Hannah Arendt: 50 anni dopo

Un breve viaggio nella vita e nel pensiero di Hannah Arendt, a cinquant’anni dalla sua scomparsa: dalle fughe dell’esilio alla nascita delle sue opere più celebri, fino ai concetti che hanno reso unica la sua riflessione filosofico-politica.

Il 4 dicem­bre 1975 muo­re Han­nah Arendt, filo­so­fa e pen­sa­tri­ce poli­ti­ca tede­sca. La sua è una del­le voci fem­mi­ni­li più impor­tan­ti del Nove­cen­to, cono­sciu­ta prin­ci­pal­men­te per la sua pri­ma ope­ra del 1951, Le ori­gi­ni del tota­li­ta­ri­smo, e per La bana­li­tà del male, pub­bli­ca­ta nel 1963.

Qualche appunto sulla biografia

Arendt nasce in una fami­glia ebrea nel 1906 a Han­no­ver, per poi cre­sce­re a König­sberg. Suc­ces­si­va­men­te deci­de di stu­dia­re filo­so­fia a Mar­bur­go, diven­tan­do allie­va di uno dei più gran­di pen­sa­to­ri dell’epoca, Mar­tin Hei­deg­ger, con cui intrat­tie­ne anche una rela­zio­ne segre­ta. Si tra­sfe­ri­sce poi all’Università di Fri­bur­go per stu­dia­re con Edmund Hus­serl e, da ulti­mo, a Hei­del­berg, dove con­se­gue il dot­to­ra­to sot­to la gui­da di Karl Jaspers. Nel 1933, tut­ta­via, la sua pro­met­ten­te car­rie­ra acca­de­mi­ca in Ger­ma­nia vie­ne inter­rot­ta dal­la sali­ta al pote­re di Adolf Hitler. A cau­sa del­le leg­gi raz­zia­li, Arendt si ritro­va impos­si­bi­li­ta­ta a inse­gna­re nel­le uni­ver­si­tà tede­sche e vie­ne anche arre­sta­ta dal­la Gesta­po per le sue ricer­che sull’antisemitismo, avvia­te pro­prio in que­gli anni. Riu­sci­ta a lascia­re la Ger­ma­nia, appro­da in vari Pae­si euro­pei e si sta­bi­li­sce per un perio­do a Pari­gi. Tut­ta­via, nel 1940 la Fran­cia cade sot­to l’occupazione tede­sca e Arendt si tro­va a esse­re pri­va­ta del­la cit­ta­di­nan­za e dete­nu­ta in quan­to con­si­de­ra­ta apo­li­de ille­ga­le. L’anno dopo, nel 1941, rie­sce a fug­gi­re negli Sta­ti Uni­ti, dove diven­ta un’attivista per la comu­ni­tà ebrai­ca di New York, cit­tà in cui reste­rà fino alla fine del­la sua vita, otte­nen­do anche la cit­ta­di­nan­za sta­tu­ni­ten­se. Que­sta bio­gra­fia, spes­so rac­con­ta­ta come una fuga con­ti­nua, è in real­tà il moto­re del­la rifles­sio­ne arend­tia­na. Ogni con­cet­to che Arendt svi­lup­pa nasce infat­ti da un urto con la real­tà, da una doman­da che la vita le ha impo­sto e a cui non ha potu­to fare altro che rispondere.

Le origini del totalitarismo (1951)

La pri­ma gran­de ope­ra di Arendt, Le ori­gi­ni del tota­li­ta­ri­smo, nasce dal ten­ta­ti­vo di com­pren­de­re la frat­tu­ra radi­ca­le che il Nove­cen­to ha aper­to nel­la sto­ria poli­ti­ca euro­pea. Per Arendt, il tota­li­ta­ri­smo non è una sem­pli­ce for­ma di dit­ta­tu­ra vio­len­ta, ma un feno­me­no poli­ti­co ine­di­to, capa­ce di alte­ra­re il mon­do attra­ver­so tre con­cet­ti car­di­ne: iso­la­men­to, pro­pa­gan­da ideo­lo­gi­ca e regi­me del ter­ro­re. L’isolamento dis­sol­ve i lega­mi socia­li e poli­ti­ci, tra­sfor­man­do gli indi­vi­dui in mas­se vul­ne­ra­bi­li, pri­ve di dirit­ti e inca­pa­ci di resi­sten­za, dun­que più facil­men­te mani­po­la­bi­li. La pro­pa­gan­da ideo­lo­gi­ca costrui­sce un mon­do fit­ti­zio, in cui fat­ti e men­zo­gne si con­fon­do­no e ogni even­to vie­ne rein­ter­pre­ta­to attra­ver­so un’unica nar­ra­ti­va che eli­mi­na la com­ples­si­tà e sosti­tui­sce il giu­di­zio cri­ti­co con sche­mi rigi­di e impo­sti. Il ter­ro­re, infi­ne, fun­zio­na come tec­ni­ca poli­ti­ca che mira non solo a puni­re, ma a para­liz­za­re l’azione uma­na, crean­do un cli­ma di arbi­tra­rie­tà e pau­ra che impe­di­sce la nasci­ta di ini­zia­ti­ve col­let­ti­ve. Insie­me, que­sti tre ele­men­ti pro­du­co­no un siste­ma che non si limi­ta a con­trol­la­re gli indi­vi­dui dall’esterno, ma tra­sfor­ma dall’interno il modo in cui essi per­ce­pi­sco­no se stes­si, gli altri e il mondo.

Libro - La banalità del male
Edi­zio­ne Fel­tri­nel­li de La bana­li­tà del male

La banalità del male (1963)

Die­ci anni dopo la pub­bli­ca­zio­ne di Le ori­gi­ni del tota­li­ta­ri­smo, Han­nah Arendt par­te per Geru­sa­lem­me come invia­ta del New Yor­ker per segui­re il pro­ces­so ad Adolf Eich­mann, uno dei prin­ci­pa­li orga­niz­za­to­ri logi­sti­ci del­la cosid­det­ta «solu­zio­ne fina­le» nazi­sta. E lì Eich­mann, l’atteso «mostro», si rive­la una figu­ra tutt’altro che demo­nia­ca: un uomo sor­pren­den­te­men­te ordi­na­rio, qua­si ano­ni­mo, che giu­sti­fi­ca ogni gesto come mera obbe­dien­za agli ordi­ni. Da que­sta con­sta­ta­zio­ne nasce la tesi arend­tia­na più discus­sa: il male radi­ca­le può mani­fe­star­si in for­ma «bana­le». Non come for­za mal­va­gia e meta­fi­si­ca, ma come assen­za di pen­sie­ro cri­ti­co, auto­ma­ti­smo, rinun­cia alla respon­sa­bi­li­tà. E tale «bana­li­tà», lun­gi dall’attenuare la gra­vi­tà dei cri­mi­ni com­piu­ti da Eich­mann, ne rive­la piut­to­sto un orro­re anco­ra più inquie­tan­te: la pos­si­bi­li­tà che il male ven­ga com­piu­to da indi­vi­dui comu­ni che rinun­cia­no all’esercizio del pro­prio giu­di­zio, lascian­do che il siste­ma pen­si al posto loro. Il pen­sie­ro, inte­so come capa­ci­tà di fer­mar­si, inter­ro­gar­si e dire «no», diven­ta così il pri­mo fon­da­men­ta­le argi­ne con­tro la ripe­ti­zio­ne del male nel­le socie­tà moderne.

Fulcro teorico del pensiero arendtiano: Vita activa (1958)

Se Le ori­gi­ni del tota­li­ta­ri­smoLa bana­li­tà del male mostra­no come il mon­do pos­sa esse­re tra­vol­to dal­la vio­len­za e dall’assenza di pen­sie­ro, Vita acti­va, pub­bli­ca­to tra le due ope­re, si con­cen­tra inve­ce su ciò che ren­de la vita auten­ti­ca, offren­do una sor­ta di eti­ca dell’esistenza. Arendt esplo­ra le dimen­sio­ni fon­da­men­ta­li dell’esperienza uma­na, distin­guen­do tre atti­vi­tà che la defi­ni­sco­no: lavo­ro, ope­ra e azio­ne. Il lavo­ro è lega­to alla neces­si­tà bio­lo­gi­ca: nutrir­si, ripro­dur­si, pren­der­si cura del­la vita quo­ti­dia­na. Sostie­ne l’esistenza, ma non lascia trac­ce dure­vo­li né pro­du­ce un mon­do sta­bi­le. È l’opera che costrui­sce ogget­ti, stru­men­ti e ope­re dure­vo­li che soprav­vi­vo­no all’individuo, lascian­do un segno tan­gi­bi­le del­la sua pre­sen­za nel mon­do. A ren­de­re dav­ve­ro uma­no l’umano, tut­ta­via, è l’azione, che si svol­ge nel­lo spa­zio pub­bli­co e per­met­te a cia­scu­no di rive­lar­si come sog­get­to uni­co. Attra­ver­so l’azione si par­la, si pren­de ini­zia­ti­va, si instau­ra­no rela­zio­ni, si assu­mo­no respon­sa­bi­li­tà: qui si eser­ci­ta­no liber­tà e giu­di­zio. L’azione non si limi­ta a pro­dur­re, ma tra­sfor­ma pro­fon­da­men­te il mon­do e la col­let­ti­vi­tà, incar­nan­do il signi­fi­ca­to più auten­ti­co del­la vita poli­ti­ca e del­la par­te­ci­pa­zio­ne uma­na. Attra­ver­so que­ste tre ope­re – e soprat­tut­to con Vita acti­va – emer­ge come in Han­nah Arendt pen­sie­ro e vita si intrec­ci­no: esi­ste­re signi­fi­ca lavo­ra­re, crea­re e soprat­tut­to agi­re, eser­ci­tan­do i pro­pri dirit­ti, pen­san­do con giu­di­zio cri­ti­co e assu­men­do­si respon­sa­bi­li­tà. Con quest’idea, secon­do cui solo nel­la liber­tà e nel­la par­te­ci­pa­zio­ne l’umano può tro­va­re dav­ve­ro se stes­so, Arendt resta viva anche a cinquant’anni dal­la sua scomparsa.

Con­di­vi­di:
Alexia Ioana Branzea
Un’a­ni­ma in tem­pe­sta, vado erran­do tra gli stu­di uma­ni­sti­co-lin­gui­sti­ci, le arti mar­zia­li e le escur­sio­ni in mon­ta­gna. In par­ti­co­la­re, amo dilet­tar­mi nel­la com­po­si­zio­ne di pro­se e poe­sie in diver­se lin­gue ed opi­na­re sul­le tema­ti­che che più mi stan­no a cuore.

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