U=U, l’HIV nel quasi 2026

Ieri, 1 dicembre, era la Giornata Mondiale di Lotta contro l’AIDS, un’occasione per fare sensibilizzazione sul tema, che ancora oggi è avvolto da un’aura di inconsapevolezza. Inconsapevolezza che genera stigma.

25 luglio 1985: un comu­ni­ca­to stam­pa dichia­ra al mon­do che Rock Hud­son, uno dei più gran­di vol­ti dell’età d’oro di Hol­ly­wood, ha l’AIDS. È il pri­mo vip occi­den­ta­le a far­lo.

Hud­son è per­fet­to per lo star system del tem­po che diven­ta il suo habi­tat per­fet­to: cor­po­ra­tu­ra mar­mo­rea, viri­le, bian­co ed ete­ro. Den­tro e fuo­ri dal set è l’uomo-model­lo ras­si­cu­ran­te: il suo celi­ba­to non sfo­cia mai nel don­gio­van­ni­smo, pro­prio nel perio­do dell’Edonismo Rea­ga­nia­no. Hud­son deve rap­pre­sen­ta­re, per il tra­di­zio­na­li­smo, una zona sicu­ra di mono­ga­mia e tra­di­zio­na­li­tà. Non è infat­ti un miste­ro la sua ami­ci­zia con l’allora pre­si­den­te Rea­gan, a cui chie­de­rà aiu­to in fin di vita, che fece del­la con­ser­va­zio­ne del­la fami­glia patriar­ca­le un caval­lo di battaglia.

Dopo due mesi dal comu­ni­ca­to e outing dell’attore ami­co, Rea­gan par­la per la pri­ma vol­ta dell’AIDS come una top prio­ri­ty. Esat­ta­men­te tre anni pri­ma Lar­ry Spea­kes, por­ta­vo­ce del­la Casa Bian­ca, ave­va rispo­sto a un gior­na­li­sta: «AIDS? Non ne so niente».

In quel­la occa­sio­ne, l’HIV fa cade­re la masche­ra del­la Blue Vel­vet Ame­ri­ca: il pala­di­no del­la tra­di­zio­ne era in real­tà gay, il suo fisi­co sta­tua­rio si sta­va ingra­ci­len­do e le attri­ci da lui bacia­te era­no di col­po ter­ro­riz­za­te di aver con­trat­to la gay pla­gue.

Prima l’uovo o la gallina?

Già dal 1981, anno in cui si rico­no­sce uffi­cial­men­te l’AIDS per la pri­ma vol­ta negli Sta­ti Uni­ti, la malat­tia vie­ne asso­cia­ta istan­ta­nea­men­te alla comu­ni­tà gay. Il virus non ha occhi per vede­re l’orientamento ses­sua­le, il lavo­ro o la con­di­zio­ne socia­le del cor­po da abi­ta­re. Eppu­re, un po’ per igno­ran­za, un po’ per cul­tu­ra, per­si­no la let­te­ra­tu­ra scien­ti­fi­ca del tem­po par­la di «gay com­pro­mi­se sin­dro­me», limi­tan­do l’infezione alla comu­ni­tà omo­ses­sua­le. Jer­ry Fal­well, pasto­re fon­da­to­re del­la lob­by Moral Majo­ri­ty, com­men­ta la situa­zio­ne dicen­do che l’AIDS non è solo una «puni­zio­ne di Dio», ma anche «il giu­di­zio di Dio espres­so nei con­fron­ti di una socie­tà che non rispet­ta le Sue regole».

Pro­prio nell’America rea­ga­nia­na era arri­va­to un virus che, nel­la nar­ra­zio­ne del tem­po, col­pi­va quel­le cate­go­rie mar­gi­na­liz­za­te dal­lo sta­tus quo. Infat­ti, nono­stan­te l’isolamento e lo stig­ma pos­sa­no appa­ren­te­men­te sem­bra­re moti­va­ti da ragio­ni sani­ta­rie, essi diven­ta­no giu­sti­fi­ca­zio­ne per con­ti­nua­re a discri­mi­na­re grup­pi già rele­ga­ti agli ango­li del­la socie­tà, come quel­lo che ven­ne poi chia­ma­to anche Four-H-Club (homo­se­xuals, Hai­tians, heroin addic­ts, hemophiliacs).

L’accusa prin­ci­pa­le, a moti­va­re lo stig­ma, è pro­prio quel­la di irre­spon­sa­bi­li­tà. Si incol­pa il sin­go­lo del­la negli­gen­za che ha por­ta­to all’infezione e non quel­la socie­tà che per anni non ha fat­to nien­te per pre­ve­nir­la. «Le abi­tu­di­ni poco sane asso­cia­te al can­cro, o ad altre malat­tie – ricor­da Son­tag in L’Aids e le sue meta­fo­re – […] sono il risul­ta­to di una man­can­za di volon­tà o di pru­den­za, oppu­re di una dipen­den­za da pro­dot­ti chi­mi­ci il cui uso è legal­men­te con­sen­ti­to, ma il com­por­ta­men­to insa­no che pro­vo­ca l’Aids vie­ne con­si­de­ra­to come qual­co­sa di più che sem­pli­ce debo­lez­za. È indul­gen­za, negli­gen­za, ossia dipen­den­za da pro­dot­ti chi­mi­ci ille­ga­li e da com­por­ta­men­ti ses­sua­li rite­nu­ti devianti».

Come si vive oggi con l’HIV?

Ai gior­ni nostri, vive­re con l’HIV è deci­sa­men­te diver­so dal­la tra­gi­ca nar­ra­zio­ne main­stream lega­ta indis­so­lu­bil­men­te alla mor­te, soprat­tut­to se si ini­zia il trat­ta­men­to in tempo.

Dal 2016, è sta­to infat­ti svi­lup­pa­to in medi­ci­na il con­cet­to di U=U (Undetectable=Untransmittable): pur aven­do con­trat­to il virus, con l’assunzione di una cor­ret­ta tera­pia anti­re­tro­vi­ra­le, si rag­giun­ge una cari­ca vira­le non rile­va­bi­le e non lo si può tra­smet­te­re nem­me­no attra­ver­so rap­por­ti ses­sua­li non pro­tet­ti. «È una rivo­lu­zio­ne scien­ti­fi­ca e socia­le che ha ridot­to lo stig­ma, anche se non lo ha eli­mi­na­to», dice Enri­co Caru­so, coor­di­na­to­re di Mila­no Chec­k­point, un’associazione nel­la zona di Lore­to che si occu­pa di salu­te sessuale.

«Il Chec­k­point non è solo un luo­go che ero­ga ser­vi­zi sani­ta­ri: è anche uno spa­zio di com­mu­ni­ty buil­ding. Qui le per­so­ne tro­va­no infor­ma­zio­ni aggior­na­te, sup­por­to tra pari, orien­ta­men­to ai ser­vi­zi, ma anche un sen­so di liber­tà nell’affrontare il tema del­la salu­te ses­sua­le – un tema anco­ra trop­po spes­so vis­su­to con ver­go­gna. Per mol­te per­so­ne LGBTQIA+, don­ne, sex wor­ker, migran­ti o sem­pli­ce­men­te per chi vuo­le un ambien­te acco­glien­te, il Chec­k­point diven­ta un pun­to di rife­ri­men­to, un luo­go in cui la salu­te non è un dove­re ma un dirit­to».

Par­lan­do di pre­ven­zio­ne, inve­ce, oggi è parec­chio diver­si­fi­ca­ta: non solo gra­zie ai mez­zi “tra­di­zio­na­li”, come pre­ser­va­ti­vo e test, ma dal 2016 anche gra­zie alla PrEP. Un far­ma­co per pre­ve­ni­re l’infezione, che «rap­pre­sen­ta una del­le inno­va­zio­ni più impor­tan­ti per­ché spo­sta l’idea di pre­ven­zio­ne da una respon­sa­bi­li­tà indi­vi­dua­le a una stra­te­gia di salu­te pub­bli­cabasa­ta sul­la liber­tà, sull’autonomia e sul­la ridu­zio­ne del­lo stigma».

Dal 2023 la PrEP è un pre­si­dio pre­ven­ti­vo gratuito.

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Carmine Catacchio
Fac­cio let­te­re, mi piac­cio­no le interviste.

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