Il ricordo del 12 dicembre, un passato che parla dell’oggi

La Strage di Piazza Fontana segna l’inizio di una lunga stagione di violenza politica. Oggi la tensione non nasce più dalle bombe, ma da narrazioni manipolate che influenzano il dibattito pubblico. Ricordare davvero significa affrontare ciò che l’Italia spesso rimuove: colonialismo, depistaggi e responsabilità istituzionali.

Celebrazione dei 53 anni dalla Strage (ANSA)
Celebrazione dei 53 anni dalla Strage (ANSA)

La Strage di Piazza Fontana segna l’inizio di una lunga stagione di violenza politica. Oggi la tensione non nasce più dalle bombe, ma da narrazioni manipolate che influenzano il dibattito pubblico. Ricordare davvero significa affrontare ciò che l’Italia spesso rimuove: colonialismo, depistaggi e responsabilità istituzionali.

Ogni 12 dicem­bre, l’Italia tor­na a ricor­da­re la Stra­ge di Piaz­za Fon­ta­na, l’atten­ta­to che nel 1969 inau­gu­rò una sta­gio­ne di vio­len­za poli­ti­ca desti­na­ta a dura­re anni.

Quel pome­rig­gio, nel­la sede del­la Ban­ca Nazio­na­le dell’Agricoltura di Mila­no, una bom­ba esplo­se alle 16:37, ucci­den­do 17 per­so­ne e feren­do­ne 88. La cit­tà, e con essa l’intero Pae­se, fu tra­vol­ta da uno shock sen­za pre­ce­den­ti. La rispo­sta ini­zia­le fu segna­ta da erro­ri e accu­se affret­ta­te: l’anarchico Pie­tro Val­pre­da ven­ne indi­ca­to come col­pe­vo­le men­tre la pista neo­fa­sci­sta di Ordi­ne Nuo­vo – già segna­la­ta pochi gior­ni dopo – fu a lun­go osta­co­la­ta, dan­do avvio a un iterpro­ces­sua­le dura­to oltre trent’anni e con­clu­so sen­za col­pe­vo­li defi­ni­ti­vi, pur rico­no­scen­do in più sen­ten­ze la matri­ce ever­si­va di destra. Nel­le stes­se ore, un altro epi­so­dio segnò pro­fon­da­men­te l’immaginario col­let­ti­vo: la miste­rio­sa mor­te dell’anarchico Giu­sep­pe Pinel­li, pre­ci­pi­ta­to da una fine­stra del­la que­stu­ra duran­te un inter­ro­ga­to­rio. Da allo­ra, Piaz­za Fon­ta­na non è solo un luo­go del­la memo­ria: è il sim­bo­lo di una veri­tà inse­gui­ta e trop­po spes­so deviata.

Se negli anni suc­ces­si­vi al 1969 la stra­te­gia del­la ten­sio­ne uti­liz­za­va vio­len­za e atten­ta­ti per con­di­zio­na­re la vita poli­ti­ca, oggi quel­le stes­se pres­sio­ni si mani­fe­sta­no attra­ver­so nar­ra­zio­ni mani­po­la­te, dif­fu­se soprat­tut­to sui social media. Le nuo­ve tec­no­lo­gie digi­ta­li per­met­to­no infat­ti la tra­sfor­ma­zio­ne di casi com­ples­si in rac­con­ti emo­ti­vi, capa­ci di pola­riz­za­re l’opinione pub­bli­ca più dei dati rea­li. Mes­sag­gi sem­pli­fi­ca­ti o decon­te­stua­liz­za­ti ven­go­no ampli­fi­ca­ti dagli algo­rit­mi, crean­do sem­pre di più per­ce­zio­ni distor­te nel­l’im­ma­gi­na­rio comune.

In alcu­ni casi il cli­ma e gli sco­pi di defi­ni­zio­ne di una nar­ra­zio­ne poli­ti­ca si avvi­ci­na­no a quel­li dei tor­men­ta­ti anni Settanta.

La strategia della tensione oggi: eredità storica e nuove forme di pressione politica

Un esem­pio emble­ma­ti­co è il caso Open Arms, che ha rive­la­to quan­to pro­fon­da­men­te la poli­ti­ca pos­sa inci­de­re sul­le vite uma­ne. Nell’agosto 2019 la nave dell’ONG spa­gno­la soc­cor­se nel Medi­ter­ra­neo deci­ne di per­so­ne in peri­co­lo, come pre­vi­sto dal dirit­to inter­na­zio­na­le sul sal­va­tag­gio in mare. L’allora mini­stro dell’Interno Mat­teo Sal­vi­ni – in un cli­ma poli­ti­co segna­to dal­la pro­pa­gan­da anti-migran­ti – negò per gior­ni l’autorizzazione allo sbar­co, lascian­do la nave bloc­ca­ta al lar­go di Lam­pe­du­sa nono­stan­te le con­di­zio­ni di cre­scen­te vul­ne­ra­bi­li­tà psi­co­lo­gi­ca e fisi­ca a bor­do. Le imma­gi­ni dei migran­ti esau­sti, dei soc­cor­ri­to­ri allo stre­mo e del­le ripe­tu­te richie­ste di aiu­to mise­ro a nudo la durez­za di una scel­ta poli­ti­ca che, al di là del­le moti­va­zio­ni uffi­cia­li, ebbe un impat­to uma­no dram­ma­ti­co. Il caso sfo­ciò in un pro­ces­so per seque­stro di per­so­na e omis­sio­ne di atti d’ufficio: un’accusa che testi­mo­nia la gra­vi­tà del­le con­se­guen­ze gene­ra­te da deci­sio­ni pre­se a fini politici.

Un anno fa Sal­vi­ni è sta­to assol­to in pri­mo gra­do per­ché «il fat­to non sus­si­ste», men­tre ieri si sareb­be dovu­ta tene­re l’udienza per il ricor­so in Cas­sa­zio­ne, che è però sta­ta rin­via­ta al 17 dicembre.

Duran­te il dibat­ti­to pub­bli­co, Sal­vi­ni ave­va dif­fu­so un video difen­si­vo con­te­nen­te affer­ma­zio­ni distor­te. Pagel­la Poli­ti­caave­va smon­ta­to, tra le altre, la fra­se per cui «i giu­di­ci han­no con­fer­ma­to che difen­de­re l’Italia non è rea­to», defi­nen­do­la fuor­vian­te: nes­su­na sen­ten­za può espri­me­re un giu­di­zio poli­ti­co, né sta­bi­li­re ciò che è «difen­de­re l’Italia». I giu­di­ci si limi­ta­ro­no a valu­ta­re, nel meri­to, se gli obbli­ghi di soc­cor­so fos­se­ro sta­ti violati.

Epi­so­di come que­sto mostra­no che la ten­sio­ne poli­ti­ca di oggi non nasce più da ordi­gni nasco­sti, ma da nar­ra­zio­ni defor­ma­te che costrui­sco­no real­tà ine­si­sten­ti e con­di­zio­na­no il dibat­ti­to demo­cra­ti­co con una for­za sicu­ra­men­te dif­fe­ren­te ma non meno dannosa.

Cosa l’Italia ricorda (e cosa tende a dimenticare)

Il con­fron­to tra pas­sa­to e pre­sen­te mostra quan­to l’eredità del­la stra­te­gia del­la ten­sio­ne con­ti­nui a influen­za­re la nostra per­ce­zio­ne del rea­le. L’Italia ricor­da la stra­ge neo­fa­sci­sta di Piaz­za Fon­ta­na attra­ver­so ceri­mo­nie, sim­bo­li e una memo­ria con­di­vi­sa che ha segna­to inte­re gene­ra­zio­ni. Ma allo stes­so tem­po dimen­ti­ca mol­to.

Dimen­ti­ca, ad esem­pio, i cri­mi­ni del colo­nia­li­smo ita­lia­no in Libia: depor­ta­zio­ni di mas­sa, cam­pi di con­cen­tra­men­to nel deser­to, vio­len­ze siste­ma­ti­che con­tro la popo­la­zio­ne loca­le. Un capi­to­lo rima­sto a lun­go ai mar­gi­ni dei manua­li sco­la­sti­ci e del dibat­ti­to pub­bli­co. Que­sta rimo­zio­ne si nota anche oggi: gli accor­di con la Libia sui flus­si migra­to­ri por­ta­no oggi miglia­ia di per­so­ne in cen­tri di deten­zio­ne dove ONG e orga­ni­smi inter­na­zio­na­li docu­men­ta­no tor­tu­re, vio­len­ze e vio­la­zio­ni dei dirit­ti umani.

La memo­ria a bre­ve ter­mi­ne riguar­da mol­ti aspet­ti del­la vita pub­bli­ca. Ad esem­pio, la stra­ge di via D’Amelio, in cui la mafia ucci­se il magi­stra­to Pao­lo Bor­sel­li­no e la sua scor­ta, è lega­ta a uno dei depi­stag­gi più gra­vi del­la sto­ria repub­bli­ca­na: per anni ven­ne costrui­ta una fal­sa veri­tà pro­ces­sua­le basa­ta sul­le dichia­ra­zio­ni di un fin­to pen­ti­to, con respon­sa­bi­li­tà isti­tu­zio­na­li rico­no­sciu­te solo decen­ni dopo.

Simil­men­te, il caso Ste­fa­no Cuc­chi – gio­va­ne mor­to in custo­dia nel 2009 – ha mostra­to non solo un pestag­gio, ma anche ten­ta­ti­vi siste­ma­ti­ci di modi­fi­ca­re atti, fal­si­fi­ca­re ver­ba­li e osta­co­la­re le inda­gi­ni: un depi­stag­gio cer­ti­fi­ca­to da diver­se sentenze.

Que­sti esem­pi rive­la­no una costan­te lam­pan­te: ciò che l’Italia ricor­da con for­za riguar­da spes­so i sim­bo­li; ciò che ten­de a dimen­ti­ca­re riguar­da le respon­sa­bi­li­tà. Ci si dimen­ti­ca, in defi­ni­ti­va, che la memo­ria non è un rito cele­bra­ti­vo ma un eser­ci­zio di respon­sa­bi­li­tà civi­le. Rifiu­tar­si di inter­ro­ga­re il pro­prio pas­sa­to – da Piaz­za Fon­ta­na al colo­nia­li­smo, dai depi­stag­gi di Sta­to alle cri­si migra­to­rie – signi­fi­ca espor­si ai mec­ca­ni­smi di rimo­zio­ne che, pur mutan­do for­ma, con­ti­nua­no a minac­cia­re la qua­li­tà del­la nostra democrazia.

Con­di­vi­di:
Giulia Camuffo
Stu­den­tes­sa di Scien­ze Inter­na­zio­na­li, appas­sio­na­ta di sto­ria, in rela­zio­ne al pre­sen­te. La scrit­tu­ra sem­pli­fi­ca ciò che sem­pli­ce non è.

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