Ennesimo adattamento del conte vampiro, stavolta diventato una favola cristiana senza erotismo e con tanto di prete investigatore. Besson prova a modernizzare la storia, ma il confronto con gli altri Dracula non regge.
Adattare Dracula per il grande schermo è un’operazione che non brilla certo di originalità: soltanto negli ultimi due anni si contano ben 4 film sul personaggio del principe di Valacchia. La trama è ormai stranota: il vampiro Dracula scopre dopo quattro secoli che sua moglie defunta si è reincarnata in Mina, promessa sposa di un giovane avvocato venuto a fargli visita nel suo castello in Transilvania, quindi partirà per ricongiungersi col suo amore perduto.
Ma Luc Besson, intento a misurarsi con il capolavoro di Coppola, fa il passo più lungo della gamba nel tentativo di svecchiare il modello, trasformando la storia in una fiaba edulcorata a livello delle fiction Rai. Tra un prete investigatore e una faticosa conversione, il nuovo Dracula si prefigura come un film profondamente cristiano.
La favola dell’amore perduto
Dracula: A Love Tale è il titolo internazionale, che subito mette in chiaro che non si racconterà del Dracula mostruoso, ma una favola sull’amore perduto del conte. A rimarcare la natura fiabesca di questo adattamento vi è la colonna sonora di Danny Elfman, noto soprattutto per il suo sodalizio con Tim Burton.
L’incipit nel XV secolo è il classico c’era una volta che ci presenta il principe di Valacchia vivere allegramente con sua moglie Elisabetta. Besson insiste sull’amore che lega i due per costruire il suo Dracula come novella Bestia, diventata tale per aver perso la sua Bella. Tant’è che quando parte per combattere i turchi, Dracula chiede a Dio (tramite il papa) la promessa che sua moglie verrà salvata, per poi rinnegarlo una volta uccisa dai nemici.
«L’amor che move» il conte
Il conte ammazza il sacerdote che lo aveva benedetto prima della battaglia e diventa un vampiro, perché la sua fede era riposta nella donna più che in Dio. Una piega assai diversa rispetto al Dracula di Coppola, che col suo rifiuto di Dio si ribellava a tutta una serie di convenzioni religiose che la Chiesa gli aveva imposto perfino nel momento di massimo dolore. A questo serviva anche l’insistenza sulla lussuria, che Besson mitiga in favore di una lettura più romantica di Vlad l’Impalatore.
L’anticristo convertito da Don Matteo
Dracula, che in romeno può voler dire «figlio del drago» o «del diavolo», in questo adattamento è un fedele messo alla prova da Dio per 400 anni. La guerra, manco a dirlo, è contro se stesso: difatti, l’acerrimo nemico Van Helsing viene sostituito da un prete investigatore (Christoph Waltz). Il nuovo cacciatore di vampiri, che pure si diverte a impalare i seguaci del conte, di fronte a Dracula si trasforma in Don Matteo: prima di consegnarlo alla giustizia (divina), catechizza il conte e gli mostra una speranza di perdono nella fede. E infatti sarà lo stesso Dracula convertito a scegliere di farsi impalare, in nome di un amore più alto di quello per Mina.
Dracula politically correct?
I vari film su Dracula/Nosferatu hanno posto l’accento sulla morbosità del desiderio del conte. Dracula era una sorta di diavolo tentatore che riusciva a insidiare Mina, la cui castità era vacillante, rendendola schiava in un legame che aveva un forte carattere sensuale fino all’autodistruzione di entrambi.
Anche il conte di Besson è mosso da una passione morbosa, con la differenza però di essere un gentleman di buon cuore: non usa sotterfugi per sedurre Mina né oltrepassa mai veramente il limite, unico aspetto invidiabile di una rilettura in cui il massimo dell’erotismo è un morso sul collo.
La favola del maschio ossessionato che alla fine si redime lasciando andare l’oggetto del desiderio risulta infatti molto attuale come riflessione sulle relazioni tossiche. Virare su un film di Dracula in cui l’amore è quasi sempre platonico è stata una mossa audace, ma è venuta meno una serie di spunti che le altre versioni offrivano, con la conseguenza che anche la storia ha perso un po’ di mordente.

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