Tre ciotole, film diretto dalla regista e sceneggiatrice Isabel Coixet e ispirato all’omonimo romanzo di Michela Murgia, è arrivato nelle sale italiane il 9 ottobre 2025.
“Preferirebbe non saper fare nessuna di queste cose a patto di non ammalarsi mai? Gli organismi unicellulari non sviluppano neoplasie, ma non imparano lingue. Le amebe non scrivono romanzi.”
Con questa frase si apre il primo racconto di Murgia, da cui il film trae ispirazione. Nonostante l’autrice lo rivendichi come romanzo, Tre ciotole è in realtà una raccolta di dodici racconti intrecciati: i personaggi cambiano, ma un filo conduttore lega tutte le storie. Nato come pamphlet per raccontare l’esperienza collettiva del Covid nel 2020, il libro si è trasformato in una forma di scrittura narrativa sperimentale, capace di esplorare un momento collettivo da punti di vista diversi ma comuni.
Il film di Coixet prende ispirazione dal romanzo, ma apporta delle modifiche sostanziali.
Nel primo racconto, Espressione intraducibile, alla protagonista viene diagnosticato un tumore e il medico le chiede se preferirebbe vivere come un’ameba che non si ammala mai oppure come una persona che può imparare il coreano: questa frase viene ripresa integralmente anche nel film, in cui Marta sta apprendendo la nuova lingua.
Nel secondo racconto, Il senso della nausea, si esplora il rapporto con la malattia e il vomito. Dopo la rottura con l’ex, la prima cosa che fa è iniziare a mangiare in modo sregolato, quasi in opposizione alla regolarità che lui, nel film uno chef e nel romanzo non viene specificato, prediligeva. Qui compare anche la storia delle tre ciotole che dà il titolo: nel libro le compra da sola in un negozio di casalinghi, legandole a un ricordo d’infanzia in cui i genitori litigavano e si lanciavano piatti; decide così di scegliere oggetti che facciano un rumore diverso quando vengono a contatto. Nel film, invece, l’acquisto avviene insieme all’ex. Insieme alle ciotole nel romanzo vengono acquistate anche delle bacchette, perché l’idea di utilizzare posate suscitava la nausea.
Il terzo racconto, Ricalcolo percorso, segue probabilmente l’ex della protagonista: dopo la separazione, lui cerca di “riprendersi” i luoghi in cui trascorrevano del tempo insieme, tornando in questi spazi con un amico (nel film, una collega) per ritrovare un senso di appartenenza anche in zone di Roma che aveva associato sempre a ricordi di coppia.
Grazie dei fiori, invece, è il titolo del quarto racconto, in cui si esplorano il dolore e la ritualità complice di due ragazze adolescenti che si tagliano la pelle delle braccia come gesto di autolesionismo. La scena viene trasposta anche nel film, con le due giovani che diventano studentesse della scuola in cui lavora Marta.
Coixet concentra la storia su Marta e Antonio, il fulcro della narrazione, mostrando la loro separazione e i percorsi separati delle loro vite nella stessa Roma. Durante il film, Marta affronta le giornate segnate da vomito e perdita di appetito, fino alla diagnosi di neoplasia al quarto stadio con metastasi diffuse; l’unico trattamento che può tentare sono pillole sperimentali. Accanto a lei, ruotano personaggi secondari come la sorella egoriferita, il collega che insegna filosofia e le due alunne autolesioniste.
La regista racconta questi percorsi intrecciati con una struttura più lineare rispetto al romanzo.
La storia segue Marta e Antonio messi al centro della narrazione durante la fine della relazione e i passi successivi senza l’altro accanto. Rispetto all’approccio originale di Murgia, il film utilizza un andamento più classico, scelta che potrebbe essere interpretata come una sorta di “normalizzazione” di un processo creativo nato per esistere fuori dai canoni.
Nel libro la struttura narrativa sperimentale aveva lo scopo dichiarato di rappresentare dolore, cambiamento e sconvolgimenti della vita da più punti di vista, legati soltanto da un intreccio sottile. Nel film, invece, la forma diventa più lineare, probabilmente per un adattamento alle dinamiche di vendita del cinema, che in effetti è un’industria culturale.
Dal punto di vista dei temi centrali nel romanzo non viene posto al centro l’amore o la coppia, ma la malattia, il dolore cronico e l’idea fondamentale che “non capire a volte sia la soluzione migliore delle cose” (Michela Murgia, intervista Mondadori, 2023). Questo passaggio è il punto cruciale di tutti i racconti intrecciati, che portano i lettori a sentirsi spaesati se non conoscono l’esperienza che viene raccontata, mentre nel film si decide di accompagnare gli spettatori in una comprensione più immediata sotto il filo conduttore della storia d’amore che sfuma e le conseguenze.
La narrazione cinematografica, come osserva Davide Turrini per Il Fatto Quotidiano Magazine, mantiene comunque un tono delicato e intimistico, trasformando la storia in un apologo filosofico e quasi favolistico. Turrini sottolinea inoltre che “mai romanzo fu meno presente in un film… Coixet trae dal libro un generico spunto di partenza (la malattia della protagonista), cancellandone la struttura polifonica e silenziando ira e rabbia, ribaltando nel silenzio e nella remissività di Marta l’appeal di un personaggio straziato ma mai del tutto straziante”.
In conclusione, Tre Ciotole di Coixet rimane un film intenso, che racconta dolore, malattia e relazioni umane con una delicatezza narrativa rara che viene mostrata dagli attori. Tuttavia, va sottolineato che il film è “ispirato a” e non “tratto da” il romanzo di Michela Murgia: le differenze sono significative, dalla struttura narrativa della moltitudine alla centralità dei temi. Mentre il romanzo si concentra sulla malattia e sul fatto che nella vita molto spesso non ci siano soluzioni lineari ma che la non-risposta alle domande importanti sia la risposta, il film sceglie di seguire una struttura più lineare e di porre al centro la storia di Marta e Antonio, rendendo più comprensibile la narrazione per il grande pubblico.
Questa distinzione è importante da un punto di vista di aspettative dello spettatore: chi cerca un adattamento fedele del testo di Murgia potrebbe rimanere deluso, mentre chi approccia il film come un’opera ispirata al romanzo ma indipendente potrà apprezzarne l’introspezione dei protagonisti e l’equilibrio nella delicatezza narrativa.

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