tempo, per ricordarci che la bellezza può ancora salvarci.
La stagione del Piccolo Teatro si è aperta con tre spettacoli ormai entrati a far parte del suo repertorio e che continuano a registrare il tutto esaurito: Tre modi per non morire, Il barone rampante (dal 27 settembre, con la regia di Riccardo Frati) e Arlecchino servitore di due padroni (dal 23 ottobre, di ritorno da una tournée in Cina dopo diciassette anni).
È tornato così a Milano, dall’1 al 5 ottobre, sul palco del Piccolo Teatro Strehler, Tre modi per non morire. Baudelaire, Dante, i Greci, lo spettacolo scritto da Giuseppe Montesano e interpretato da Toni Servillo, recentemente premiato con la Coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.
Dopo il successo delle scorse stagioni e una lunga tournée in Italia e Spagna, questo viaggio teatrale in tre stazioni – Monsieur Baudelaire, quando finirà la notte?; Le voci di Dante; Il fuoco sapiente – torna in scena «come un antidoto alla paralisi del pensiero chiuso in “cloud” e alla “non-vita” che tenta di inghiottirci».
«Andiamo indietro per dimostrare come si può battere la depressione dei nostri tempi inquieti con la poesia» spiega Servillo nella rassegna stampa dedicata allo spettacolo.
Servillo entra in scena lanciandosi “in medias res” nel suo monologo con un ritmo incalzante che cattura il pubblico sin dal primo istante.
La scenografia è ridotta all’essenziale, priva di ogni artificio: una sola luce illumina Servillo mentre recita «come un musicista che interpreta» il testo di Montesano, intercalato da pause accompagnate con la musica in cui l’attore, vestito di nero, cammina sullo sfondo di un pannello che si tinge di rosso o di blu.
Un leggio, un microfono, poche variazioni di luce, il resto lo fa la sua voce, capace di modulare ogni parola, perché è questa che riempie lo spazio vuoto della scena, trasformandolo in un luogo di suggestioni.
Racconta Giuseppe Montesano: «Toni le parole le vive – e questo per un attore dovrebbe essere logico: solo che lui, oltre a viverle, le parole le vuole anche pensare, ne vuole avere coscienza piena e vuole esserne responsabile».
La prima stazione ha inizio con Baudelaire, «il poeta decadente che si oppone ai falsi miti del progresso» e che racconta come la bellezza combatta contro la depressione e l’ingiustizia.
Nel nostro tempo trionfa l’estetizzazione della vita, dominata dall’imperativo della società dei consumi: desiderare e godere di ciò che altri ci indicano come desiderabile. Ma come fuggire, allora, se non si trova fuga, come fare a cercare la libertà in un paese dove nessuno ne ha bisogno?
«Monsieur Baudelaire quando finirà la notte?». «Finisce quando leviamo l’ancora e partiamo verso l’ignoto».
Nella seconda stazione, il ritmo rallenta, e Servillo ci conduce attraverso la notte oscura di Dante, alla fine della quale troveremo l’alba. Il percorso ha inizio ai piedi di un colle dove Dante si è smarrito. Ma solo Dante si è smarrito e non trova la strada? O siamo noi smarriti nella strada della nostra vita?
Dante infatti è l’everyman, è ciascuno di noi: piange, odia, ama, teme, sviene. Il viaggio ci porta poi in una città dolente, circondata dagli ignavi, spettri che vissero «sanza ‘nfamia e sanza lodo» e che annegano nel vuoto della loro stessa indifferenza, imperdonabile.
Gli ignavi oltrepassano i secoli e arrivano fino a noi: sono quelli che, sapendo delle stragi, si girano dall’altra parte.
Non sono individui, ma una massa che si imita a vicenda, vivendo nella falsità; hanno perduto il bene dell’intelletto e, per questo, non possono morire.
Tuttavia, non tutte le anime sono smarrite nell’indifferenza: emergono voci di coraggio come Ulisse che, insaziabile di conoscenza, ha messo in pericolo la propria vita per seguire la virtus e Paolo e Francesca, gli amanti infelici morti per il loro adulterio, ma che non si sono lasciati frenare dalla paura.
Possiamo così arrivare alle stelle perché siamo stati con gli ignavi, ci siamo fatti raggirare da inganno e accidia, siamo stati trascinati dai venti della tempesta con Paolo e Francesca. La nostra notte oscura è qui, ma lo sono anche le stelle che ci spianano la strada e ci indicano il cammino.
Nell’ultima stazione, dedicata ai Greci, le luci si accendono e Servillo porta avanti il leggio. Ricorda come per loro l’arte non fosse un passatempo, ma un nutrimento per l’anima. In ogni città c’era un teatro, all’aperto, «dove la verità sale alle stelle e scende agli abissi»: il pensiero non aveva paura di raccontare l’αλήθεια (la verità) e di seguire la δίκη (la luce della giustizia).
Hanno inventato il teatro per contemplare la vita in tutte le sue sfumature, anche le più terribili – θεάομαι (guardare qualcosa in tutto il suo terrore) – e, per questo, tutti dovevano parteciparvi (fruizione accessibile grazie all’ingresso gratuito). Al centro del teatro si trovava Dioniso, divinità senza pietà per la morale e nessun freno per il godimento.
I Greci conoscevano a fondo le depressioni oscure, le ansie feroci che ci strangolano nella notte quando non riusciamo a dormire, ma non le nascondevano, le guardavano in faccia, perché ciò che conta davvero è conoscere. Ne danno testimonianza attraverso la loro poesia: due fratelli in guerra per dieci anni, un patricidio seguito dall’incesto con la madre.
Così dal teatro i greci uscivano liberi dalle loro paure e pronti ad affrontarle.
Con Tre modi per non morire Montesano e Servillo permettono anche a noi di uscire dal teatro con l’inconscio risvegliato e ci invitano a riconnetterci con la nostra interiorità, liberandoci dalle catene contemporanee – dall’oppressione del consumismo digitale alle paure individuali – così da riscoprire la forza della bellezza. Dimostrano che il teatro può ancora essere un luogo di riflessione collettiva e individuale.
«Cos’altro sono la letteratura e il teatro – spiega Giuseppe Montesano – se non un dialogo vissuto in una comunità di amici che chiedono di condividere emozione e verità?». Aggiunge Servillo: «In un momento storico in cui ci sentiamo inquieti, impoveriti, spaventati, disidratati, vessati, bisogna chiedersi che cosa rimane dell’arte come elemento vero di cultura, non solo informazione, non solo passatempo, ma qualcosa di essenziale che circola come il sangue nelle vene».
È ancora possibile trovare il coraggio per uscire dalle ombre della caverna?

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