La Strage di Piazza Fontana segna l’inizio di una lunga stagione di violenza politica. Oggi la tensione non nasce più dalle bombe, ma da narrazioni manipolate che influenzano il dibattito pubblico. Ricordare davvero significa affrontare ciò che l’Italia spesso rimuove: colonialismo, depistaggi e responsabilità istituzionali.
Ogni 12 dicembre, l’Italia torna a ricordare la Strage di Piazza Fontana, l’attentato che nel 1969 inaugurò una stagione di violenza politica destinata a durare anni.
Quel pomeriggio, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, una bomba esplose alle 16:37, uccidendo 17 persone e ferendone 88. La città, e con essa l’intero Paese, fu travolta da uno shock senza precedenti. La risposta iniziale fu segnata da errori e accuse affrettate: l’anarchico Pietro Valpreda venne indicato come colpevole mentre la pista neofascista di Ordine Nuovo – già segnalata pochi giorni dopo – fu a lungo ostacolata, dando avvio a un iterprocessuale durato oltre trent’anni e concluso senza colpevoli definitivi, pur riconoscendo in più sentenze la matrice eversiva di destra. Nelle stesse ore, un altro episodio segnò profondamente l’immaginario collettivo: la misteriosa morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della questura durante un interrogatorio. Da allora, Piazza Fontana non è solo un luogo della memoria: è il simbolo di una verità inseguita e troppo spesso deviata.
Se negli anni successivi al 1969 la strategia della tensione utilizzava violenza e attentati per condizionare la vita politica, oggi quelle stesse pressioni si manifestano attraverso narrazioni manipolate, diffuse soprattutto sui social media. Le nuove tecnologie digitali permettono infatti la trasformazione di casi complessi in racconti emotivi, capaci di polarizzare l’opinione pubblica più dei dati reali. Messaggi semplificati o decontestualizzati vengono amplificati dagli algoritmi, creando sempre di più percezioni distorte nell’immaginario comune.
In alcuni casi il clima e gli scopi di definizione di una narrazione politica si avvicinano a quelli dei tormentati anni Settanta.
La strategia della tensione oggi: eredità storica e nuove forme di pressione politica
Un esempio emblematico è il caso Open Arms, che ha rivelato quanto profondamente la politica possa incidere sulle vite umane. Nell’agosto 2019 la nave dell’ONG spagnola soccorse nel Mediterraneo decine di persone in pericolo, come previsto dal diritto internazionale sul salvataggio in mare. L’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini – in un clima politico segnato dalla propaganda anti-migranti – negò per giorni l’autorizzazione allo sbarco, lasciando la nave bloccata al largo di Lampedusa nonostante le condizioni di crescente vulnerabilità psicologica e fisica a bordo. Le immagini dei migranti esausti, dei soccorritori allo stremo e delle ripetute richieste di aiuto misero a nudo la durezza di una scelta politica che, al di là delle motivazioni ufficiali, ebbe un impatto umano drammatico. Il caso sfociò in un processo per sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio: un’accusa che testimonia la gravità delle conseguenze generate da decisioni prese a fini politici.
Un anno fa Salvini è stato assolto in primo grado perché «il fatto non sussiste», mentre ieri si sarebbe dovuta tenere l’udienza per il ricorso in Cassazione, che è però stata rinviata al 17 dicembre.
Durante il dibattito pubblico, Salvini aveva diffuso un video difensivo contenente affermazioni distorte. Pagella Politicaaveva smontato, tra le altre, la frase per cui «i giudici hanno confermato che difendere l’Italia non è reato», definendola fuorviante: nessuna sentenza può esprimere un giudizio politico, né stabilire ciò che è «difendere l’Italia». I giudici si limitarono a valutare, nel merito, se gli obblighi di soccorso fossero stati violati.
Episodi come questo mostrano che la tensione politica di oggi non nasce più da ordigni nascosti, ma da narrazioni deformate che costruiscono realtà inesistenti e condizionano il dibattito democratico con una forza sicuramente differente ma non meno dannosa.
Cosa l’Italia ricorda (e cosa tende a dimenticare)
Il confronto tra passato e presente mostra quanto l’eredità della strategia della tensione continui a influenzare la nostra percezione del reale. L’Italia ricorda la strage neofascista di Piazza Fontana attraverso cerimonie, simboli e una memoria condivisa che ha segnato intere generazioni. Ma allo stesso tempo dimentica molto.
Dimentica, ad esempio, i crimini del colonialismo italiano in Libia: deportazioni di massa, campi di concentramento nel deserto, violenze sistematiche contro la popolazione locale. Un capitolo rimasto a lungo ai margini dei manuali scolastici e del dibattito pubblico. Questa rimozione si nota anche oggi: gli accordi con la Libia sui flussi migratori portano oggi migliaia di persone in centri di detenzione dove ONG e organismi internazionali documentano torture, violenze e violazioni dei diritti umani.
La memoria a breve termine riguarda molti aspetti della vita pubblica. Ad esempio, la strage di via D’Amelio, in cui la mafia uccise il magistrato Paolo Borsellino e la sua scorta, è legata a uno dei depistaggi più gravi della storia repubblicana: per anni venne costruita una falsa verità processuale basata sulle dichiarazioni di un finto pentito, con responsabilità istituzionali riconosciute solo decenni dopo.
Similmente, il caso Stefano Cucchi – giovane morto in custodia nel 2009 – ha mostrato non solo un pestaggio, ma anche tentativi sistematici di modificare atti, falsificare verbali e ostacolare le indagini: un depistaggio certificato da diverse sentenze.
Questi esempi rivelano una costante lampante: ciò che l’Italia ricorda con forza riguarda spesso i simboli; ciò che tende a dimenticare riguarda le responsabilità. Ci si dimentica, in definitiva, che la memoria non è un rito celebrativo ma un esercizio di responsabilità civile. Rifiutarsi di interrogare il proprio passato – da Piazza Fontana al colonialismo, dai depistaggi di Stato alle crisi migratorie – significa esporsi ai meccanismi di rimozione che, pur mutando forma, continuano a minacciare la qualità della nostra democrazia.

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