A dicembre i dizionari scelgono la parola dell’anno. L’Oxford Dictionary ha scelto la locuzione “rage bait” per il 2025, mentre nel 2024 aveva scelto “brain rot”. La Generazione Z diffonde parole nuove sui social che finiscono per entrare anche nei dizionari. Cambia così il nostro modo di parlare, ma queste parole raccontano anche la realtà in cui viviamo.
“Rage bait” e “brain rot”
Anche se si tratta di espressioni inglesi, oggi “rage bait” e “brain rot” fanno parte del linguaggio quotidiano della Generazione Z. Sono termini che derivano da piattaforme social come TikTok, dove l’inglese è la lingua dominante, e vengono acquisiti e usati anche in altri contesti linguistici. Entrambe le espressioni rientrano tra i neologismi del 2025 della Treccani, che lo scorso anno aveva inserito anche parole molto diffuse su TikTok come “creator”, “demure”, “POV” e “slayare”.
L’espressione “rage bait”, tradotta letteralmente come “esca per la rabbia”, indica una tipologia di contenuti creati e pubblicati online con l’intenzione di suscitare sentimenti di frustrazione in chi li guarda e con l’obiettivo di generare engagement. Gli utenti tendono a manifestare il proprio disappunto, generando interazioni e aumentando la visibilità del post. “Brain rot”, invece, è quella sensazione di “cervello marcio” che si prova dopo aver passato molto tempo a consumare contenuti online.
Il nostro rapporto con la tecnologia
Questi termini raccontano il nostro rapporto con la tecnologia e la sua evoluzione. I contenuti digitali sono spesso polarizzati e tendono a mercificare le nostre emozioni con l’obiettivo di trattenerci il più a lungo possibile all’interno delle piattaforme.
Come ha dichiarato Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages: «Queste parole non descrivono solo delle tendenze, ma rivelano anche come le piattaforme digitali stiano ridefinendo il nostro modo di pensare e di comportarci».
Non a caso, anche il dizionario Cambridge ha scelto per il 2025 una parola legata alla tecnologia e al suo ruolo nelle nostre vite: l’aggettivo parasocial, che indica la connessione emotiva che una persona sente nei confronti di un personaggio di una serie o di un film, di una celebrità o persino di un’intelligenza artificiale.
Il linguista americano Adam Aleksic ha analizzato il modo in cui TikTok sta cambiando il linguaggio nel suo libro Algospeak, la lingua dell’algoritmo. Secondo Aleksic, la lingua è sempre stata influenzata dalle innovazioni tecnologiche, ma oggi l’algoritmo accelera questo processo.
Basandosi sui trend, TikTok spinge i creator a usare determinate parole per ottenere visibilità, così alcune espressioni diventano virali. In alcuni casi, nuove parole nascono per aggirare la censura delle piattaforme che hanno delle linee guida restrittive sull’utilizzo di alcuni termini. Ad esempio, la parola unalive, cioè “non vivo”, viene utilizzata al posto di kill, “uccidere”. In altri casi i neologismi servono a colmare vuoti semantici, come la parola selfie, nata per dare un nome a un’azione per cui non esisteva un termine specifico.
La lingua riflette la società
La Treccani ha scelto “fiducia” come parola del 2025, ritenendola significativa in un contesto di instabilità geopolitica e sociale e legata alla necessità di rafforzare i legami collettivi e il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Se “fiducia” indica ciò di cui abbiamo bisogno, i neologismi provenienti dalle piattaforme social raccontano la nostra realtà.

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