Una battaglia dopo l’altra. Un ritratto perfetto di un tempo imperfetto

Il nuovo film di Paul Thomas Anderson tra conflitto e identità.

Un racconto dell’America di oggi, ma in una filigrana che parla anche del mondo intero, riflettendo sulle divisioni sociali, sulla memoria e sulla ricerca di senso, trasformando le battaglie personali in un affresco più ampio e universale della società contemporanea.

Una bat­ta­glia dopo l’altra, ope­ra che Paul Tho­mas Ander­son fir­ma come regi­sta, sce­neg­gia­to­re e co-pro­dut­to­re, si ispi­ra al roman­zo Vine­land (1990) di Tho­mas Pyn­chon, rein­ter­pre­ta­to in chia­ve con­tem­po­ra­nea con uno sguar­do nuo­vo e personale.

La pel­li­co­la, appro­da­ta nel­le sale cine­ma­to­gra­fi­che lo scor­so set­tem­bre, rac­con­ta il pre­sen­te attra­ver­so una sto­ria che sem­bra lon­ta­na dal­la real­tà, alter­nan­do iro­nia e dram­ma e costruen­do un ritrat­to luci­do e inquie­to dell’America con­tem­po­ra­nea, dove i con­flit­ti ideo­lo­gi­ci diven­ta­no bat­ta­glie per­so­na­li e viceversa.

Infat­ti, nell’affrontare il tema dei con­flit­ti ideo­lo­gi­ci, il film lascia spa­zio a uno sguar­do com­ples­so e non bina­rio, che per­met­te di esplo­ra­re la vacui­tà del­la lot­ta arma­ta, mostran­do come la fede in cer­ti valo­ri asso­lu­ti pos­sa facil­men­te tra­sfor­mar­si in distor­sio­ne o fana­ti­smo. Non pro­po­ne un’ideologia chia­ra e uni­vo­ca, ma met­te in discus­sio­ne le sfu­ma­tu­re e le ambi­gui­tà che si nascon­do­no die­tro ogni schie­ra­men­to, ren­den­do il con­flit­to qual­co­sa di pro­fon­da­men­te uma­no, pri­ma anco­ra che politico.

Due poli dell’America contemporanea

Al cen­tro del­la vicen­da di oppon­go­no due figu­re pater­ne – inter­pre­ta­te da Leo­nar­do DiCa­prio e Sean Penn –, che incar­na­no due ten­sio­ni oppo­ste del­la socie­tà ame­ri­ca­na: l’idea­le rivo­lu­zio­na­rio ormai logo­ra­to e il con­ser­va­to­ri­smo rigi­do e domi­nan­te.

Il regi­sta si ser­ve del­la loro sto­ria per riflet­te­re su un Pae­se che da decen­ni si divi­de, inca­pa­ce di rico­no­scer­si in un uni­co lin­guag­gio, e tra­du­ce tut­to que­sto in un tono che alter­na rea­li­smo e momen­ti stra­va­gan­ti, come se la sua Ame­ri­ca fos­se una cari­ca­tu­ra dolo­ro­sa­men­te fede­le del­la real­tà. L’incontro-scontro fra que­ste due visio­ni è quin­di mora­le. Il risul­ta­to è un rac­con­to che, pur muo­ven­do­si nei con­fi­ni del cine­ma di intrat­te­ni­men­to, con­ser­va la den­si­tà e la complessità.

Tra realismo e paradosso

La for­za di ciò che il film rac­con­ta sta nel suo modo di oscil­la­re costan­te­men­te tra gene­ri diver­si. E gra­zie alla regia pre­ci­sa e la scrit­tu­ra den­sa di rife­ri­men­ti e situa­zio­ni rico­no­sci­bi­li, Ander­son costrui­sce un’opera che rie­sce a esse­re spet­ta­co­la­re e rifles­si­va allo stes­so tempo.

La pre­sen­za di situa­zio­ni para­dos­sa­li e per­so­nag­gi sopra le righe ser­ve a evi­den­zia­re la fra­gi­li­tà dell’uomo con­tem­po­ra­neo, intrap­po­la­to in una real­tà che non sa più distin­gue­re il serio dal ridicolo.

Un cast corale per un mondo instabile

La bra­vu­ra del cast con­tri­bui­sce a ren­de­re cre­di­bi­le un mon­do volu­ta­men­te sbi­lan­cia­to e al limi­te dell’assurdo.

Leo­nar­do DiCa­prio offre una pro­va inten­sa e misu­ra­ta, in un ruo­lo che segna una nuo­va fase del­la sua car­rie­ra. La sua inter­pre­ta­zio­ne mostra la vul­ne­ra­bi­li­tà di un uomo disil­lu­so, lon­ta­no dagli eroi tra­di­zio­na­li.
Sean Penn, inve­ce, incar­na la durez­za e la pau­ra del cam­bia­men­to, resti­tuen­do un per­so­nag­gio che rap­pre­sen­ta la rigi­di­tà del pote­re e la sua ine­vi­ta­bi­le deca­den­za.
Infi­ne, Beni­cio Del Toro aggiun­ge una pre­sen­za equi­li­bran­te, in gra­do di spez­za­re la ten­sio­ne e al tem­po stes­so amplificarla.

Pur ambien­ta­to in un con­te­sto inde­fi­ni­to, Una bat­ta­glia dopo l’altra par­la chia­ra­men­te del nostro tem­po. La socie­tà rap­pre­sen­ta­ta è attra­ver­sa­ta da divi­sio­ni e pau­re, da una con­ti­nua ricer­ca di signi­fi­ca­to e da un biso­gno di appar­te­nen­za. E i gran­di con­flit­ti col­let­ti­vi si riflet­ta­no ine­vi­ta­bil­men­te nel­la vita pri­va­ta, esal­tan­do come il grot­te­sco sia diven­ta­to la for­ma più one­sta per rac­con­ta­re la realtà.

Dentro la zona grigia

Al di là dell’intreccio nar­ra­ti­vo, Una bat­ta­glia dopo l’altra si distin­gue per la capa­ci­tà di rap­pre­sen­ta­re il con­flit­to non solo come scon­tro fisi­co o ideo­lo­gi­co, ma come con­di­zio­ne esistenziale.

Ogni per­so­nag­gio sem­bra por­ta­re con sé una bat­ta­glia inte­rio­re, rifles­so di una socie­tà fram­men­ta­ta in cui la comu­ni­ca­zio­ne e l’empatia diven­ta­no sem­pre più rare. Ander­son costrui­sce un mon­do che non ha biso­gno di eroi né di anta­go­ni­sti puri, ma di figu­re che si muo­vo­no in una zona gri­gia, dove il giu­sto e lo sba­glia­to si con­fon­do­no. È in que­sta ambi­gui­tà che il film tro­va la sua for­za: nel­la con­sa­pe­vo­lez­za che la veri­tà non si con­qui­sta una vol­ta per tut­te, ma va ricon­qui­sta­ta, una bat­ta­glia dopo l’altra.

Tra cinema d’autore e racconto popolare

Il rit­mo, soste­nu­to ma mai cao­ti­co, accom­pa­gna lo spet­ta­to­re in un viag­gio che riflet­te sul pote­re, sul­la memo­ria e sul­le con­trad­di­zio­ni di una socie­tà domi­na­ta da logi­che di con­trol­lo e con­su­mo. In que­sto equi­li­brio pre­ca­rio tra inti­mi­tà e spet­ta­co­lo, il film rie­sce a uni­re il cine­ma d’autore con la for­za del rac­con­to popo­la­re, tro­van­do il suo sen­so più pro­fon­do: quel­la di una bat­ta­glia silen­zio­sa che ogni indi­vi­duo com­bat­te con sé stesso.

Con­di­vi­di:
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.

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