In occasione del 25 novembre l’associazione Scarpetta Rossa dà uno sguardo dall’interno sull’importanza del sostegno alle donne vittime di violenza, evidenziando le strategie vincenti, le sfide ancora aperte e il ruolo fondamentale della rete di supporto.
Nel 2009 l’artista Elina Chauvet posizionò nella piazza della città messicana Ciudad Juárez 33 paia di scarpe femminili, tutte rosse, per ricordare le donne vittime di femminicidio.
Quel gesto fu tanto forte da rendere ancora oggi la scarpa rossa (spesso con tacco) il simbolo del movimento che ogni giorno lotta per eliminare la violenza di genere. Iniziative pubbliche e private sfruttano questo simbolo e questo colore e, tra queste, anche una rete di centri antiviolenza: la Scarpetta Rossa APS.
Nella giornata internazionale dedicata all’eliminazione della violenza contro le donne Gualtiero Nicolini, responsabile progetti e sviluppo dell’Associazione, ci racconta il loro lavoro quotidiano e le attività rivolte alle donne in difficoltà.
Di cosa si occupa l’associazione? Com’è organizzata?
L’associazione ovviamente si occupa di violenza di genere, con uno spiccato indirizzo nel tutelare le donne. Abbiamo oltre 250 centri di primo ascolto su tutto il territorio nazionale. I servizi alla persona che offriamo sono quelli canonici, quindi consulenza legale e psicologica, ma anche rifugi temporanei. Prima avevamo una casa-rifugio, ma dalla promulgazione del codice rosso (legge del 2019 volta a velocizzare i provvedimenti penali e a protezione delle vittime, ndr) ci siamo indirizzati su rifugi temporanei, perché non abbiamo più “lungodegenze”, ma nel giro di pochi giorni le situazioni prendono un indirizzo.
Un’iniziativa che sta avendo particolare successo sono i gruppi di confronto tra le vittime, che si tengono online in quanto Scarpetta Rossa opera su tutto il territorio nazionale. L’incontro è gestito da una psicoterapeuta, che però molto spesso dà solo spunti di riflessione o fa da mediatrice. In questo modo si riesce a creare uno spazio sicuro in cui le vittime si confrontano, si danno coraggio e si supportano. Queste interazioni sono fondamentali in quanto la vittima di violenza è quasi sempre una persona isolata, dunque vedere di non essere l’unica può interrompere quei processi di autocolpevolizzazione che rischiano di innescarsi nella vittima.
Ci occupiamo anche di organizzare iniziative di prevenzione in università, scuole, società sportive con un progetto che si chiama Ora parla Sofia in onore di Sofia Castelli, giovane vittima di femminicidio due anni fa.
Gli incontri si tengono su invito, generalmente vi è una vittima che testimonia la sua vicenda, una psicologa, una criminologa, un avvocato e io che svolgo il ruolo di mediatore. E poi ovviamente si apre a domande del pubblico attraverso cui si va a toccare argomenti di interesse generale. Si tratta di iniziative molto utili anche perché, in una platea numerosa, c’è una piccola percentuale di persone che ha un reale bisogno di aiuto e che poi ci contatta direttamente. Non dico che sia “matematico” ma è come se lo fosse. Ne consegue che tali incontri, oltre a essere informativi ed educativi, sono utili a chi vive una situazione di bisogno: possono infondere il coraggio necessario per chiedere aiuto.
In che modo le donne possono mettersi in contatto con voi?
Possono contattarci ovunque. Sul sito c’è un form da compilare e il numero di telefono a cui rispondiamo 16/18 ore al giorno, mentre se si ha una necessità immediata di notte consigliamo di rivolgersi alle forze dell’ordine.
E quali sono i primi passi che fate per aiutarle?
La maggior parte delle donne si rivolge a noi in modo autonomo, ma a volte ci contattano amici o familiari. Il problema nasce se la persona non vuole chiedere aiuto, diventa difficile muoversi con una segnalazione da terzi, a meno che non abbia evidenze di reato.
Quali sono le principali difficoltà che le donne incontrano nel denunciare violenza o cercare aiuto?
L’idea di denunciare subito è ciò che spaventa di più. Bisogna vedere le cose da un lato pratico: l’83% delle violenze si esplicano in ambito domestico tra due conviventi. Di conseguenza, se dici a una donna di denunciare il proprio convivente, ma poi finita la denuncia deve tornare a casa da lui, è in automatico una cosa che non funziona. Bisogna strutturare un percorso sia psicologico che pratico.
È la comunicazione generale che, a nostro avviso, è sbagliata. La frase «denuncia sempre» è la cosa che spaventa di più la vittima. Infatti, una volta arrivata al centro, la donna effettua un primo colloquio con una psicologa che valuta la situazione, ci si confronta con altri professionisti e poi da lì, insieme, si inizia un percorso. Il nostro motto è «chiedere aiuto sempre», non «denunciare sempre», dopodiché si concorda insieme come procedere. Si può consigliare, ma non forzare: la pressione rischia di allontanare le donne, che spesso reagiscono con la paura. Invece, per buona parte di chi opera nell’ambiente il denunciare è diventata una cosa meccanica, tralasciando la responsabilità nei confronti di una persona che devi guidare lungo un percorso.
Noi siamo disponibili a 360 gradi e, soprattutto per i primi mesi, rappresentiamo un punto di riferimento costante. Offriamo anche un aiuto per riprendere le proprie cose in caso di convivenza, è un servizio che tanti centri non fanno, limitandosi alla gestione della vittima.
Ci sono forme di violenza che incontrate più frequentemente?
Le donne che ci contattano riportano in egual modo esperienze di violenza fisica e psicologica, per questa, se escludi lo stalking, non c’è reato, non c’è codice che la norma per cui tu possa fare un percorso legale. Di conseguenza, questo genere di violenza è il più difficile da gestire.
Ci sono cambiamenti nel profilo delle persone che vi contattano negli ultimi anni?
L’età media si sta sempre più abbassando, si tratta però di un dato nuovo. Statisticamente non è chiaro se il bicchiere è mezzo pieno, nel senso che nei giovani nasce di più questa richiesta di aiuto, o il bicchiere è mezzo vuoto, nel senso che tra i giovani sono aumentati i fenomeni di violenza.
Ci vorrà qualche anno per arrivare a capire questa tendenza.
Cosa possono fare i cittadini per sostenere la vostra iniziativa?
Chiunque può diventare volontario: c’è un gruppo giovani fondato da Aurora Fiamini, un’amica di Sofia Castelli, che era testimone del femminicidio. A volte si pensa che serva una qualifica particolare, ma chiunque può essere utile. I giovani si occupano di introdurre nuove idee ma anche dei social, della comunicazione… Abbiamo gruppi WhatsApp su cui si interagisce quotidianamente in base al tempo che ognuno può dedicare.
C’è un direttivo per ovvie ragioni di legge, però c’è una gestione molto democratica all’interno dell’associazione, quindi chiunque può mettere sul piatto delle nuove iniziative.
Che ne pensa dell’approvazione della legge Bipartisan? Può nel concreto aiutare le donne vittime di violenza?
Noi siamo assolutamente apolitici. Le normative ci sono, come ad esempio il codice rosso. La politica mette sul piatto delle soluzioni che possono essere interessanti, il problema poi è la pratica. Noi stiamo seguendo il caso di Pamela Genini: il codice rosso non è scattato ma lo era palesemente. Bisognerebbe andare a perfezionare quello che c’è tra il teorico e il pratico.

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