Ieri, 1 dicembre, era la Giornata Mondiale di Lotta contro l’AIDS, un’occasione per fare sensibilizzazione sul tema, che ancora oggi è avvolto da un’aura di inconsapevolezza. Inconsapevolezza che genera stigma.
25 luglio 1985: un comunicato stampa dichiara al mondo che Rock Hudson, uno dei più grandi volti dell’età d’oro di Hollywood, ha l’AIDS. È il primo vip occidentale a farlo.
Hudson è perfetto per lo star system del tempo che diventa il suo habitat perfetto: corporatura marmorea, virile, bianco ed etero. Dentro e fuori dal set è l’uomo-modello rassicurante: il suo celibato non sfocia mai nel dongiovannismo, proprio nel periodo dell’Edonismo Reaganiano. Hudson deve rappresentare, per il tradizionalismo, una zona sicura di monogamia e tradizionalità. Non è infatti un mistero la sua amicizia con l’allora presidente Reagan, a cui chiederà aiuto in fin di vita, che fece della conservazione della famiglia patriarcale un cavallo di battaglia.
Dopo due mesi dal comunicato e outing dell’attore amico, Reagan parla per la prima volta dell’AIDS come una top priority. Esattamente tre anni prima Larry Speakes, portavoce della Casa Bianca, aveva risposto a un giornalista: «AIDS? Non ne so niente».
In quella occasione, l’HIV fa cadere la maschera della Blue Velvet America: il paladino della tradizione era in realtà gay, il suo fisico statuario si stava ingracilendo e le attrici da lui baciate erano di colpo terrorizzate di aver contratto la gay plague.
Prima l’uovo o la gallina?
Già dal 1981, anno in cui si riconosce ufficialmente l’AIDS per la prima volta negli Stati Uniti, la malattia viene associata istantaneamente alla comunità gay. Il virus non ha occhi per vedere l’orientamento sessuale, il lavoro o la condizione sociale del corpo da abitare. Eppure, un po’ per ignoranza, un po’ per cultura, persino la letteratura scientifica del tempo parla di «gay compromise sindrome», limitando l’infezione alla comunità omosessuale. Jerry Falwell, pastore fondatore della lobby Moral Majority, commenta la situazione dicendo che l’AIDS non è solo una «punizione di Dio», ma anche «il giudizio di Dio espresso nei confronti di una società che non rispetta le Sue regole».
Proprio nell’America reaganiana era arrivato un virus che, nella narrazione del tempo, colpiva quelle categorie marginalizzate dallo status quo. Infatti, nonostante l’isolamento e lo stigma possano apparentemente sembrare motivati da ragioni sanitarie, essi diventano giustificazione per continuare a discriminare gruppi già relegati agli angoli della società, come quello che venne poi chiamato anche Four-H-Club (homosexuals, Haitians, heroin addicts, hemophiliacs).
L’accusa principale, a motivare lo stigma, è proprio quella di irresponsabilità. Si incolpa il singolo della negligenza che ha portato all’infezione e non quella società che per anni non ha fatto niente per prevenirla. «Le abitudini poco sane associate al cancro, o ad altre malattie – ricorda Sontag in L’Aids e le sue metafore – […] sono il risultato di una mancanza di volontà o di prudenza, oppure di una dipendenza da prodotti chimici il cui uso è legalmente consentito, ma il comportamento insano che provoca l’Aids viene considerato come qualcosa di più che semplice debolezza. È indulgenza, negligenza, ossia dipendenza da prodotti chimici illegali e da comportamenti sessuali ritenuti devianti».
Come si vive oggi con l’HIV?
Ai giorni nostri, vivere con l’HIV è decisamente diverso dalla tragica narrazione mainstream legata indissolubilmente alla morte, soprattutto se si inizia il trattamento in tempo.
Dal 2016, è stato infatti sviluppato in medicina il concetto di U=U (Undetectable=Untransmittable): pur avendo contratto il virus, con l’assunzione di una corretta terapia antiretrovirale, si raggiunge una carica virale non rilevabile e non lo si può trasmettere nemmeno attraverso rapporti sessuali non protetti. «È una rivoluzione scientifica e sociale che ha ridotto lo stigma, anche se non lo ha eliminato», dice Enrico Caruso, coordinatore di Milano Checkpoint, un’associazione nella zona di Loreto che si occupa di salute sessuale.
«Il Checkpoint non è solo un luogo che eroga servizi sanitari: è anche uno spazio di community building. Qui le persone trovano informazioni aggiornate, supporto tra pari, orientamento ai servizi, ma anche un senso di libertà nell’affrontare il tema della salute sessuale – un tema ancora troppo spesso vissuto con vergogna. Per molte persone LGBTQIA+, donne, sex worker, migranti o semplicemente per chi vuole un ambiente accogliente, il Checkpoint diventa un punto di riferimento, un luogo in cui la salute non è un dovere ma un diritto».
Parlando di prevenzione, invece, oggi è parecchio diversificata: non solo grazie ai mezzi “tradizionali”, come preservativo e test, ma dal 2016 anche grazie alla PrEP. Un farmaco per prevenire l’infezione, che «rappresenta una delle innovazioni più importanti perché sposta l’idea di prevenzione da una responsabilità individuale a una strategia di salute pubblicabasata sulla libertà, sull’autonomia e sulla riduzione dello stigma».
Dal 2023 la PrEP è un presidio preventivo gratuito.

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