Radici: l’isolamento istituzionale di Giovanni Falcone

Tra diffidenze interne, resistenze istituzionali e delegittimazioni, la parabola di Giovanni Falcone non è stata soltanto quella di un grande magistrato antimafia: fu anche una storia di solitudine e ostacoli in un sistema che faticava ad accogliere il suo metodo innovativo.

Gio­van­ni Fal­co­ne entra nel pool anti­ma­fia del­la Pro­cu­ra di Paler­mo agli ini­zi degli anni Ottan­ta, con­tri­buen­do in modo deci­si­vo a defi­ni­re il meto­do inve­sti­ga­ti­vo che por­te­rà al cele­bre maxi­pro­ces­so con­tro Cosa nostra. Il lavo­ro di Fal­co­ne e dei suoi col­le­ghi si basa su una coo­pe­ra­zio­ne siste­ma­ti­ca con le for­ze dell’ordine e l’analisi inten­si­va dei pen­ti­ti: ele­men­ti inno­va­ti­vi per l’epoca, che fon­da­no il suc­ces­so del Maxi­pro­ces­so del 1986–1987 con cen­ti­na­ia di con­dan­ne con­fer­ma­te poi in Cassazione.

Tut­ta­via, que­sta inno­va­zio­ne gene­ra resi­sten­ze nel siste­ma giu­di­zia­rio. In que­gli anni, attri­ti inter­ni alla magi­stra­tu­ra e dif­fi­den­ze ver­so i pen­ti­ti ren­do­no pro­ble­ma­ti­co l’avanzamento del­le sue pro­po­ste inve­sti­ga­ti­ve. Le ten­sio­ni por­ta­no a situa­zio­ni in cui Fal­co­ne si tro­va a dover difen­de­re i risul­ta­ti del suo lavo­ro anche all’interno del­la magi­stra­tu­ra stes­sa, con cri­ti­che espli­ci­te o impli­ci­te alla sua metodologia.

Il momen­to cul­mi­nan­te di que­sto con­tra­sto arri­va nel 1988, quan­do il Con­si­glio Supe­rio­re del­la Magi­stra­tu­ra (CSM) nega la sua nomi­na a capo dell’ufficio istru­zio­ne di Paler­mo, pre­fe­ren­do Anto­ni­no Meli, mal­gra­do Fal­co­ne potes­se van­ta­re espe­rien­za e meri­ti. Que­sta deci­sio­ne, ampia­men­te docu­men­ta­ta nel­le cro­na­che giu­di­zia­rie, segna un’importante frat­tu­ra tra il magi­stra­to e l’apparato giu­di­zia­rio ufficiale.

Il palazzo dei veleni: solitudine tra i corridoi del potere

L’isolamento di Fal­co­ne non è sol­tan­to tec­ni­co: si tra­sfor­ma in un cli­ma di sfi­du­cia e dele­git­ti­ma­zio­ne. Il magi­stra­to affron­ta cri­ti­che da par­te di col­le­ghi e ambien­ti poli­ti­ci cir­ca la gestio­ne di inda­gi­ni rite­nu­te ecces­si­ve o mal coor­di­na­te, inclu­sa un’accusa – sol­le­va­ta in più di un’occasione – di aver tenu­to per sé car­te sen­si­bi­li o addi­rit­tu­ra di aver com­pro­mes­so inda­gi­ni istituzionali.

Nel 1990, Fal­co­ne vie­ne con­vo­ca­to davan­ti al CSM in segui­to a espo­sti pre­sen­ta­ti da figu­re poli­ti­che, tra cui Leo­lu­ca Orlan­do, i qua­li lo accu­sa­no di insab­bia­re inda­gi­ni su man­dan­ti poli­ti­ci di delit­ti eccel­len­ti. Fal­co­ne rispon­de con fer­mez­za, denun­cian­do un cli­ma di sospet­to che tra­vol­ge tut­to e tutti.

In que­sto con­te­sto si col­lo­ca­no epi­so­di ripor­ta­ti negli ambien­ti giu­di­zia­ri e poli­ti­ci dell’epoca: let­te­re ano­ni­me, pres­sio­ni media­ti­che e attac­chi stru­men­ta­li che con­tri­bui­sco­no a dipin­ge­re Fal­co­ne non solo come un magi­stra­to impe­gna­to con­tro la mafia, ma come «un magi­stra­to sco­mo­do» a più livelli.

Controvento. Indagini in solitaria

Nono­stan­te le osti­li­tà isti­tu­zio­na­li, Fal­co­ne con­ti­nua a lavo­ra­re con dedi­zio­ne cre­scen­te. Dal suo ruo­lo nei gran­di pro­ces­si come Piz­za Con­nec­tion fino alla coo­pe­ra­zio­ne inter­na­zio­na­le – in par­ti­co­la­re con l’FBI su casi com­ples­si di traf­fi­ci di dro­ga e rici­clag­gio – il magi­stra­to svi­lup­pa una dimen­sio­ne inve­sti­ga­ti­va che lo por­ta a dia­lo­ga­re più con for­ze este­re che con i suoi pari in Italia.

La sua atti­vi­tà è spes­so accom­pa­gna­ta da misu­re di pro­te­zio­ne ecce­zio­na­li: il magi­stra­to vive sot­to scor­ta, lavo­ra in uffi­ci blin­da­ti e orga­niz­za le sue inve­sti­ga­zio­ni con pro­to­col­li di sicu­rez­za rigo­ro­si, come docu­men­ta­to da reso­con­ti sull’uso di spa­zi sicu­ri all’interno del Palaz­zo di Giu­sti­zia di Palermo.

Que­sti ele­men­ti testi­mo­nia­no come Fal­co­ne abbia por­ta­to avan­ti inda­gi­ni con­tro­ven­to, sfi­dan­do non solo Cosa nostra ma anche una par­te dell’apparato giu­di­zia­rio che non rico­no­sce­va pie­na­men­te la por­ta­ta del suo lavoro.

Un magistrato scomodo

Gio­van­ni Fal­co­ne non fu sol­tan­to un magi­stra­to inno­va­ti­vo ma anche indub­bia­men­te sco­mo­do per mol­ti set­to­ri isti­tu­zio­na­li. Le sue pro­po­ste – a par­ti­re da una visio­ne di con­tra­sto siste­mi­co alla mafia fino alla crea­zio­ne di strut­tu­re come la Dire­zio­ne Nazio­na­le Anti­ma­fia – incon­tra­no resi­sten­ze, sospet­ti e ten­sio­ni che non sono spie­ga­bi­li solo con la logi­ca mafio­sa esterna.

Que­sta per­ce­zio­ne di esse­re fuo­ri dal coro lo fa appa­ri­re, agli occhi di alcu­ni col­le­ghi e set­to­ri poli­ti­ci, come trop­po pro­no ad assu­me­re un ruo­lo pub­bli­co espo­sto e visi­bi­le, ele­men­to che nel con­te­sto ita­lia­no di que­gli anni era spes­so mal digerito.

Alla fine, la stra­ge di Capa­ci del 23 mag­gio 1992, dove Fal­co­ne, la moglie e tre agen­ti di scor­ta ven­go­no assas­si­na­ti dal­la mafia, chiu­de tra­gi­ca­men­te una vicen­da in cui l’isolamento isti­tu­zio­na­le si intrec­cia a quel­lo mafio­so: anco­ra oggi resta un nodo cen­tra­le per com­pren­de­re la sto­ria repub­bli­ca­na ita­lia­na e rap­pre­sen­ta una del­le pagi­ne più buie del nostro recen­te passato.

Foto Ansa

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Nicholas Ninno

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