BOVARY: Flaubert a teatro

BOVARY, lo spettacolo teatrale nato dalla mente del regista Stefano Cordella e dalla penna di Elena C. Patacchini, è il secondo di una trilogia (ancora in corso), iniziata con l’adattamento teatrale di Le notti bianche di Dostoevskij, che si propone di scoprire se le percezioni attorno dell’amore, descritte da grandi autori, siano cambiate o rimangano le stesse nella società contemporanea.

Si è con­clu­sa il 30 novem­bre la teni­tu­ra del­lo spet­ta­co­lo BOVARY al Tea­tro Lit­ta, il più anti­co tea­tro di Mila­no, pro­dot­to da MTM (Mani­fat­tu­re Tea­tra­li Milanesi).

«Una buo­na rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la rela­zio­ne matri­mo­nia­le, con le sue istan­ze, i suoi com­pro­mes­si, le sue disil­lu­sio­ni… a vol­te atro­ci, rispet­to al cuo­re del­l’u­ma­ni­tà. Le cita­zio­ni di Flau­bert costel­la­no l’in­te­ro spet­ta­co­lo, dan­do un po’ di pro­fon­di­tà, ma il lega­me con il roman­zo Mada­me Bova­ry è dav­ve­ro sot­ti­le», con que­ste paro­le Ales­san­dra Pre­da, docen­te ordi­na­rio di Let­te­ra­tu­ra Fran­ce­se dell’Università degli stu­di di Mila­no, evi­den­zia come gli auto­ri del­la rap­pre­sen­ta­zio­ne tea­tra­le si sia­no ser­vi­ti rispet­to­sa­men­te del capo­la­vo­ro di Flau­bert per riflet­te­re sui dolo­ri che può cau­sa­re l’amore.

Infat­ti, l’opera è scan­di­ta solo in par­te da situa­zio­ni che rical­ca­no il libro dell’autore fran­ce­se e si pren­de la liber­tà di inse­ri­re nuo­ve sce­ne, anche nel sol­co di una comi­ci­tà che fa da con­tral­ta­re alla sof­fe­ren­za pro­va­ta dai due soli per­so­nag­gi che appa­io­no sul pal­co. Ciò che rima­ne inal­te­ra­to sono la soli­tu­di­ne e il dram­ma vis­su­ti dai pro­ta­go­ni­sti Emma e Charles.

La sofferenza di una donna in balia del suo tempo

Emma, inter­pre­ta­ta da una toc­can­te Ana­hì Tra­ver­si, è una don­na in balia dei tem­pi in cui vive e per que­sto le sue sof­fe­ren­ze han­no dei nuo­vi pun­ti d’origine. Ad esem­pio, Emma ha un lavo­ro, il qua­le, vista la sua immen­sa pas­sio­ne per i libri, dai qua­li deri­va il desi­de­rio di un amo­re idea­le, non pote­va che esse­re quel­lo dell’editor e nel men­tre ten­ta una car­rie­ra da scrittrice.

Que­ste con­tin­gen­ze fan­no da sfon­do al per­so­nag­gio di Emma e una vol­ta comu­ni­ca­te non ritor­na­no al cen­tro del­la sce­na, ma riman­go­no fon­da­men­ta­li per coglie­re come la sof­fe­ren­za di que­sta nuo­va Bova­ry sia aggra­va­ta da una mag­gio­re vici­nan­za alla real­tà vera e dura. Nono­stan­te que­sto, però, Emma deci­de di com­bat­te­re per il suo desi­de­rio d’amore, nel­la spe­ran­za che que­sto arrivi:

«A vol­te mi sem­bra che fac­cia­mo del­le cose nel­la spe­ran­za di far­ne altre, come se faces­si­mo fin­ta che le cose che stia­mo facen­do sia­no vere ma non sono vere, le fac­cia­mo, ma non sono vere, sono solo un alle­na­men­to, una pro­va. Le cose vere le fare­mo dopo».

La pro­ta­go­ni­sta lot­ta ini­zial­men­te rima­nen­do fede­le al pro­prio mari­to, fedel­tà sim­bo­leg­gia­ta dal vesti­to color bian­co, di cui apprez­za l’amore incon­di­zio­na­to che per­de di valo­re a cau­sa di quel­la che ai suoi occhi si rive­la esse­re medio­cri­tà. Suc­ces­si­va­men­te indos­sa un vesti­to nero d’epoca, a sim­bo­leg­gia­re l’ellittico tra­di­men­to con uomo che non è riu­sci­to a soddisfarla.

La ricerca della normalità

Char­les, inve­ce, inter­pre­ta­to da un otti­mo Pie­tro De Pasca­lis, incar­na un per­so­nag­gio defi­ni­to medio­cre, ma che si auto­de­fi­ni­sce nor­ma­le, che aspi­ra ad otte­ne­re ciò che la vita sem­bra pre­ve­de­re per la mag­gior par­te del­le per­so­ne: una moglie d’amare, un figlio con un nome ordi­na­rio e degli ami­ci con cui «orga­niz­za­re del­le piz­za­te». Ma la sua nor­ma­li­tà è stra­vol­ta dal­le richie­ste e dal­le lamen­te­le di Emma che costan­te­men­te si illu­de di tro­va­re in un luo­go nuo­vo, con del­le per­so­ne nuo­ve e che cono­sce la feli­ci­tà che Char­les, inve­ce, cre­de­va di aver tro­va­to in lei.

Poco pri­ma del gran fina­le, tra le ulti­me bat­tu­te, in un mono­lo­go che uni­sce il paro­di­co allo stra­zio vie­ne sti­la­to un elen­co di atti­vi­tà pro­prie dei tem­pi di oggi con le qua­li, la pro­ta­go­ni­sta, ha cer­ca­to di tro­va­re un sur­ro­ga­to per la pro­pria feli­ci­tà e tra que­ste opzio­ni vie­ne cita­to l’acquisto di un cane, imma­gi­ne che, for­se incon­sa­pe­vol­men­te, ripren­de una sce­na del­lo spet­ta­co­lo par­ti­co­lar­men­te signi­fi­ca­ti­va, in cui Emma Bova­ry ha una con­ver­sa­zio­ne col suo tan­to ama­to cane che alla fine scap­pa. La fuga di que­sto cane mostra il peso dell’essere uma­no che appe­san­ti­to dal­la ragio­ne che lo distin­gue dagli altri ani­ma­li, spes­so fini­sce per tra­sci­nar­si fino alla mor­te, non tro­van­do la leg­ge­rez­za neces­sa­ria a segui­re il pro­prio essere.

Lo spet­ta­co­lo non pro­po­ne solu­zio­ni, ma dà voce a dei sen­ti­men­ti e a del­le emo­zio­ni che dai per­so­nag­gi pro­ta­go­ni­sti sono sta­ti per trop­po tem­po taciuti.

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Giampaolo Romano
Stu­den­te di Let­te­re che pro­va a scri­ve­re qual­co­sa di inte­res­san­te e nel frat­tem­po cer­ca di diver­tir­si e rilassarsi

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