In occasione del centenario dalla morte di Anna Kuliscioff la fondazione a lei dedicata ripercorre le tappe fondamentali della sua vita, i suoi successi e le sue difficoltà, per ricordare una donna straordinaria, che ha dedicato tutta la sua vita alla lotta per i diritti.
Oggi, 29 dicembre, Marina Cattaneo, vicepresidente della Fondazione Anna Kuliscioff, ci racconta come questa donna abbia segnato la storia del socialismo e la lotta per i diritti in Italia, mettendo in luce il suo impegno instancabile, le difficoltà che ha affrontato e i risultati concreti delle sue battaglie.
Anna fu la donna dei diritti: non lottò solamente per le donne, ma per gli emarginati, per i poveri, per i bambini. Oggi è importante ricordare la sua figura per ricordarci che nessun diritto è dato per sempre, ma che dobbiamo sempre combattere attivamente per difendere la nostra libertà.

Se si pensa alla nascita del socialismo, molto spesso viene alla mente solamente Turati. In realtà, Anna Kuliscioff ha avuto un ruolo fondamentale nei primi anni del Partito socialista. Come mai, secondo lei, è una figura così trascurata?
«La premessa doverosa è che, in qualsiasi periodo storico, il protagonismo delle donne non è mai determinato. In più, nel periodo di Kuliscioff era imperante una cultura che relegava la politica all’ambito maschile. Lei, invece, è fondamentale proprio per il ruolo che assume all’interno della costruzione del socialismo italiano. È la prima a introdurre, insieme ad Andrea Costa, il concetto di socialismo scientifico. È la studiosa.
Sicuramente il fatto che venga presa un po’ “sotto banco” dipende proprio dal fatto che è una donna. Inoltre, nel suo periodo storico, rappresentava a un certo punto la parte riformista del Partito socialista, contrapposta al massimalismo. È una corrente che, soprattutto nel secondo dopoguerra, attraversa traversie storiche importanti. Il Fronte popolare riscopre alcune figure, non solo Kuliscioff, ma anche Matteotti e Turati, che non facevano molto comodo al pensiero che doveva essere portato avanti. Così lei rimane ai margini.
La sua dimenticanza nasce quindi sia da una cultura maschile imperante sia dalla necessità di affermare una certa linea di partito con cui lei non era d’accordo. Il suo operato, infatti, mirava non alla conquista del potere attraverso la dittatura del proletariato, ma alla lotta parlamentare e alle riforme».
Anna Kuliscioff è generalmente ricordata per la sua militanza socialista, ma si batté moltissimo anche per la questione femminile, all’epoca marginale tra gli stessi socialisti. Quali risultati riuscì a ottenere per la condizione femminile nel suo tempo?
«Intanto il risultato che se ne parlasse nel partito, anche se lei ha uno scontro continuo al suo interno, con tutti (Treves, Turati…). Sicuramente il suo risultato più grosso è che, proprio a partire dalla sua esperienza di dottoressa, lei viene a contatto con le malattie professionali. Da lì è l’unico vero risultato di Anna. Anche se fare una conferenza nel 1890 dal titolo Il monopolio dell’uomo secondo me è un grandissimo risultato, sia per il titolo sia per le cose che ha scritto e che valgono tuttora. Però lei comincia a studiare le malattie professionali, soprattutto quelle che colpivano le donne e i ragazzi. Da lì lei comincia a pensare al fatto che il Partito socialista debba impegnarsi sul miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro all’interno delle aziende. Elabora nel 1896 questo progetto che sottopone al partito, che interviene sul miglioramento delle condizioni di vita delle donne e dei fanciulli nelle fabbriche. Il Partito socialista non lo prende in mano fino al 1900 e nel 1902 viene approvata la legge Carcano. Questa legge non è il progetto di Anna, assolutamente. Vengono però recepiti, rispetto ai tempi, alcuni elementi importanti, come il congedo dopo la maternità. Quindi è sicuramente un progetto di legge estremamente edulcorato, però è il primo grande risultato che lei ottiene all’interno del riconoscimento del problema femminile e delle sue battaglie nel partito. Soprattutto, lei comincia ad elaborare questa idea per cui rimane fondamentale il lavoro come strumento emancipatorio, di autonomia finanziaria e dunque come autodeterminazione. […]»
Anna non si limitava a scrivere progetti di legge: quali strumenti usava per diffondere le sue idee e dare voce alle donne lavoratrici?
«Anna fonda la rivista La difesa delle lavoratrici, la prima grande rivista delle donne socialiste, che coinvolge redattrici, scrittrici e lavoratrici. La rubrica Dalla campagna e dalle officine raccontava anche la propaganda socialista femminile. Celebre il racconto di una donna che attraversa i campi allagati per parlare alle mondine, bagnata fradicia, non per diffondere la rivista, ma le posizioni del Partito socialista sulle donne.»
Quanto fu controcorrente, nella sua battaglia femminista, rispetto ai vertici del Partito socialista?
«Totalmente controcorrente. Basta leggere le pagine dell’Avanti! e di Critica sociale dove dice a Turati che non aveva capito niente. Ma anche perché le motivazioni di Turati (per contestare la battaglia di Kuliscioff per il suffragio universale, ndr) sono delle motivazioni contestabilissime: «Ci sono cose più importanti», «le donne voterebbero per i clericali» … Non è vero che era un problema minore, che, come diceva Turati, «abbiamo cose più importanti a cui pensare», certo, ci sono certo, ma c’è anche questa. E lei
infatti è durissima. Da questo nasce una cosa che non è tanto segnata nelle fonti storiche. Quando nasce Critica Sociale, loro si firmano A. F. o K. T., ma poi si firmano «noi». Quel noi rappresentava il fatto che l’avevano fondata insieme quella rivista. Dopo la «polemica in famiglia», c’è una rottura proprio dal punto di vista del pensiero comune con Filippo, lei non firma più «noi». Lei sottolinea la distanza, anche attraverso la fondazione de La difesa delle lavoratrici».
Anna Kuliscioff fu una personalità eclettica, non solo una paladina per i diritti delle donne e una militante socialista, fu anche medico. Come mai, secondo lei, questo aspetto è largamente trascurato e quanto ha effettivamente pesato nella vita di Anna?
«Tantissimo. È estremamente importante per lei questa cosa, perché innanzitutto la salute è la prima cosa che tocca le condizioni di vita delle persone più disagiate, degli umili. È il modo più immediato per stare vicino alle condizioni degli umili e degli oppressi, soprattutto delle donne. […]. Dopodiché lei ha questa strada straordinaria, perché è come se avesse cento vite per riuscire a laurearsi in medicina, […] finché poi fa questa specializzazione sulle febbri puerperali, che in effetti è stata rivoluzionaria. Anna va a scoprirne l’origine batterica, contribuendo a salvare migliaia di donne. Questo poi si esplica nella sua professione qui a Milano, per cui viene soprannominata «la dottora dei poveri». È fondamentale la sua presenza come medica, perché lei contribuisce alla costruzione di una «medicina sociale». […] Andando a lavorare all’ospedale dei poveri della Ravizza, alla Camera del lavoro di Milano nell’ambulanza predisposta, lei viene veramente a contatto con le condizioni miserevoli della popolazione e con le condizioni dettate dalle malattie professionali […]».
Tra le sue battaglie, quali ritiene siano state le più innovative o “avanti sui tempi”?
«Secondo me la cosa in più innovativa è sicuramente la lettura della condizione femminile, cioè Il monopolio dell’uomo. Dopo 135 anni mostra ancora tutta la sua attualità, cioè la capacità di mettere insieme la battaglia per il reale riconoscimento del ruolo femminile nella famiglia, nel lavoro, nella società… Quindi, secondo me, sì, la battaglia più innovativa – per dirla con una terminologia veloce – è quella sull’emancipazione femminile, che parte però non da uno slogan astratto, ma da uno studio concreto delle condizioni di vita delle donne […]».
Quale crede sia oggi la sua eredità meno conosciuta?
«Probabilmente la sua attività di scienziata e di dottoressa. Anna è entrata nell’immaginario collettivo come la dottora dei poveri, però è meno conosciuta la fatica per arrivare a essere questo e tutto il contenuto scientifico e sociale che era dentro a questa affermazione. Perché quando Anna arriva da qualcuno è certamente un medico, visita il paziente, ma è una donna ed è una donna socialista e quindi porta un bagaglio di umanità tale per cui la persona che viene visitata trova in lei una confidente, un’amica. […]
Inoltre questo parte dalla mia esperienza di movimento delle donne: negli anni Settanta una delle parole d’ordine era «il personale è politico e il pubblico è privato». Secondo me pochi si rendono conto di come questo fosse invece connaturato in Anna Kuliscioff. Lei non fa mai nulla per cui il suo fare politico non sia anche personale, per cui il suo fare privato non sia anche pubblico. Questa cosa, secondo me, non è mai stata sottolineata, di come lei incarni questa capacità, anche nel fare politica, di mettere il proprio sentimento, non il sentimentalismo, ma il proprio essere».
Perché è oggi importante ricordare la sua figura?
«Oggi è importante ricordare la sua figura e soprattutto farla conoscere alle nuove generazioni, per far vivere, secondo me, queste straordinarie vite che lei ha vissuto e per far capire il percorso di questa donna straordinaria le cui cose che ha scritto e detto sono ancora di estrema attualità. Anna è la donna dei diritti: è la donna del diritto all’istruzione, del diritto al lavoro, del diritto all’emancipazione, del diritto alla libertà e all’eguaglianza. È fondamentale ricordarla in un periodo storico in cui, secondo me, lo stesso movimento delle donne si è un attimo seduto, non c’è più un filo rosa che unisce tutte le donne interessate a queste problematiche. Soprattutto non c’è, secondo me, tantissima consapevolezza che un diritto, una volta conquistato, non vuol dire che sia assodato. Allora una “personaggia” come Anna, che fa dei diritti la sua vita, per lei e per gli altri, secondo me è da far conoscere e da spiegare. Perché i diritti che noi abbiamo adesso possono essere messi in discussione, ma poi sono le nuove generazioni che ne pagano le conseguenze».
Qual è il ruolo della Fondazione nel preservare la sua memoria?
«[…] La Fondazione ha lo scopo di conservare la memoria, promuovere studi sul movimento operaio, sul movimento sindacale, stare al passo coi tempi sui problemi del mondo del lavoro, del welfare… Ma soprattutto quello di mettere al centro la cultura socialista di Anna Kuliscioff, la figura del socialismo riformista italiano».
Per tutti gli eventi e le iniziative organizzate per il centenario:
https://www.centenarioannakuliscioff.it/
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