Così muore l’unica democrazia centroasiatica

Il Kirghizistan, a lungo considerato l’eccezione democratica dell’Asia centrale, sta vivendo un rapido arretramento istituzionale. Nel giro di pochi anni il Paese si è trasformato in un regime autoritario assimilabile ai suoi vicini regionali.

Per qua­si trent’anni il Kir­ghi­zi­stan è sta­to con­si­de­ra­to da mol­ti osser­va­to­ri un’oasi demo­cra­ti­ca all’interno dell’Asia cen­tra­le, un’area segna­ta dal­la pre­sen­za di regi­mi auto­ri­ta­ri for­ma­ti­si con la dis­so­lu­zio­ne dell’Unione Sovie­ti­ca. Inve­ro, la Repub­bli­ca kir­ghi­sa – al con­tra­rio dei vici­ni kaza­ki, turk­me­ni, tagi­ki e uzbe­ki – pos­se­de­va media indi­pen­den­ti, robu­sti par­ti­ti d’opposizione e una socie­tà civi­le mol­to atti­va, costi­tuen­do un uni­cum all’interno del­la regio­ne d’appartenenza. Cer­to, la nazio­ne postso­vie­ti­ca non era estra­nea a ten­den­ze deci­sa­men­te illi­be­ra­li: eppu­re, pro­te­ste e sol­le­va­zio­ni popo­la­ri – come le rivo­lu­zio­ni dei tuli­pa­ni e del melo­ne – ave­va­no impe­di­to ai pre­si­den­ti Askar Akayev, Kur­man­bek Bakiyev e Soo­ron­bay Jeen­be­kov di con­cen­tra­re il pote­re nel­le pro­prie mani.

L’arretramento democratico del potere

Que­sta imma­gi­ne, pur­trop­po, pare supe­ra­ta dal­le recen­ti evo­lu­zio­ni poli­ti­che, respon­sa­bi­li dell’arretramento demo­cra­ti­co del Pae­se. Free­dom Hou­se e il Demo­cra­cy Index, difat­ti, inclu­do­no il Kir­ghi­zi­stan nei regi­mi auto­ri­ta­ri, repu­tan­do­lo simi­le al Kaza­ki­stan in mate­ria di liber­tà civi­li e dirit­ti poli­ti­ci. Negli anni pre­ce­den­ti, inve­ce, le mede­si­me inda­gi­ni – non di rado ogget­to di con­te­sta­zio­ni – ave­va­no clas­si­fi­ca­to la repub­bli­ca come regi­me ibri­do o demo­cra­zia imper­fet­ta. Le ori­gi­ni del pro­ces­so di demo­cra­tic back­sli­ding («arre­tra­men­to demo­cra­ti­co») risal­go­no all’autunno 2020, quan­do la Ter­za rivo­lu­zio­ne kir­ghi­sa spin­se il pre­si­den­te Soo­ron­bay Jeen­be­kov a ras­se­gna­re le dimis­sio­ni. Nel­la fat­ti­spe­cie, le ele­zio­ni par­la­men­ta­ri dell’ottobre di quell’anno – vin­te dai par­ti­ti filo­go­ver­na­ti­vi – furo­no tac­cia­te di irre­go­la­ri­tà dal­la popo­la­zio­ne, che die­de vita nel­le set­ti­ma­ne seguen­ti a impo­nen­ti pro­te­ste di piaz­za. Il suc­ces­so di que­ste ulti­me per­mi­se a Sadyr Japa­rov di diven­ta­re il nuo­vo capo di Sta­to (cari­ca che rico­pre tut­to­ra), bene­fi­cian­do del sup­por­to par­la­men­ta­re. Inol­tre, le auto­ri­tà dichia­ra­ro­no inva­li­di i risul­ta­ti del­la pre­ce­den­te tor­na­ta elet­to­ra­le, indi­cen­do nuo­ve con­sul­ta­zio­ni per novem­bre 2021. Quest’ultime vide­ro la vit­to­ria del­le for­ze pro-Japa­rov, com­po­ste dal Par­ti­to Patriot­ti­co Poli­ti­co (noto come Meken­chil), Ynty­mak («Coe­sio­ne»), Ishe­nim («Fidu­cia»), Ata-Jurt Kyr­gyz­stan («Patria Kirghizistan»).

L’inizio delle riforme autoritarie 

Il nuo­vo ese­cu­ti­vo, tut­ta­via, non sem­bra pro­va­re par­ti­co­la­re sen­si­bi­li­tà ver­so dirit­ti uma­ni e valo­ri demo­cra­ti­ci; al con­tra­rio, è fau­to­re di impor­tan­ti rifor­me mira­te a raf­for­za­re la pre­si­den­za, inde­bo­li­re i cen­tri di pote­re alter­na­ti­vi e silen­zia­re la socie­tà civi­le. In par­ti­co­la­re, i cam­bia­men­ti costi­tu­zio­na­li appor­ta­ti nel 2021 han­no dimi­nui­to il nume­ro di par­la­men­ta­ri da 120 a 90, intro­dot­to la pos­si­bi­li­tà di due man­da­ti pre­si­den­zia­li con­se­cu­ti­vi e con­fe­ri­to al pre­si­den­te la facol­tà di nomi­na­re i ver­ti­ci del siste­ma giu­di­zia­rio e del­le for­ze dell’ordine. Paral­le­la­men­te, Japa­rov cer­ca di irro­bu­sti­re il pro­prio regi­me, impe­den­do che poten­zia­li avver­sa­ri pos­sa­no minac­cia­re i suoi pro­get­ti poli­ti­ci. Ad esem­pio, il par­la­men­to – domi­na­to da for­ze filo­go­ver­na­ti­ve – ha appro­va­to una leg­ge «anti fake news», che per­met­te alle auto­ri­tà di chiu­de­re o bloc­ca­re siti web con­te­nen­ti infor­ma­zio­ni rite­nu­te «fal­se» o «ine­sat­te». Tale prov­ve­di­men­to – for­mal­men­te fina­liz­za­to a com­bat­te­re la disin­for­ma­zio­ne – è accu­sa­to da diver­si osser­va­to­ri di com­pro­met­te­re la liber­tà degli orga­ni d’informazione. Alcu­ne sen­ten­ze giu­di­zia­rie, inve­ce, han­no ridot­to i luo­ghi dove le per­so­ne pos­so­no riu­nir­si, ren­den­do più dif­fi­ci­le la pos­si­bi­li­tà di ani­ma­re pro­te­ste e mani­fe­sta­zio­ni. Come se non bastas­se, una nuo­va dispo­si­zio­ne osta­co­la l’attività del­le orga­niz­za­zio­ni non gover­na­ti­ve, costret­te a regi­strar­si come agen­ti stra­nie­ri nel caso in cui rice­va­no finan­zia­men­ti dall’estero. Tale misu­ra ricor­da gli accor­gi­men­ti volu­ti dai gover­ni rus­so e geor­gia­no, vol­ti a sco­rag­gia­re la pre­sen­za di voci indi­pen­den­ti dal potere.

La repressione giudiziaria come strumento di controllo politico

Ovvia­men­te, i frut­ti ama­ri di tale poli­ti­ca non han­no tar­da­to a pale­sar­si. Le pri­me vit­ti­me sono sta­te media indi­pen­den­ti e per­so­na­li­tà pub­bli­che cri­ti­che nei con­fron­ti del gover­no, dive­nu­te ogget­to di pro­ce­di­men­ti lega­li. Il caso più cla­mo­ro­so riguar­da Bolot Temi­rov – gior­na­li­sta inve­sti­ga­ti­vo e cofon­da­to­re di Temi­rov Line – che ha dovu­to fron­teg­gia­re gra­vi accu­se mos­se dal­le auto­ri­tà, come pos­ses­so di stu­pe­fa­cen­ti, attra­ver­sa­men­to ille­ga­le del­la fron­tie­ra e fal­si­fi­ca­zio­ne di docu­men­ti. Al ter­mi­ne di un cal­va­rio giu­di­zia­rio, Temi­rov – deten­to­re di pas­sa­por­to rus­so – è sta­to espul­so nel­la Fede­ra­zio­ne Rus­sa e pri­va­to del­la cit­ta­di­nan­za kir­ghi­sa, acqui­si­ta irre­go­lar­men­te secon­do un tri­bu­na­le. Peral­tro, Temi­rov – al momen­to resi­den­te in una loca­li­tà igno­ta dell’Unione Euro­pea dopo aver lascia­to la Rus­sia – non ha potu­to vede­re la sua fami­glia o rac­co­glie­re effet­ti per­so­na­li pri­ma di abban­do­na­re il Pae­se. Un altro esem­pio riguar­da Sul­tan­bay Ayz­hi­gi­tov, ex depu­ta­to sol­le­va­to dal suo inca­ri­co lo scor­so mar­zo, col­pe­vo­le di aver ester­na­to cri­ti­che ver­so gli accor­di rag­giun­ti da Bish­kek con il Tagi­ki­stan. O anco­ra, il Par­ti­to Social­de­mo­cra­ti­co Kir­ghi­so (SPDK) – al pote­re tra il 2010 e il 2020 – sem­bra desti­na­to all’irrilevanza, essen­do sta­to inde­bo­li­to dall’arre­sto di tre figu­re ai ver­ti­ci del­lo stes­so, incri­mi­na­te per pre­sun­ti acqui­sti di voti. Per­fi­no il social­de­mo­cra­ti­co ed ex pre­si­den­te Almaz­bek Atam­bayev – costret­to all’esilio in Spa­gna nel 2023 – è sta­to con­dan­na­to in absen­tia sul­la base di nume­ro­si capi d’accusa. Mol­ti osser­va­to­ri con­si­de­ra­no poli­ti­ca­men­te moti­va­ti tali pro­ce­di­men­ti pena­li, accu­san­do l’esecutivo di stru­men­ta­liz­za­re la giu­sti­zia per sba­raz­zar­si dell’opposizione.

Il Kirghizistan diventa l’ennesima dittatura postsovietica

La deri­va auto­ri­ta­ria pre­ce­den­te­men­te descrit­ta non man­ca di susci­ta­re ripro­va­zio­ne nei gover­ni occi­den­ta­li e nel­le orga­niz­za­zio­ni a dife­sa dei dirit­ti uma­ni; cio­no­no­stan­te, il gover­no kir­ghi­so igno­ra tali cri­ti­che, man­te­nen­do misu­re repres­si­ve nei con­fron­ti di par­ti­ti poli­ti­ci, media indi­pen­den­ti, ONG e mani­fe­sta­zio­ni. Per oltre un quar­to di seco­lo, l’energica oppo­si­zio­ne poli­ti­ca, la viva­ce socie­tà civi­le e l’indipendenza dei media han­no distin­to il Pae­se dai suoi vici­ni cen­troa­sia­ti­ci. Eppu­re, i pochi anni del­la pre­si­den­za Japa­rov si stan­no rive­lan­do suf­fi­cien­ti a tra­sfor­ma­re il Kir­ghi­zi­stan nell’ennesima dit­ta­tu­ra postso­vie­ti­ca, affon­dan­do l’isola demo­cra­ti­ca dell’Asia cen­tra­le nel mare dell’autoritarismo.

Lorenzo Riva
Stu­den­te di Scien­ze sto­ri­che appas­sio­na­to di geo­po­li­ti­ca e lin­gui­sti­ca. La mia pro­fon­da curio­si­tà mi spin­ge ad appro­fon­di­re temi sco­no­sciu­ti ai più
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