Trent’anni dopo Edipus di Testori provoca e smuove ancora

Al Piccolo Teatro di Milano, la messinscena di Tiezzi rilancia la forza della lingua testoriana tra corpo, mito e attualità.

Edipus Teatro

Il 25 novembre 2025 Edipus è tornato in scena a Milano – a trent’anni dal suo debutto del 1994 – ospitato al Piccolo Teatro Studio Melato. Scritto nel 1977 da Giovanni Testori per Franco Parenti, lo spettacolo continua a riscuotere un forte successo, conquistando il pubblico fino alla standing ovation.

Edi­pus è il capi­to­lo con­clu­si­vo del­la Tri­lo­gia degli Sca­roz­zan­ti, ciclo in cui Testo­ri rac­con­ta il mon­do dei mar­gi­na­li, esplo­ran­do tre gran­di miti del tea­tro occi­den­ta­le – Amle­toMac­beth di Sha­ke­spea­re, e Edi­po Re di Sofo­cle – tra­spor­tan­do­li nell’universo pove­ro e visio­na­rio degli “sca­roz­zan­ti”, una com­pa­gnia giro­va­ga di atto­ri di stra­da. I tre testi che la com­pon­go­no, L’Ambleto (1972), Mac­bet­to (1974) ed Edi­pus (1977), rein­ven­ta­no quei clas­si­ci in chia­ve popo­la­re e tra­gi­ca­men­te grot­te­sca e fan­no emer­ge­re temi pro­fon­di come la col­pa, l’identità e il destino.

Que­sta rilet­tu­ra dell’opera tro­va in San­dro Lom­bar­diAnto­nio Per­ret­ta i suoi inter­pre­ti, sot­to la dire­zio­ne di Fede­ri­co Tiez­zi.

Al cen­tro del­la sce­na c’è un uni­co atto­re, il capo­co­mi­co – inter­pre­ta­to da San­dro Lom­bar­di –, che dà cor­po a tut­ti i per­so­nag­gi del­la tra­ge­dia: attra­ver­so cam­bi d’abito in sce­na, diven­ta Laio, Gio­ca­sta, Edi­po e Dionisio.

Accan­to a lui, Anto­nio Per­ret­ta fun­ge da sug­ge­ri­to­re, rego­la le luci e lo assi­ste nei pas­sag­gi di costu­me; com­pa­re dav­ve­ro in sce­na solo nel fina­le, pren­den­do la paro­la con pro­nun­ce volu­ta­men­te sba­glia­te che inne­sca­no iro­ni­che cor­re­zio­ni da par­te del capocomico.

Edipo tra mito e biografia

Se nel­la tra­ge­dia sofo­clea Edi­po agi­sce nell’ignoranza, per Testo­ri le coor­di­na­te cam­bia­no radi­cal­men­te. Edi­pus ucci­de il padre Laio con­sa­pe­vol­men­te e l’incesto con la madre Gio­ca­sta non avvie­ne per erro­re, ma nel­la pie­na con­sa­pe­vo­lez­za dell’atto, in una dimen­sio­ne maca­bra, espli­ci­ta­ta sen­za veli.

Il capo­co­mi­co non è però sol­tan­to un inter­pre­te: è un per­so­nag­gio tra­gi­co a sua vol­ta. Fal­li­to, abban­do­na­to, sen­za più madre né trou­pe, pro­iet­ta nel­la vicen­da di Sofo­cle la pro­pria sto­ria per­so­na­le. Così il con­fi­ne tra mito e bio­gra­fia si sgre­to­la e si con­fon­de: il ran­co­re ver­so Laio riflet­te il risen­ti­men­to del capo­co­mi­co ver­so il pri­mo atto­re, fug­gi­to per con­ver­tir­si al caba­ret, e l’a­mo­re-odio per Gio­ca­sta rispec­chia quel­lo per l’ex com­pa­gna di sce­na e di vita, che ha lascia­to il tea­tro per spo­sar­si con un mobi­lie­re di Meda.

Edipus teatro
Edi­pus — Tea­tro di Pistoia

La «lingua testoriana»

La mes­sin­sce­na met­te a nudo la for­za car­na­le del testo, resti­tuen­do al pub­bli­co un’esperienza inten­sa e visce­ra­le, e la dram­ma­tur­gia si avva­le di quel­lo che si può defi­ni­re il lavo­ro lin­gui­sti­co-arti­sti­co di Gio­van­ni Testo­ri: una lin­gua poten­te e inno­va­ti­va che mesco­la dia­let­to (mila­ne­se e lom­bar­do), ita­lia­no auli­co e “lati­no mac­che­ro­ni­co”. Que­sto lin­guag­gio – arti­fi­cia­le e volu­ta­men­te esa­ge­ra­to – rag­giun­ge un’espressività qua­si pri­mi­ti­va: espli­ci­ta, iro­ni­ca, paro­di­ca, capa­ce di evo­ca­re imma­gi­ni for­ti e contrastanti.
E nel­la reci­ta­zio­ne, la “lin­gua testo­ria­na” diven­ta mate­ria viva: il cor­po, la voce e il rit­mo si pie­ga­no alle paro­le, in un equi­li­brio insta­bi­le tra pro­fa­no e sacro.

Lo spet­ta­to­re vie­ne così subi­to tra­sci­na­to in un regi­stro espres­si­vo fero­ce, comi­co e scom­po­sto allo stes­so tempo.

“Biso­gna­va far­ne rie­mer­ge­re l’a­spet­to ero­ti­co e dio­ni­sia­co, anar­chi­co e ribel­le, e met­te­re in luce la tin­ta qua­si pop di cer­ti suoi cor­to­cir­cui­ti tema­ti­ci e lin­gui­sti­ci” spie­ga Lombardi.

Il capo­co­mi­co rom­pe la quar­ta pare­te rivol­gen­do­si diret­ta­men­te al pub­bli­co e gio­can­do con l’i­ro­nia; anche Per­ret­ta entra nel gio­co sce­ni­co: inter­vie­ne nel­la sce­na chie­den­do una pau­sa e, con natu­ra­lez­za spiaz­zan­te, adden­ta un pani­no sot­to gli occhi del pubblico.

«Ma cosa ci dice ora quel allora?»

Que­sto ritor­no di Edi­pus dimo­stra come il tea­tro di Testo­ri con­ti­nui a par­la­re con bru­cian­te attua­li­tà. Come ricor­da lo stes­so Lom­bar­di, lo spet­ta­co­lo por­ta in sce­na «non sol­tan­to quel­le paro­le e quel­la lin­gua – ma anche la gio­ia, la pau­ra, l’azzardo di un cor­po diver­so, di una fati­ca mag­gio­re; quel­la lon­ta­nan­za, simi­le alla luce di cer­te stel­le, di cui non pos­sia­mo sape­re se sia­no già mor­te o splen­do­no anco­ra, più inten­se di pri­ma», tra­sfor­man­do il mito in un’espe­rien­za capa­ce di par­la­re anco­ra – e for­se oggi ancor di più – al nostro pre­sen­te. «Il mon­do è cam­bia­to: s’è incu­pi­to, incat­ti­vi­to. Eppu­re sia­mo qui, anco­ra una vol­ta, per scru­ta­re quest’uomo, que­sto lin­guag­gio, que­sta tea­tra­li­tà, e per risu­sci­ta­re i segni di un con­ta­gio, di una miste­rio­sa not­te oscu­ra che tro­va nel tea­tro paro­la e guarigione».

L’interpretazione inten­sis­si­ma di Lom­bar­di resti­tui­sce allo­ra al pub­bli­co un’opera che non con­ce­de tre­gua: distur­ban­te, neces­sa­ria, viva.

Con­di­vi­di:
Chiara Cardella
Stu­den­tes­sa di Let­te­re, appas­sio­na­ta di let­tu­ra e scrit­tu­ra. Aman­te dei viag­gi e del­la sco­per­ta di cose sem­pre nuo­ve, sogno di tra­sfor­ma­re la mia curio­si­tà in una car­rie­ra gior­na­li­sti­ca. Cre­do che ogni sto­ria meri­ti di esse­re ascol­ta­ta e condivisa.
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.

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