Pier Paolo Pasolini, lo straniero. La sua opera, a 50 anni dalla morte

Pier Paolo Pasolini è stato un intellettuale poliedrico, sensibile e innovativo, sempre alla ricerca di nuove forme espressive. Il limitato successo della sua opera tra i giovani, probabilmente, è da ricercare nella sua diversità. Il percorso artistico di Pasolini si è arrestato solo con un omicidio dalle implicazioni inquietanti.

Lon­ta­no dall’archetipo dell’intellettuale impe­gna­to, Pier Pao­lo Paso­li­ni si pone­va pro­fon­da­men­te in con­tra­sto con ogni model­lo pre­sta­bi­li­to. Il suo è sta­to un per­cor­so arti­sti­co di una pro­fon­di­tà inte­rio­re impres­sio­nan­te, capa­ce di affron­ta­re l’abis­so esi­sten­zia­le, ele­van­do­lo a nucleo fon­da­ti­vo del­la pro­pria rifles­sio­ne, frut­to di una per­so­na­li­tà a un tem­po orgo­glio­sa e mar­chia­ta da una gran­de sof­fe­ren­za umana.

Gli esordi. La fuga dal nido e Roma

Paso­li­ni stu­dia a Bolo­gna e pas­sa le esta­ti a Casar­sa del­la Deli­zia (Por­de­no­ne), sfon­do del­le sue Poe­sie a Casar­sa (1942), pri­ma rac­col­ta poe­ti­ca in friu­la­no, la lin­gua mater­na. Arruo­la­to nel 1943, dopo l’8 set­tem­bre ripa­ra pres­so la casa mater­na, men­tre il fra­tel­lo Gui­do, par­ti­gia­no, vie­ne assas­si­na­to nel 1945 da alcu­ni mem­bri del­la bri­ga­ta Gari­bal­di per ragio­ni poli­ti­che. Dopo la lau­rea, Pier Pao­lo inse­gna in una scuo­la media nel Friu­li fino al 1949, quan­do una denun­cia per cor­ru­zio­ne di mino­ri e osce­ni­tà ren­de di domi­nio pub­bli­co la sua omosessualità.

Pro­ces­sa­to ed espul­so dal Par­ti­to Comu­ni­sta, cui ave­va ade­ri­to nel ‘47, Paso­li­ni vede suo padre bar­ri­car­si in casa per la ver­go­gna e, nel gen­na­io del 1950, lui e la madre Susan­na Colus­si lascia­no Casar­sa per rag­giun­ge­re Roma.

Dopo un pri­mo perio­do tra­va­glia­to, la fami­glia si asse­sta nel­la capi­ta­le e il gio­va­ne Pier Pao­lo, men­tre lavo­ra come cri­ti­co let­te­ra­rio e sce­neg­gia­to­re cine­ma­to­gra­fi­co, con­ti­nua a scri­ve­re poe­sia: i ver­si de La meglio gio­ven­tù (1954), anco­ra in friu­la­no, anti­ci­pa­no di un anno Ragaz­zi di vita(1955), roman­zo che san­ci­sce la sua affer­ma­zio­ne defi­ni­ti­va anche a cau­sa del pro­ces­so per osce­ni­tà, ter­mi­na­to con l’assoluzione, che ne segue l’uscita.

Le ceneri e la nuova fase artistica degli anni ‘60

Nel 1957 esce Le cene­ri di Gram­sci, pri­ma rac­col­ta in ita­lia­no. I poe­met­ti in ter­zi­ne dan­te­sche rac­con­ta­no il distac­co dal­le cate­go­rie mar­xia­ne e la cri­ti­ca alla diri­gen­za del PCI, nel con­te­sto del­l’in­va­sio­ne sovie­ti­ca dell’Ungheria nel 1956. I cri­ti­ci mar­xi­sti igno­ra­no l’opera, che, tut­ta­via, riscuo­te un cer­to suc­ces­so di pub­bli­co. In Una vita vio­len­ta(1959), il secon­do dei “roman­zi roma­ni”, la nar­ra­zio­ne del­le bor­ga­te è anco­ra più cari­ca ideo­lo­gi­ca­men­te. L’inizio degli anni Ses­san­ta, inve­ce, segna un cam­bia­men­to: in paral­le­lo all’attività poe­ti­ca, l’autore ini­zia l’esplorazione del cine­ma come mez­zo espres­si­vo del disor­di­ne inte­rio­re e socia­le

Pasolini scrittore, regista dimenticato

Oggi, chie­den­do agli stu­den­ti uni­ver­si­ta­ri qual è il pri­mo pen­sie­ro che vie­ne loro in men­te quan­do si par­la di Paso­li­ni, la mag­gio­ran­za rispon­de citan­do una sua ope­ra let­te­ra­ria o, comun­que, lo con­si­de­ra pri­ma di tut­to uno scrit­to­re. In pochi cono­sco­no il Paso­li­ni cinea­sta: una mino­ran­za di cine­fi­li e i pochi a cui sia capi­ta­to di vede­re di recen­te un suo film. Eppu­re Paso­li­ni ave­va un pen­sie­ro mol­to orga­ni­co e il cine­ma rap­pre­sen­ta­va uno dei mez­zi tra­mi­te cui riflet­te­re su tema­ti­che a lui care, come il comu­ni­smo, la sto­ria e il sin­go­lo, la socie­tà dei con­su­mi e il rap­por­to col potere.

Il bianco e nero politico

La con­trad­di­zio­ne poli­ti­ca, di cui già ren­de­va con­to ne Le cene­ri di Gram­sci, riguar­da da una par­te la sua fede al comu­ni­smo, dall’altra l’interesse ver­so quel «pro­le­ta­ria­to strac­cio­ne» che per­si­no Marx tra­scu­ra­va. I pove­ri del­le bor­ga­te roma­ne, appar­te­nen­ti a un mon­do che anco­ra non è cit­tà, sono espres­sio­ne di una spon­ta­nei­tà che il boom eco­no­mi­co sta per can­cel­la­re. Per que­sto Paso­li­ni li sce­glie come atto­ri nei pri­mi film Accat­to­ne (1961) e Mam­ma Roma (1962). Que­sta deci­sio­ne si rive­la anco­ra più poli­ti­ca ne Il Van­ge­lo secon­do Mat­teo (1964), dove un Gesù inter­pre­ta­to da un atti­vi­sta anti­fran­chi­sta spa­gno­lo pre­di­ca agli abi­tan­ti del Sud Ita­lia rurale.

«La rab­bia» con­tro la borghesia

Paso­li­ni è attrat­to da una cul­tu­ra popo­la­re che non pro­gre­di­sce, per­ché il pro­gres­so por­ta con sé un allon­ta­na­men­to dal­la vita fuo­ri dal tem­po del mon­do con­ta­di­no. Con­tro la bor­ghe­sia bac­chet­to­na del­la nuo­va socie­tà del benes­se­re si sca­glia soprat­tut­to nel­la Tri­lo­gia del­la vita, com­po­sta da Il Deca­me­ron (1971), I rac­con­ti di Can­ter­bu­ry (1972), Il fio­re del­le Mil­le e una not­te (1974).

Salò, il film più scomodo di Pasolini

In Salò, il sado­ma­so­chi­smo diSa­de rap­pre­sen­ta ciò che il pote­re fa del cor­po uma­no, cioè mani­po­lar­lo tra­sfor­man­do­ne la coscien­za e «isti­tuen­do dei nuo­vi valo­ri che sono alie­nan­ti e fal­si». Il ses­so non è più una tra­sgres­sio­ne del­le nor­me det­ta­te dal pote­re, ma qual­co­sa che lo asse­con­da, per­ché la liber­tà è una con­ces­sio­ne dall’alto, non una con­qui­sta dal basso.

Salò o le 120 gior­na­te di Sodo­ma avreb­be dovu­to costi­tui­re il pri­mo capi­to­lo di una Tri­lo­gia del­la mor­te a cui Paso­li­ni sta­va lavo­ran­do, ma ha rischia­to di non vede­re mai la luce a cau­sa del fur­to del­le bobi­ne. L’ultimo film del regi­sta è for­se anche il più sco­mo­do del­la sua car­rie­ra, tant’è che oggi si fa più con­vin­cen­te l’ipotesi che Paso­li­ni sia sta­to assas­si­na­to da per­so­ne vici­ne alla mala­vi­ta pro­prio nel ten­ta­ti­vo di recu­pe­ra­re le “piz­ze” tra­fu­ga­te del suo film.

Il nero mistero. Petrolio, gli Scritti corsari e la morte

All’inizio degli anni Set­tan­ta, Paso­li­ni ini­zia la reda­zio­ne di Petro­lio, roman­zo mai con­clu­so e pub­bli­ca­to nel 1992. Il sog­get­to è l’Italia del­le stra­gi di Sta­to, come Piaz­za Fon­ta­na nel 1969 e Piaz­za del­la Log­gia a Bre­scia nel 1974, temi del­le vibran­ti colon­ne pub­bli­ca­te dal­lo scrit­to­re sul Cor­rie­re del­la Sera a par­ti­re dal 1973, con­flui­te nel postu­mo Scrit­ti cor­sa­ri (1975).

Il pro­ta­go­ni­sta di Petro­lio, impie­ga­to dell’Eni, nel con­te­sto mag­ma­ti­co dell’Italia con­tem­po­ra­nea si tra­sfor­ma anch’egli diven­tan­do don­na. Nume­ro­si capi­to­li, inol­tre, sono dedi­ca­ti alla figu­ra di Enri­co Mat­tei, il pre­si­den­te dell’Eni mor­to in un inci­den­te aereo nel 1962. A par­ti­re dal 1974, Paso­li­ni rico­strui­sce la dina­mi­ca del­la sua scom­par­sa seguen­do la pista dell’omi­ci­dio di Sta­to, il cui man­dan­te sareb­be sta­to Euge­nio Cefis, suc­ces­so­re di Mat­tei alla pre­si­den­za del­la com­pa­gnia petro­li­fe­ra di Stato.

Pene­tran­do il labi­rin­to roman­ze­sco, lo scrit­to­re ha toc­ca­to con mano dei fat­ti che, anco­ra oggi, resta­no adom­bra­ti dal miste­ro. La sua sco­mo­di­tà, così, da fat­to esi­sten­zia­le diven­ta con­tra­sto a tut­to cam­po con gli stes­si inte­res­si eco­no­mi­ci e poli­ti­ci del pae­se. Pier Pao­lo Paso­li­ni muo­re assas­si­na­to nel­la not­te tra l’1 e il 2 novem­bre 1975. Il suo cor­po, sfi­gu­ra­to, vie­ne ritro­va­to da una pas­san­te all’idroscalo di Ostia.

«Pier Paolo», il Pasolini umano

In que­sto arti­co­lo abbia­mo pro­va­to a resti­tui­re solo una par­te del­la com­ples­si­tà del pen­sie­ro di Paso­li­ni. Del­la sua atti­vi­tà di scrit­to­re e regi­sta si con­ti­nua anco­ra oggi a discu­te­re, ma ci si dimen­ti­ca mol­to spes­so di Pier Pao­lo. Di que­sto suo lato uma­no ave­va recen­te­men­te dato un ritrat­to Dacia Marai­ni nel suo libro Caro Pier Pao­lo (Neri Poz­za, Mila­no, 2022), dan­do­ci anche una let­tu­ra psi­co­lo­gi­ca del­le sue idee con­ser­va­tri­ci. In una famo­sa inter­vi­sta di Gideon Bach­mann, Paso­li­ni affer­ma­va che «i gio­va­ni vivo­no nuo­vi valo­ri, con cui i vec­chi valo­ri, in nome dei qua­li io par­lo, sono incom­men­su­ra­bi­li». Eppu­re, oggi Paso­li­ni risul­ta attua­lis­si­mo nel suo esse­re peren­ne­men­te inat­tua­le. For­se non dovrem­mo con­si­de­ra­re i suoi film come vei­co­lo di un mes­sag­gio che non sem­pre con­di­vi­dia­mo, quan­to piut­to­sto una pro­vo­ca­zio­ne che susci­ti una discus­sio­ne su quei vec­chi valo­ri di cui Paso­li­ni si è fat­to difensore.

Con­di­vi­di:
Pietro Taglietti
Sono di Bre­scia e stu­dio Scien­ze uma­ni­sti­che per la comu­ni­ca­zio­ne. Mi pia­ce scri­ve­re, leg­ge­re, impa­ra­re nuo­ve lin­gue, cuci­na­re. Mi inte­res­so prin­ci­pal­men­te di sport, cul­tu­ra e arte e la cosa che pre­fe­ri­sco è esse­re indi­pen­den­te. Per tut­to il resto chie­de­te a mia madre.
Giuseppe Ciliberti
Stu­den­te di Let­te­re appas­sio­na­to di cine­ma, filo­so­fia e musica.

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