Ci sono spettacoli che ti invitano a sognare e altri che ti costringono a guardare il sogno negli occhi. Onironautica 3 appartiene alla seconda categoria: un viaggio perturbante e magnetico, dove la bellezza e l’inquietudine convivono nello stesso respiro.
La Fondazione Luciana Matalon, ospitata in un elegante palazzo affacciato su Foro Buonaparte – a pochi passi dal Castello Sforzesco – accoglie la terza edizione di Onironautica, progetto multidisciplinare firmato da Nello Taietti. Un’opera che, come le precedenti, affonda le sue radici nella cultura giapponese e nel rapporto mai pacificato tra realtà e immaginazione. Un legame che non nasce oggi: vent’anni fa Taietti aveva portato in scena Madama Butterfly al Teatro Strehler e proprio dall’opera pucciniana deriva la matrice originaria di questo percorso artistico.
Se l’eroina di Puccini vive di illusioni luminose, sospese tra l’inconsistenza del sogno e la durezza della vita, Onironautica 3 sceglie invece di scandagliare la parte oscura dell’inconscio. In Madama Butterfly la giovane Cio Cio-san ripone un amore cieco e disperato in Pinkerton, ufficiale statunitense per il quale il matrimonio è soltanto una parentesi esotica. Nel suo mondo, il sogno è rifugio e aspirazione, nella creazione di Taietti, il sogno diventa invece un territorio fragile, attraversato da paure, idiosincrasie e ossessioni.
È in questo spazio sospeso che prende forma la scena forse più potente dell’opera
Un feto, interpretato da Luan, lotta per venire alla luce emettendo latrati quasi animaleschi. È lui – ed è questa una delle intuizioni più originali di Taietti – a muoversi secondo i codici della danza Butoh: una gestualità spezzata, convulsa, irregolare, fatta di tremori, cadute e risalite che sembrano incarnare fisicamente l’angoscia e la fragilità dell’esistere. La creatura è rinchiusa in un uovo, un guscio imperfetto che la trattiene come in una prigione amniotica.
All’esterno, invece, si muove una ballerina di danza classica, figura di eleganza rarefatta e luminosità quasi soprannaturale. Il suo corpo disegna linee perfette, opposte e speculari alle convulsioni del feto: là dove lui trema, lei scivola; dove lui si contorce, lei si eleva. La coesistenza delle due forme di danza – una nata dall’oscurità, l’altra proiettata verso l’armonia – traduce visivamente il nucleo concettuale dello spettacolo: il confronto tra imperfezione e perfezione, tra caos originario e ordine ideale. Sullo sfondo, a completare la composizione, scorrono i raffinati kanji della calligrafa Sisyu, che avvolgono la scena in un’aura di antica sacralità.
Il contrasto è dichiarato e volutamente netto: da un lato la creatura incompleta, vulnerabile, quasi disturbante; dall’altro l’armonia perfetta del mondo esterno, la danza, la linea pulita dei caratteri giapponesi. A rafforzare questo attrito interviene la musica, che accosta in modo spiazzante Wagner, Puccini e sonorità techno, creando un cortocircuito estetico che rompe ogni aspettativa. Il Giappone evocato da Taietti non è infatti un luogo-cartolina, ma un orizzonte di riferimenti culturali che si stratificano fino a scontrarsi: dalla tradizione calligrafica ai paesaggi dell’Hokkaido, visitato dall’artista in un recente viaggio fotografico.
Taietti un DJ concettuale?
Ma Onironautica 3 non si limita alla cultura nipponica: nel tessuto dello spettacolo si insinuano anche suggestioni classiche, come il mito della Caverna platonica. L’uscita dalla placenta diventa qui metafora di un’improvvisa esposizione alla luce, troppo abbagliante per essere sostenuta: e il ritorno nell’oscurità del grembo rappresenta il rifiuto della conoscenza, il desiderio di regressione verso un’illusoria sicurezza.
Taietti si rivela così una sorta di “DJ concettuale”, capace di selezionare e mixare materiali lontanissimi – dal mito greco alla danza Butoh, dalla musica romantica all’estetica techno – facendoli convivere nel gioco dei contrasti. Il risultato è un mosaico ricco, complesso, stratificato. Forse, in alcuni momenti, troppo: l’opera sembra a tratti appesantita dalla densità dei riferimenti e manca talvolta quella componente più intima e riconoscibile che ci si aspetterebbe da un viaggio nel sogno. La parte fotografica, pur elegante, rischia di funzionare più come backstage che come reale estensione narrativa, e qualche elemento autobiografico – come il pittore che dipinge una carpa, richiamo alla pratica artistica di Taietti – appare più accennato che davvero integrato.
Resta però evidente l’enorme lavoro curatoriale di Vera Agosti, che riesce a fare da bussola in un percorso volutamente tortuoso, accompagnando lo spettatore nella lettura di un’opera complessa e sfaccettata, senza mai ridurne la forza evocativa.
In definitiva, Onironautica 3 non è uno spettacolo che si limita a essere visto: è un’esperienza che attraversa, inquieta e affascina, lasciando sospesi in quel fragile territorio dove il sogno si piega ma non si spezza. Ed è proprio lì, in quell’istante incerto, che l’arte di Taietti trova la sua voce più autentica.
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