Regionali 2025: gli eurodeputati che non finiscono il mandato

Le opinioni espresse in questo editoriale sono esclusivamente degli autori e non riflettono il punto di vista della redazione, né costituiscono alcuna indicazione di voto. 

A queste regionali, metà dei candidati di sinistra erano eurodeputati e avrebbero dovuto lasciare il seggio, se eletti: una pratica decennale e trasversale, dannosa per l’importanza che diamo all’Europa. 

Oggi chiu­do­no i seg­gi elet­to­ra­li in Puglia, Cam­pa­nia e Vene­to: nel­la pri­ma di que­ste tre regio­ni, un cam­po lar­ghis­si­mo che va da Rifon­da­zio­ne a Ren­zi e Calen­da, pas­san­do per 5 Stel­le e PD, can­di­da l’ex-sindaco di Bari Anto­nio Deca­ro (PD).

 

Già con­si­glie­re regio­na­le, Deca­ro nel­lo scor­so decen­nio si era spo­sta­to alla Came­ra dei Depu­ta­ti, lascian­do però anzi­tem­po il seg­gio per esse­re elet­to sin­da­co del capo­luo­go; la scor­sa esta­te, a un mese dal­la sca­den­za del suo ulti­mo pos­si­bi­le man­da­to, è sta­to elet­to euro­de­pu­ta­to. Meno di un anno dopo (sui cin­que tota­li di man­da­to), il suo nome è com­par­so in un arti­co­lo del Foglio per una pos­si­bi­le can­di­da­tu­ra alle regio­na­li in Puglia, uffi­cia­liz­za­ta a settembre.

 

Nell’articolo, oltre a euro­de­pu­ta­ti per ora rima­sti a Stra­sbur­go (come la melo­nia­na Donaz­zan o Ruo­to­lo del PD), figu­ra­va­no altri due poli­ti­ci poi effet­ti­va­men­te can­di­da­ti dal cen­tro­si­ni­stra alle regio­na­li fra set­tem­bre e otto­bre: rispet­ti­va­men­te Mat­teo Ric­ci (PD) nel­le Mar­che e Pasqua­le Tri­di­co (M5S) in Cala­bria. Entram­bi han­no per­so e sono dun­que rima­sti in UE.

 

Il gior­na­li­sta Ales­san­dro Luna ha para­go­na­to le inef­fi­ca­ci scel­te del cen­tro­si­ni­stra alla com­po­si­zio­ne del­le squa­dre nei film hei­st. Al di là dell’efficacia, risul­ta piut­to­sto natu­ra­le met­te­re in dub­bio il valo­re dato a un man­da­to che vie­ne abban­do­na­to appe­na ce n’è l’occasione: l’impressione è che l’Europarlamento ven­ga usa­to come un par­cheg­gio, in atte­sa di posi­zio­ni miglio­ri, e a dir­lo non è sol­tan­to Luna ma (con altre paro­le) due docen­ti come Danie­le Pasqui­nuc­ci e Luca Ver­zi­chel­li, oltre vent’anni fa.

 

I due, ana­liz­zan­do sta­ti­sti­ca­men­te anche il tas­so di abban­do­no del man­da­to da par­te degli euro­par­la­men­ta­ri, descri­vo­no tre cate­go­rie di poli­ti­ci mol­to rap­pre­sen­ta­te ma inu­ti­li ai fini del­la costru­zio­ne di una clas­se poli­ti­ca euro­pea: gli «euro-pen­sio­na­ti», che han­no già esau­ri­to le pro­prie fun­zio­ni in patria; i «poli­ti­ci in peda­na», biso­gno­si di un tram­po­li­no per la car­rie­ra dome­sti­ca; i «poli­ti­ci in Euro­pa», qua­si turi­sti per caso, defi­ni­ti bac­k­ben­cher“in pan­chi­na”. In comu­ne han­no il fat­to di ave­re inte­res­si e com­pe­ten­ze nazio­na­li e non euro­pei, ergo di usa­re l’UE come sala d’attesa o supplemento.

 

Promesse non sempre mantenute 

 

Eppu­re sem­bra­va­no così con­vin­ti, pri­ma di esse­re elet­ti in Euro­pa: «L’u­ni­ca ansia che ho è quel­la di non tra­di­re la fidu­cia del­le per­so­ne», dice­va Deca­ro. Dopo l’elezione, Tri­di­co par­la­va di «sen­so di respon­sa­bi­li­tà». Per cari­tà, per il M5S “uno vale uno”, ma l’economista tene­va a sot­to­li­nea­re di aver «otte­nu­to il record di sem­pre di pre­fe­ren­ze del MoVi­men­to»; al Foglio, lo stes­so MoVi­men­to rispon­de­va che «i man­da­ti elet­ti­vi van­no fini­ti», posi­zio­ne che avreb­be ritrat­ta­to nei fat­ti tre mesi dopo. 

L’arti­co­lo 122 del­la Costi­tu­zio­ne san­ci­sce infat­ti l’incompatibilità di cari­che euro­pee e regio­na­li: qua­lo­ra elet­ti, que­sti euro­de­pu­ta­ti avreb­be­ro dovu­to lascia­re l’Europa. Non che sia di per sé pre­fe­ri­bi­le l’inverso: chi lascia la pre­si­den­za di regio­ne per anda­re in UE o a Roma, come Bonac­ci­ni (PD) dall’Emilia-Romagna o Zin­ga­ret­ti (PD) dal Lazio. 

For­se più gra­ve è la can­di­da­tu­ra stru­men­ta­le dei lea­der di par­ti­to, maga­ri capo­li­sta, al solo fine di attrar­re voti, con­sa­pe­vo­li di rinun­cia­re poi al seg­gio: alle euro­pee del 2024 l’hanno fat­to con una cer­ta tra­spa­ren­za Melo­ni e Schlein, ma anche Calen­da, con qual­che «gira­vol­ta». Una pra­ti­ca che Tri­di­co con­dan­na­va

 

Le possibili obiezioni

 

Non è che que­sti euro­de­pu­ta­ti rinun­cia­ta­ri sia­no neces­sa­ria­men­te disin­te­res­sa­ti all’UE: Tri­di­co risul­ta par­ti­co­lar­men­te vir­tuo­so, quan­to a nume­ro di rap­por­ti, discus­sio­ni e inter­ro­ga­zio­ni svol­te anche dopo lo smac­co in Calabria.

 

E non che non si pos­sa rima­ne­re fol­go­ra­ti sul­la via di Dama­sco in occa­sio­ne di una regio­na­le, ma il ful­mi­ne non dovreb­be col­pi­re così tan­te vol­te nel­lo stes­so pun­to: sono una quin­di­ci­na gli euro­de­pu­ta­ti can­di­da­ti a pre­si­den­ti di regio­ne dagli anni ‘90, quan­do è ini­zia­ta l’elezione diretta. 

 

Non di rado acca­de a sini­stra: nel 2000 Cac­cia­ri lasciò l’UE per il Vene­to (da con­si­glie­re), poi ci pro­vò Bres­so in Pie­mon­te e ci riu­scì Del Tur­co in Abruz­zo; fu poi il caso di Cro­cet­ta (Sici­lia), Ser­rac­chia­ni (Friu­li — Vene­zia Giu­lia) e Moret­ti (che in Vene­to seguì le orme di Cac­cia­ri come con­si­glie­ra, facen­do poi die­tro­front per tor­na­re pre­ma­tu­ra­men­te in UE); infi­ne, nel 2023 Majo­ri­no ha per­so le regio­na­li in Lom­bar­dia, ma risul­tan­do elet­to con­si­glie­re si è dimes­so da Bruxelles.

 

La destra, comun­que, non è immu­ne dal feno­me­no: lo fece­ro Lom­bar­do in Sici­lia nel 2008, Toti in Ligu­ria nel 2015 e già Fit­to in Puglia nel 2000, la pri­ma di una serie di ben quat­tro dimis­sio­ni anti­ci­pa­te fra UE e Camera.

 

Si potreb­be obiet­ta­re che il siste­ma elet­to­ra­le impli­chi una cer­ta rap­pre­sen­ta­zio­ne loca­le anche alle euro­pee, legit­ti­man­do l’ancoraggio ter­ri­to­ria­le dimo­stra­to da que­sti euro­de­pu­ta­ti —  una nostal­gia, un «amo­re per la nostra ter­ra» che avreb­be por­ta­to Ric­ci a cer­ca­re l’elezione nel­le Mar­che. Del resto, in cam­pa­gna elet­to­ra­le ave­va­no pale­sa­to inte­res­si pret­ta­men­te loca­li: per Ric­ci lo sco­po era lo «sfrat­to ad Acqua­ro­li», pre­si­den­te mar­chi­gia­no; per Tri­di­co era­no «la voce del Sud» e più fon­di al Sud (ma non disde­gna­va temi inter­na­zio­na­li); simi­li le prio­ri­tà di Deca­ro, che incal­za­to sul­la scar­si­tà di temi euro­pei rispon­de­va di ter­ri­to­ri e Sud.

 

Tut­ta­via, al di là del­la spe­cu­la­re inter­na­zio­na­liz­za­zio­ne del­le cam­pa­gne elet­to­ra­li in Cala­bria e Mar­che, que­ste pra­ti­che rischia­no di acui­re il diva­rio fra i cit­ta­di­ni e un’UE rite­nu­ta distan­te e vuo­ta; rischia­no di cor­ro­bo­ra­re l’idea di ele­zio­ni poco impat­tan­ti e in cui vota­re con meno sen­so di respon­sa­bi­li­tà. Ma, soprat­tut­to, il rischio è che si con­so­li­di la pra­ti­ca di usa­re l’Europarlamento come bonus per poli­ti­ci che non si rie­sco­no a piaz­za­re altro­ve, in atte­sa di ripe­scar­li siste­ma­ti­ca­men­te alle pri­me ele­zio­ni disponibili.

 

Par­cheg­gia­ti sì, ma a spi­na di pesce. 

Con­di­vi­di:
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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