Teodora Axente e Guillermo del Toro: la rinascita del simbolismo

Nell’orizzonte dell’arte con­tem­po­ra­nea sem­bra deli­near­si un rin­no­va­to movi­men­to che ripor­ta al cen­tro un lin­guag­gio sim­bo­li­co con­ce­pi­to come stru­men­to di cono­scen­za e spa­zio di meta­mor­fo­si inte­rio­re. Arti­sti come Teo­do­ra Axen­te e regi­sti come Guil­ler­mo del Toro riaf­fer­ma­no il valo­re del sim­bo­lo non come orna­men­to, ma come vei­co­lo per esplo­ra­re dimen­sio­ni spi­ri­tua­li nor­mal­men­te cela­te. Non inse­guo­no il pas­sa­to: ne rige­ne­ra­no inve­ce le poten­zia­li­tà pro­fon­de, resti­tuen­do com­ples­si­tà al lin­guag­gio visi­vo. 

Per com­pren­de­re la por­ta­ta di que­sto ritor­no al sim­bo­li­smo, è uti­le richia­ma­re la genea­lo­gia del movi­men­to otto­cen­te­sco. Gli arti­sti di quell’epoca con­ce­pi­va­no il sim­bo­lo non come sem­pli­ce deco­ra­zio­ne, ma come un vero e pro­prio var­co ver­so dimen­sio­ni inte­rio­ri e spi­ri­tua­li. Gusta­ve Moreau, con le sue mito­lo­gie enig­ma­ti­che, e Odi­lon Redon, con le sue appa­ri­zio­ni visio­na­rie, apri­va­no l’immaginazione a mon­di sospe­si e miste­rio­si, men­tre Arnold Böc­klin, nei suoi pae­sag­gi cari­chi di pre­sa­gi, tra­sfor­ma­va la natu­ra nel­lo spec­chio del­le pro­prie inquietudini. 

Il sim­bo­lo rifiu­ta­va il natu­ra­li­smo e tro­va­va nutri­men­to nel­la let­te­ra­tu­ra, nel­le tra­di­zio­ni eso­te­ri­che e nel­la mito­lo­gia com­pa­ra­ta, intrec­cian­do visi­bi­le e invi­si­bi­le in una rete di signi­fi­ca­ti nasco­sti. Anche la poe­sia, da Bau­de­lai­re a Mal­lar­mé, con­tri­buì a defi­ni­re que­sta poe­ti­ca: il rea­le veni­va per­ce­pi­to come un velo sot­ti­le, l’opera come allu­sio­ne e l’immagine come rive­la­zio­ne di ciò che si tro­va oltre la per­ce­zio­ne imme­dia­ta. In que­sto con­te­sto, il sim­bo­lo diven­ta­va uno stru­men­to di cono­scen­za capa­ce di tra­dur­re in for­me visi­bi­li i moti dell’animo, le sug­ge­stio­ni dell’inconscio e le aspi­ra­zio­ni spi­ri­tua­li dell’uomo. 

La mostra di Axen­te, Meta­mor­fo­si del Sacro, alle­sti­ta nel com­ples­so monu­men­ta­le di San­ta Maria del­la Sca­la a Sie­na (14 novem­bre 2025 – 11 gen­na­io 2026), costi­tui­sce un esem­pio signi­fi­ca­ti­vo di que­sta ten­den­za. Ven­ti­cin­que ope­re site-spe­ci­fic dia­lo­ga­no con l’architettura e la memo­ria del luo­go, nato nel Medioe­vo come ospe­da­le e spa­zio di acco­glien­za dei pel­le­gri­ni. In rap­por­to a reli­quie, ogget­ti litur­gi­ci e affre­schi tre­cen­te­schi, il sim­bo­lo diven­ta una pre­sen­za viva che attra­ver­sa lo spa­zio e ne rie­vo­ca la storia.

Teo­do­ra Axen­te, nata a Sibiu nel 1984, attin­ge a sim­bo­li tra­di­zio­na­li come boz­zo­li, gigli, inset­ti e reli­quie, tra­sfor­man­do­li in orga­ni­smi in con­ti­nua meta­mor­fo­si. Le sue figu­re ibri­de, sospe­se tra uma­no, vege­ta­le e ani­ma­le, incar­na­no pro­ces­si di tra­sfor­ma­zio­ne che toc­ca­no la dimen­sio­ne spi­ri­tua­le e alchemica. 

Le tele si esten­do­no nel­lo spa­zio, incor­po­ran­do mate­ria­li e fram­men­ti archi­tet­to­ni­ci, tra­sfor­man­do il museo in un ele­men­to chia­ve del pro­ces­so arti­sti­co. Il pro­get­to cura­to­ria­le di Ric­car­do Fred­do e Miche­la Ere­mi­ta costrui­sce un siste­ma di riso­nan­ze tra ope­re e memo­ria devo­zio­na­le del com­ples­so sene­se, accen­tuan­do il carat­te­re ritua­le del lin­guag­gio di Axen­te. Qui, il sim­bo­lo non deco­ra: si mani­fe­sta come mate­ria viva che richie­de atten­zio­ne, len­tez­za e con­tem­pla­zio­ne. 

Anche Guil­ler­mo del Toro model­la uni­ver­si mito­po­ie­ti­ci e den­sa­men­te sim­bo­li­ci. Nel suo Frank­en­stein, la Crea­tu­ra appa­re come un cor­po fra­gi­le e ricu­ci­to, ma al tem­po stes­so attra­ver­sa­to da altre vite: un esse­re appe­na nato e, insie­me, già vis­su­to. La memo­ria del­le mem­bra pre­ce­den­ti con­vi­ve con la nasci­ta di un esse­re nuo­vo. Il labo­ra­to­rio in cui pren­de for­ma non è un sem­pli­ce spa­zio nar­ra­ti­vo, ma una vera offi­ci­na alche­mi­ca: mito, scien­za, reli­gio­ne e ana­to­mia si incon­tra­no, e ogni ele­men­to – dal­le archi­tet­tu­re goti­che agli ogget­ti ritua­li e scien­ti­fi­ci – inter­ro­ga la crea­zio­ne, la col­pa e il destino.

In que­sto con­te­sto, il mito di Pro­me­teo e il tema del­la hybris assu­mo­no un ruo­lo cen­tra­le. L’atto di crea­re la vita, di oltre­pas­sa­re i limi­ti natu­ra­li e assu­mer­si il rischio di sfi­da­re l’ordine costi­tui­to è al tem­po stes­so gesto di ambi­zio­ne e fon­te di fra­gi­li­tà. La nar­ra­zio­ne, infat­ti, non cele­bra la scien­za o il mito come trion­fo, ma esplo­ra il con­flit­to inte­rio­re e la com­ples­si­tà del­la tra­co­tan­za uma­na. 

Il paral­le­li­smo tra Axen­te e del Toro emer­ge soprat­tut­to nell’attenzione al cor­po e alla meta­mor­fo­si. Le figu­re ibri­de di Axen­te tro­va­no un cor­ri­spet­ti­vo nel cor­po stra­ti­fi­ca­to del­la Crea­tu­ra: in entram­bi i casi, la for­ma fisi­ca diven­ta vei­co­lo di memo­ria, desi­de­rio, pau­ra e tra­scen­den­za. Axen­te esplo­ra la meta­mor­fo­si come pro­ces­so spi­ri­tua­le e mate­ria­le, men­tre del Toro rac­con­ta la com­ples­si­tà dell’agire uma­no in rela­zio­ne alla crea­zio­ne. Il sim­bo­lo, per entram­bi, tra­du­ce in for­me visi­bi­li le ten­sio­ni tra espe­rien­za arti­sti­ca e narrativa.

Que­sto ritor­no al sim­bo­li­smo, dun­que, non è un recu­pe­ro este­ti­co del pas­sa­to, ma un’esigenza con­tem­po­ra­nea di rida­re den­si­tà e com­ples­si­tà alla per­ce­zio­ne, rive­lan­do dimen­sio­ni nasco­ste e sti­mo­lan­do pro­ces­si di rifles­sio­ne e immaginazione.

In que­sto sce­na­rio, Axen­te e del Toro mostra­no come il sim­bo­lo pos­sa diven­ta­re uno spa­zio ope­ra­ti­vo in cui l’immagine gene­ra pen­sie­ro e non solo emo­zio­ne. La loro ricer­ca sug­ge­ri­sce che, nell’epoca del­la velo­ci­tà e del­la sem­pli­fi­ca­zio­ne, l’atto crea­ti­vo può anco­ra far­si luo­go di inter­ro­ga­zio­ne pro­fon­da: un ter­ri­to­rio in cui l’opera non offre rispo­ste imme­dia­te, ma invi­ta a sosta­re, a dubi­ta­re e a imma­gi­na­re. Ed è for­se in que­sta capa­ci­tà di apri­re oriz­zon­ti inat­te­si nel­la vita quo­ti­dia­na che si rico­no­sce la vera for­za del sim­bo­lo contemporaneo.

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Amelie Bourdon

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