La vita a pochi chilometri dal fronte
Dopo quasi quattro anni si avverte molto disinteresse verso il conflitto in Ucraina, uno dei più tragici dalla Seconda Guerra Mondiale. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, rimane più che mai necessario raccogliere informazioni e testimonianze: come si vive in Ucraina? Qual è il sentimento generale della popolazione? E ancora, quali sono le speranze per il futuro?
Si sono posti questi interrogativi a Carlo Saffioti, medico psichiatra e consigliere regionale di Forza Italia dal 1995 al 2013, che ha deciso di recarsi personalmente in una delle città più colpite, Kharkiv, a poche decine di chilometri dal fronte.
Cosa lo ha spinto ad intraprendere questo viaggio?
Ci tenevo molto ad andare in Ucraina, sia per un istintivo moto di solidarietà nei confronti di un Paese aggredito, sia per vedere di persona come stavano veramente le cose. Ho avuto notizia che il MEAN, Movimento Europeo di Azione Non violenta, che organizza progetti per l’assistenza umanitaria in Ucraina, stava preparando un viaggio a Kharkiv e ho deciso di aggregarmi.
Come valuta la corrispondenza tra l’informazione in Italia e la realtà?
Dell’Ucraina si parla poco e male, con una narrazione superficiale e lontana dal vero. Specialmente sui social girano montagne di fake news: addirittura, si dice che nelle città ci siano furgoni che rapiscono i ragazzi per spedirli al fronte; andando di persona sul posto ci si rende subito conto che sono tutte notizie campate per aria.
Qual è il sentimento degli abitanti verso la guerra?
Riferisco quello che ho visto e sentito da incontri sia organizzati, con sindaci, imprenditori e studenti, sia casuali, come con la controllora sul treno o col cameriere di un bar: non ce n’è uno che abbia accennato ad arrendersi alla Russia. Tutti vogliono che la guerra finisca e che si arrivi alla pace, ma non che questa sia una resa, soprattutto dopo i sacrifici che hanno dovuto sopportare finora. Parlare con queste persone mi ha dato l’idea che al contrario di quanto si dice in Italia, cioè che Zelensky costringa un’intera nazione a combattere, egli rappresenti davvero il sentimento popolare.
Com’è la vita a Kharkiv? Qual è il volto della città?
Alle undici di sera scatta il coprifuoco. Cinque o sei volte al giorno suonano le sirene che annunciano l’allarme e il cessato pericolo; quando si attivano di notte, la gente è invitata a recarsi nei rifugi. Una volta al giorno, una diversa sirena chiede un minuto di silenzio per i soldati, che vengono comunemente chiamati “difensori”.
I corridoi delle metropolitane sono molto affollati, soprattutto da donne. Questo anche perché ci sono tanti profughi e sfollati: nella sola Kharkiv, se ne contano cinquecentomila su una popolazione di due milioni di abitanti.
In giro ci sono tracce dei bombardamenti, come palazzi lesionati e case che al posto delle finestre hanno pannelli di compensato per attutire gli urti dei continui attacchi. La città non è completamente distrutta e gli edifici non sono rasi al suolo, anche perché gli ucraini fanno di tutto per ripararli subito.
Una normalità c’è e la si percepisce; nonostante tutto, la città vuole continuare a vivere.
Un’ultima domanda: come sono organizzate le università? Come vivono gli studenti?
Molti professori e anche alcuni studenti sono al fronte. Le lezioni si svolgono prevalentemente a distanza, anche perché gli atenei sono stati più volte bersaglio di attacchi aerei.
Nei programmi del sindaco compare infatti la necessità di costruire aule sotterranee per permettere la frequentazione in presenza e in sicurezza. Questo fa comprendere come l’idea di arrendersi non ci sia affatto e di come gli ucraini vogliano continuare a guardare al futuro, pur adattandosi alla guerra mentre questa infuria.
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