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A queste regionali, metà dei candidati di sinistra erano eurodeputati e avrebbero dovuto lasciare il seggio, se eletti: una pratica decennale e trasversale, dannosa per l’importanza che diamo all’Europa.
Oggi chiudono i seggi elettorali in Puglia, Campania e Veneto: nella prima di queste tre regioni, un campo larghissimo che va da Rifondazione a Renzi e Calenda, passando per 5 Stelle e PD, candida l’ex-sindaco di Bari Antonio Decaro (PD).
Già consigliere regionale, Decaro nello scorso decennio si era spostato alla Camera dei Deputati, lasciando però anzitempo il seggio per essere eletto sindaco del capoluogo; la scorsa estate, a un mese dalla scadenza del suo ultimo possibile mandato, è stato eletto eurodeputato. Meno di un anno dopo (sui cinque totali di mandato), il suo nome è comparso in un articolo del Foglio per una possibile candidatura alle regionali in Puglia, ufficializzata a settembre.
Nell’articolo, oltre a eurodeputati per ora rimasti a Strasburgo (come la meloniana Donazzan o Ruotolo del PD), figuravano altri due politici poi effettivamente candidati dal centrosinistra alle regionali fra settembre e ottobre: rispettivamente Matteo Ricci (PD) nelle Marche e Pasquale Tridico (M5S) in Calabria. Entrambi hanno perso e sono dunque rimasti in UE.
Il giornalista Alessandro Luna ha paragonato le inefficaci scelte del centrosinistra alla composizione delle squadre nei film heist. Al di là dell’efficacia, risulta piuttosto naturale mettere in dubbio il valore dato a un mandato che viene abbandonato appena ce n’è l’occasione: l’impressione è che l’Europarlamento venga usato come un parcheggio, in attesa di posizioni migliori, e a dirlo non è soltanto Luna ma (con altre parole) due docenti come Daniele Pasquinucci e Luca Verzichelli, oltre vent’anni fa.
I due, analizzando statisticamente anche il tasso di abbandono del mandato da parte degli europarlamentari, descrivono tre categorie di politici molto rappresentate ma inutili ai fini della costruzione di una classe politica europea: gli «euro-pensionati», che hanno già esaurito le proprie funzioni in patria; i «politici in pedana», bisognosi di un trampolino per la carriera domestica; i «politici in Europa», quasi turisti per caso, definiti backbencher, “in panchina”. In comune hanno il fatto di avere interessi e competenze nazionali e non europei, ergo di usare l’UE come sala d’attesa o supplemento.
Promesse non sempre mantenute
Eppure sembravano così convinti, prima di essere eletti in Europa: «L’unica ansia che ho è quella di non tradire la fiducia delle persone», diceva Decaro. Dopo l’elezione, Tridico parlava di «senso di responsabilità». Per carità, per il M5S “uno vale uno”, ma l’economista teneva a sottolineare di aver «ottenuto il record di sempre di preferenze del MoVimento»; al Foglio, lo stesso MoVimento rispondeva che «i mandati elettivi vanno finiti», posizione che avrebbe ritrattato nei fatti tre mesi dopo.
L’articolo 122 della Costituzione sancisce infatti l’incompatibilità di cariche europee e regionali: qualora eletti, questi eurodeputati avrebbero dovuto lasciare l’Europa. Non che sia di per sé preferibile l’inverso: chi lascia la presidenza di regione per andare in UE o a Roma, come Bonaccini (PD) dall’Emilia-Romagna o Zingaretti (PD) dal Lazio.
Forse più grave è la candidatura strumentale dei leader di partito, magari capolista, al solo fine di attrarre voti, consapevoli di rinunciare poi al seggio: alle europee del 2024 l’hanno fatto con una certa trasparenza Meloni e Schlein, ma anche Calenda, con qualche «giravolta». Una pratica che Tridico condannava.
Le possibili obiezioni
Non è che questi eurodeputati rinunciatari siano necessariamente disinteressati all’UE: Tridico risulta particolarmente virtuoso, quanto a numero di rapporti, discussioni e interrogazioni svolte anche dopo lo smacco in Calabria.
E non che non si possa rimanere folgorati sulla via di Damasco in occasione di una regionale, ma il fulmine non dovrebbe colpire così tante volte nello stesso punto: sono una quindicina gli eurodeputati candidati a presidenti di regione dagli anni ‘90, quando è iniziata l’elezione diretta.
Non di rado accade a sinistra: nel 2000 Cacciari lasciò l’UE per il Veneto (da consigliere), poi ci provò Bresso in Piemonte e ci riuscì Del Turco in Abruzzo; fu poi il caso di Crocetta (Sicilia), Serracchiani (Friuli — Venezia Giulia) e Moretti (che in Veneto seguì le orme di Cacciari come consigliera, facendo poi dietrofront per tornare prematuramente in UE); infine, nel 2023 Majorino ha perso le regionali in Lombardia, ma risultando eletto consigliere si è dimesso da Bruxelles.
La destra, comunque, non è immune dal fenomeno: lo fecero Lombardo in Sicilia nel 2008, Toti in Liguria nel 2015 e già Fitto in Puglia nel 2000, la prima di una serie di ben quattro dimissioni anticipate fra UE e Camera.
Si potrebbe obiettare che il sistema elettorale implichi una certa rappresentazione locale anche alle europee, legittimando l’ancoraggio territoriale dimostrato da questi eurodeputati — una nostalgia, un «amore per la nostra terra» che avrebbe portato Ricci a cercare l’elezione nelle Marche. Del resto, in campagna elettorale avevano palesato interessi prettamente locali: per Ricci lo scopo era lo «sfratto ad Acquaroli», presidente marchigiano; per Tridico erano «la voce del Sud» e più fondi al Sud (ma non disdegnava temi internazionali); simili le priorità di Decaro, che incalzato sulla scarsità di temi europei rispondeva di territori e Sud.
Tuttavia, al di là della speculare internazionalizzazione delle campagne elettorali in Calabria e Marche, queste pratiche rischiano di acuire il divario fra i cittadini e un’UE ritenuta distante e vuota; rischiano di corroborare l’idea di elezioni poco impattanti e in cui votare con meno senso di responsabilità. Ma, soprattutto, il rischio è che si consolidi la pratica di usare l’Europarlamento come bonus per politici che non si riescono a piazzare altrove, in attesa di ripescarli sistematicamente alle prime elezioni disponibili.
Parcheggiati sì, ma a spina di pesce.

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