Alla Cop30 di Belém, quasi 200 paesi hanno discusso come affrontare la crisi climatica. Nonostante le promesse di nuovi finanziamenti ai paesi più vulnerabili, il vertice si è concluso con un accordo debole che non cita l’uscita dai combustibili fossili. Il risultato ha deluso molti governi e attivisti.
Dal 10 al 21 novembre si è svolta la Cop30, la conferenza annuale delle Nazioni Unite sul clima che si tiene ogni anno dal 1995. L’edizione di quest’anno si è tenuta a Belém, in Brasile, ai margini della foresta amazzonica, il polmone verde del pianeta.
Le aspettative erano elevate. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva è un ambientalista che negli anni ha avviato numerosi interventi per contrastare la deforestazione e ha promosso politiche green.
Il presidente brasiliano della Cop, André Corrêa do Lago, aveva promesso «la Cop più inclusiva di sempre».
Le contraddizioni, però, sono emerse subito: i costi proibitivi di voli e alloggi hanno escluso diverse delegazioni del Sud del mondo, proprio quelle che subiscono in modo più diretto gli effetti della crisi climatica.
Gli Stati Uniti, tra i principali responsabili delle emissioni globali, non hanno partecipato alla conferenza. I passi indietro del presidente Trump, che ha ritirato il Paese dall’accordo di Parigi e ha smantellato molte delle politiche ambientali dell’amministrazione precedente, rendono più difficile portare avanti la lotta multilaterale al cambiamento climatico.
I negoziati si sono protratti fino alla mattina di sabato 22, e sono durati tutta la notte.
L’accordo finale
I paesi sviluppati si impegnano a triplicare il sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo per l’adattamento ai disastri causati dai cambiamenti climatici. Sono stati promessi 120 miliardi di dollari all’anno in più rispetto ai 300 miliardi promessi lo scorso anno alla Cop29 di Baku. Tuttavia, i fondi non arriveranno prima del 2035, in ritardo di cinque anni oltre la scadenza del 2030 decisa in Azerbaijan.
La roadmap per fermare la deforestazione è stata eliminata dal testo finale, una delusione soprattutto considerato il luogo in cui si è svolta la Cop.
Il documento riconosce l’obiettivo di non superare gli 1,5 °C di riscaldamento globale, limite stabilito durante la Cop21 di Parigi nel 2015. Questa soglia è già stata oltrepassata, perciò è stato stabilito un programma per accelerare il raggiungimento di questo scopo, che sarà presentato alla prossima Cop in Turchia.
Il nodo irrisolto dei combustibili fossili
Il punto più criticato dell’accordo riguarda i combustibili fossili, la causa principale dell’aumento delle temperature. Anche se più di 80 paesi volevano inserire un impegno vincolante per abbandonarli, la proposta è stata bloccata da alcuni stati contrari, tra cui l’Arabia Saudita. A complicare le cose, l’influenza dei lobbisti del settore fossile, che da molti anni hanno un’influenza forte sulle Cop.
La transizione dai combustibili fossili, rimane un impegno non vincolante, che può essere attuata dagli Stati su base volontaria.
La Cop30 si è conclusa, quindi, con un accordo che promette nuovi finanziamenti ma non affronta le cause principali della crisi climatica.
Il segretario generale dell’ONU António Guterres, ha evidenziato un aspetto positivo:
«le Nazioni possono ancora unirsi per affrontare le sfide decisive che nessun Paese può risolvere da solo».
Tuttavia, ha precisato:
«Non posso fingere che la Cop30 abbia raggiunto tutti gli obiettivi necessari. Il divario tra la situazione attuale e ciò che la scienza richiede rimane pericolosamente ampio».

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