La retrospettiva Il mondo e la tenerezza, dedicata a Walter Rosenblum e allestita al Centro Culturale di Milano dal 3 dicembre 2025 al 19 febbraio 2026, offre al pubblico un’occasione per avvicinarsi a uno dei maestri indiscussi della fotografia del Novecento. Curata da Roberto Mutti e articolata attraverso decine di fotografie vintage provenienti da New York, la mostra restituisce l’essenza di un autore che ha saputo coniugare il reportage con la delicatezza di uno sguardo profondamente umano, coerente con un titolo che accosta senza retorica la complessità del mondo alla dimensione intima della tenerezza.
Nato nel 1919 da una famiglia di immigrati ebrei romeni, Rosenblum si formò alla scuola di due giganti come Lewis Hine e Paul Strand, dai quali ereditò la convinzione che fotografare significhi prima di tutto riconoscere l’altro nella sua dignità. La frase che amava ripetere, “La mia fotografia è un omaggio alla persona che fotografo”, attraversa idealmente le sette sezioni dell’esposizione, dedicate agli snodi fondamentali del suo lavoro: le comunità di immigrati della Lower East Side, le strade di East Harlem e del South Bronx, i rifugiati spagnoli in Francia, la vita nell’Europa del dopoguerra, Haiti e, naturalmente, la Seconda Guerra Mondiale. Rosenblum visse il conflitto in prima linea, sbarcando a Omaha Beach la mattina del D Day e realizzando le prime riprese del campo di concentramento di Dachau, un’esperienza che lo rese uno dei fotografi più decorati del suo tempo e che il Centro Simon Wiesenthal ha riconosciuto come un contributo decisivo alla liberazione del campo.
La sua crescita artistica passò attraverso la Photo League, un laboratorio intellettuale che negli anni Trenta e Quaranta ridefinì la fotografia sociale americana e che raccolse figure come Helen Levitt, Robert Frank e Dorothea Lange. Rosenblum ne divenne una delle voci più attive fino allo scioglimento imposto dal clima del maccartismo nel 1952. Parallelamente costruì una lunga e influente carriera accademica al Brooklyn College e alla Yale Summer School of Art, mentre insieme alla moglie Naomi, storica della fotografia, contribuì a curare mostre fondamentali che hanno plasmato la cultura visiva del secondo Novecento, fino a ricevere nel 1999 l’Infinity Award dell’International Center of Photography.
Le sue opere sono oggi presenti nelle maggiori collezioni internazionali, dal MOMA alla Bibliothèque Nationale, e mantengono intatta la forza di un linguaggio che parte sempre dall’essere umano e dalle sue storie. Visitare questa mostra significa confrontarsi con un modo di guardare il mondo che non teme la durezza della realtà ma sa riconoscere, anche nelle situazioni più difficili, una scintilla di umanità.
La mostra dedicata a Walter Rosenblum rappresenta per studenti e giovani ricercatori un’occasione preziosa per interrogarsi sul rapporto tra fotografia, storia e responsabilità civile. Per approfondire il valore di questo progetto espositivo abbiamo intervistato Roberto Mutti, curatore della retrospettiva. Con lui abbiamo discusso non solo della figura di Rosenblum, ma anche del ruolo educativo di una fotografia capace di raccontare la realtà senza rinunciare alla tenerezza.

Quale aspetto della fotografia di Rosenblum si vuole mettere maggiormente in risalto con questa esposizione? Qual è il fil rouge che collega le sue opere?
Roberto Mutti: «Sicuramente l’aspetto legato alla Photo League. Rosenblum ne è stato uno dei protagonisti più autentici e la sua formazione all’interno della cooperativa ha segnato profondamente la sua visione. La Photo League si era posta un obiettivo ambizioso: usare la fotografia come mezzo per comprendere e migliorare la società, offrendo un insegnamento accessibile e raccontando senza filtri la vita dei ceti meno abbienti, dei lavoratori, delle persone invisibili. La sua opera, coerentemente con gli obiettivi del collettivo, restituisce attenzione e dignità ai soggetti che ritraeva.»
Quali sono le sfide che un curatore deve affrontare per creare un allestimento coerente?
Roberto Mutti: «Credo che il compito principale di un curatore sia quello di entrare nella testa dell’autore. Per farlo bisogna studiarlo a fondo, leggere i suoi scritti, confrontarsi con ciò che altri hanno scritto su di lui e, quando possibile, instaurare un dialogo diretto. Ma tutto questo non basta se non si tiene conto di chi guarda. L’allestimento deve parlare al pubblico di oggi, deve offrire una chiave di lettura contemporanea senza tradire l’essenza dell’artista. È un equilibrio delicato: comprendere il passato per restituirlo in modo significativo al presente.»
Come possiamo rileggere oggi Rosenblum? Ci può ancora insegnare qualcosa?
Roberto Mutti: «Rosenblum è un fotografo sorprendentemente attuale. La lezione più grande che lascia è quella sulla composizione. Era capace di instaurare un rapporto profondo con i suoi soggetti e allo stesso tempo di leggere lo spazio circostante con una sensibilità rara. Ogni elemento nelle sue immagini dialoga con gli altri, nulla è casuale.
Quando osserviamo una fotografia non dobbiamo considerare solo lo sguardo del soggetto ritratto o quello del fotografo, ma anche il nostro. Rosenblum ci invita a un atto di attenzione, di presenza. In un mondo veloce e distratto ci ricorda l’importanza di fermarci davvero a guardare le persone che ci circondano.»
È spesso ricorrente l’idea che l’arte non abbia più nulla da dire. È vero che è già stato detto tutto? La creatività si è davvero esaurita?
Roberto Mutti: «Agli artisti e ai giovani fotografi consiglio sempre di lasciarsi guidare dalla curiosità. Ogni oggetto e ogni soggetto possono diventare il punto di partenza per un’opera. È questo movimento interiore che tiene viva la creatività.
Pensare che l’arte non abbia più nulla da dire è un limite. Secoli fa si diceva già la stessa cosa e il mondo è andato comunque incontro a cambiamenti significativi. Certo, molto è stato rappresentato, ma ciò non significa che tutto sia esaurito. Abbiamo ancora infinite rivoluzioni da compiere. Sì, si è fatto di tutto, ma proprio per questo oggi si può ancora fare di tutto, con nuovi sguardi, nuove urgenze e una rinnovata sensibilità.»
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