Il 14 dicembre 1995 la Bosnia-Erzegovina usciva formalmente dall’incubo della guerra. La firma a Parigi degli accordi di Dayton – salutata come una vittoria della diplomazia – pose fine a un atroce conflitto che in tre anni e mezzo aveva prodotto 100.000 morti, oltre due milioni di profughi e violenze sistematiche contro la popolazione civile.
Ciononostante, il trattato rimane molto controverso. Infatti, se da un lato il documento ha garantito la cessazione delle ostilità, dall’altro non ha costruito uno Stato pacificato e funzionante. Al contrario, ha congelato le fratture della società bosniaca e creato un sistema fragile, inefficiente e manipolato da élite nazionaliste dalle dubbie credenziali democratiche.
Per comprendere questa difficile realtà è necessario ripercorrere le origini della guerra e il successivo processo di peacebuilding.
La Jugoslavia socialista era una federazione composta da sei repubbliche formalmente autonome ma, di fatto, governate in modo centralizzato dal maresciallo Tito. Dopo la sua morte, la crisi economica e il declino del potere federale alimentarono il riemergere dei nazionalismi. Nel 1991 Slovenia e Croazia dichiararono l’indipendenza, seguite l’anno dopo dalla Bosnia-Erzegovina, uno Stato etnicamente eterogeneo composto da bosgnacchi, serbi e croati.
Quest’ultima, però, era uno Stato estremamente eterogeneo: secondo il censimento del 1991, bosgnacchi, serbi e croati costituivano rispettivamente il 43,48%, il 31,22% e il 17,39% della popolazione. Pur condividendo la stessa lingua, le tre comunità abbracciavano tradizioni e identità politiche diverse. I bosgnacchi sostenevano la nascita di uno Stato unitario, mentre i serbo-bosniaci preferivano mantenere i legami con Belgrado. I croati, pur appoggiando formalmente l’indipendenza, la interpretavano come un passaggio verso l’unione con Zagabria.
Il referendum per la secessione dalla Jugoslavia – boicottato dai serbi – portò alla proclamazione della Repubblica Srpska, mentre i croati diedero vita alla Repubblica Croata di Herceg-Bosna.
Tali tensioni portando nell’aprile 1992 allo scoppio del conflitto armato, che fin dalle prime fasi vide le forze serbo-bosniache – sostenute militarmente ed economicamente da Belgrado – acquisire un netto vantaggio territoriale, accompagnato da campagne di pulizia etnica. Nel 1993 anche i rapporti tra bosgnacchi e croati degenerarono, aprendo un secondo fronte della guerra.
La situazione cambiò nel 1994, quando gli accordi di Washington posero fine agli scontri tra bosgnacchi e croati, permettendo loro di concentrare le forze contro la Repubblica Srpska. Nel 1995, dopo l’ennesima strage di civili e l’intervento della NATO contro le postazioni serbo-bosniache, le parti furono convocate a Dayton. L’intesa raggiunta, formalizzata a Parigi il 14 dicembre 1995, pose fine alla guerra, ma gettò le basi di un sistema politico complesso e profondamente segnato dalle divisioni etniche.
Un labirinto istituzionale
La pace di Dayton mise fine alle ostilità, ma lasciò in eredità un sistema politico complesso e profondamente segnato dalle divisioni etniche, che ancora oggi condizionano la stabilità e il funzionamento dello Stato bosniaco. Esso è composto da due entità federate: la Repubblica Srpska e la Federazione di Bosnia-Erzegovina. La prima – a maggioranza serba – è organizzata come uno Stato unitario; al contrario, la seconda – popolata da bosgnacchi e croati – è ripartita in 10 cantoni, ciascuno dei quali gode di ampia autonomia. A queste strutture va aggiunto il distretto di Brčko, un’entità de facto autonoma sotto la supervisione internazionale, benché sia rivendicata sia da Sarajevo che da Banja Luka. Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dall’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR), un organismo internazionale incaricato di vigilare sull’attuazione degli accordi di Dayton. Dotato dei cosiddetti “poteri di Bonn”, l’OHR può imporre leggi e rimuovere funzionari locali, interferendo nella vita politica del Paese. Di conseguenza, questa supervisione comprime sensibilmente la sovranità della Bosnia-Erzegovina. Il sistema barocco precedentemente delineato – concepito per custodire la pace – ostacola la trasparenza, aumenta le inefficienze e complica il controllo delle istituzioni da parte dei cittadini.
Le clausole stabilite nel 1995, inoltre, hanno cristallizzato le divisioni etniche, generando una vera e propria etnicizzazione dello Stato. La camera alta del parlamento, per esempio, vede i propri membri ripartiti tra bosgnacchi, serbi e croati. Analogamente, la presidenza è composta da tre membri, ciascuno dei quali appartiene ai gruppi etnici principali. Questo significa che decine di migliaia di cittadini appartenenti a comunità demograficamente meno rilevanti – come sloveni, rom, ebrei, montenegrini, albanesi e italiani – sono parzialmente esclusi dalla vita istituzionale del Paese, potendo accedere soltanto alla camera bassa. Per giunta, ogni membro della presidenza ha diritto di veto su decisioni cruciali, potendo bloccare leggi o decisioni ritenute dannose per il proprio gruppo etnico. Questo veto può essere superato soltanto da una maggioranza qualificata nell’Assemblea parlamentare, rivelando un sistema complesso e spesso conflittuale volto a garantire gli equilibri intercomunitari.
Gli accordi di Dayton, insomma, hanno avuto il merito di porre fine a un sanguinoso conflitto, senza però creare un sistema politico e istituzionale efficace. Il risultato è uno Stato chiaramente disfunzionale, la cui stessa sopravvivenza non può essere data per scontata.
Chi controlla la Bosnia?
Il processo di peacebuilding ha permesso a élite etnonazionaliste – le stesse che erano state protagoniste della guerra – di catturare le istituzioni del Paese, ottenendo incarichi politici e amministrativi. I ruoli ricoperti consentono a questi gruppi di gestire le risorse nazionali, utilizzandole a proprio vantaggio. Corruzione e inefficienza hanno ulteriormente consolidato il predominio di queste élite, ciascuna delle quali controlla il gruppo etnico di riferimento. In tal modo, a ogni livello le istituzioni sono dominate dai leader emersi durante il conflitto, i quali garantiscono la propria sopravvivenza ricorrendo a retoriche nazionaliste. Questi politici, infatti, dipingono le altre comunità come una minaccia esistenziale, proponendosi come soluzione rispetto al suddetto pericolo.
La Repubblica Srpska, in particolare, agita frequentemente lo spettro delle spinte separatiste, riproponendo l’idea della secessione qualora ciò risulti conveniente ai suoi interessi. Questa tendenza è esemplificata dalle recenti vicende che hanno visto come protagonista Milorad Dodik, presidente dell’entità serba per oltre dieci anni. La sua escalation retorica – basata su minacce di secessione, contestazioni alla legittimità dello Stato bosniaco e attacchi all’Ufficio dell’Alto Rappresentante – è divenuta particolarmente intensa parallelamente a scandali che coinvolgono figure del suo entourage, financo lo stesso governo di Banja Luka. Accuse riguardanti appalti irregolari, favoritismi, corruzione e gestione opaca di fondi pubblici hanno alimentato un crescente malcontento interno, spingendo Dodik a intensificare la narrativa secondo cui la Repubblica Srpska sarebbe vittima di complotti esterni e discriminazioni sistematiche. La retorica separatista, dunque, rappresenta un formidabile strumento politico: sposta l’attenzione dell’opinione pubblica dalle responsabilità governative, ricompatta il fronte nazionalista e neutralizza le voci critiche, accusate di essere “serbofobe” o “prezzolate”.
Nondimeno, sebbene la retorica secessionista sia un elemento ricorrente nella vita politica bosniaca, tali aspirazioni non si sono mai tradotte in un’effettiva uscita dalla Bosnia-Erzegovina. Da un lato, la struttura costituzionale definita a Dayton non prevede alcun meccanismo legale di secessione; dall’altro, un tentativo unilaterale incontrerebbe l’opposizione congiunta della comunità internazionale, che considera l’integrità territoriale del Paese un principio non negoziabile.
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