Chiara Amalia Bernardini e Nicola Mora, in arte “Angel Names”, raccontano il loro percorso musicale tra ricerca sonora, immaginario cinematografico e coerenza artistica.
Gli Angel Names ci hanno spiegato com’è nato il loro progetto e come hanno costruito un’identità musicale autentica, che non strizza l’occhio alle mode. Siamo partiti dal post-punk per arrivare all’alternative rock; abbiamo poi parlato del ruolo del cinema e dell’immaginario onirico nella loro musica e dell’idea di una band a due voci. Un dialogo sul fare musica underground oggi in Italia, tra difficoltà del settore, coerenza e rifiuto dei compromessi.
Come vi siete conosciuti?
Io avevo 12 anni, lui 13,e ci siamo conosciuti prima di qualsiasi progetto musicale. Siamo stati amici per molto tempo e poi una coppia per 11 anni. Ad un certo punto, durante la relazione abbiamo deciso di unire gli sforzi creativi in un progetto musicale comune. Così è nato il progetto Kick nel 2013, il primo disco è uscito nel 2016.
Recentemente abbiamo deciso di dare un nuovo futuro al progetto, il nome è cambiato e e la scelta è stata comportata da una dinamica diversa all’interno delle nostre vite personali. La scelta riflette questa trasformazione: da coppia siamo di fatto diventati una coppia musicale.
Cosa è cambiato a partire dal progetto Kick e ora Angel Names?
Artisticamente l’approccio rimane un po’ quello, non ci siamo posti vincoli di stile né di cosa doveva essere il progetto. Il suono meno tagliente, meno ruvido, più sognante. Kick era più post punk, a tonale, ruvido; ora con il progetto Angel Names il suono è più dream e meno post punk, quasi anche pop, la nostra sensibilità pop è uscita di più con Angel Names.
Come funziona la creazione di una canzone? Che ruolo avete nella creazione del singolo?
Cerchiamo di non avere dei vincoli, non ci sono punti troppo fissi. Chiunque arriva porta un’idea e la sviluppiamo insieme, magari Nicola arriva con una parte di chitarra o batteria, oppure Chiara con una di basso o voce già scritta e da lì la si lavora insieme. I testi ad oggi sono appannaggio di Chiara, ma non ci sono ruoli veri e propri, è capitato così, ma può essere che in futuro si cambi.
Andiamo nello specifico di Sugar Crush. Com’è stata la nascita dell’idea?
E’ uscito il 16 dicembre. Nasce come un’idea di chitarra di Nicola, un frankenstein di un po ‘di cose che aveva sul computer, le ha messe assieme, ha cantato lui le strofe e Chiara ha messo il ritornello.
Un elemento di novità di Angel Names è che anche Nicola ha fatto il suo debutto come cantante, ci sono singoli in cui canta. in Soaked in starlight ad esempio Chiara fa solo i cori, ma sono tutte un po divise tra i due. Questa è la linea che potremmo sviluppare, una band a due voci e non più ad una sola.
Quali sono i temi che volete trattare?
Non scrivo a tavolino, quindi tendenzialmente scrivo in seguito a un episodio, qualcosa che le è capitato. Molto spesso sono tematiche autobiografiche, spesso sono tristi perché magari quando succedono cose tristi sono più portata a scriverlo. La musica per me ha un valore terapeutico, vivo le emozioni attraverso quello che scrivo, le fermo sulla carta e quando gli do una forma le capisco meglio, le vedo e le sento meglio. In un brano (che non è ancora uscito) c’è una tematica politica, è dedicato al 25 aprile, alla Liberazione.
Qual È l’atmosfera che volete portare?
La dimensione onirica ci caratterizza molto, come nel Dream Pop in fondo, ma la nostra musica ha una dimensione cinematografica. Siamo entrambi divoratori di film da sempre e quindi credo che un certo tipo di cinema ci abbia influenzato, si possono cogliere delle somiglianze. Non è tanto studiato a tavolino, ma è emerso naturalmente, immagazziniamo tanta arte e poi quello che ne esce è il risultato di una specifica arte (come i film di Lynch) che hanno questa atmosfera onirica.
Parliamo di cosa vi ispira. Quali sono gruppi, artisti a cui vi sentite vicini?
Tutta la musica non mainstream ci piace, quella considerata alternativa, non pop, ma legata a sonorità oscure, come i primi Pink Floyd, new wave anni ‘80 più oscura anche italiana. i Pavement, insomma musica che non è da classifica pop.
Nel nostro disco in realtà na dimensione più pop c’è, io sono stata sempre esposta a tantissima musica diversa, tanto rock degli anni ‘90 e quando ho iniziato a cercare la mia strada sono andata a pescare quelle cose che non ascoltavo a casa come il metal, black metal. Da piccola era ossessionata da Marylin Manson, ma anche David Bowie che davano una forte identità visiva ai loro progetti. Ero colpita da chi aveva anche qualcosa da dire a livello visivo.
Come descrivereste il vostro sound a chi non vi ha mai ascoltato?
Di base siamo una band rock, quindi chitarra, basso batteria e voce. Abbiamo influenze dal punk e generi rumorosi come la new wave. Rispetto ai Kick c’è una virata leggermente più pop, influenzata del nostro produttore, Elmer Hallsby, forse lui ha portato (è svedese, quindi attinge da un’altra cultura a livello musicale) e ha tirato fuori il lato più pop che prima si sentiva meno.
Cosa farete in futuro?
Un’idea potrebbe essere portare avanti l’idea delle due voci. Nella pratica spero di fare un altro disco se avremo i soldi o se scopriremo di avere uno zio ricco. Nell’immediato futuro cercheremo di promuovere al massimo la musica, fare più concerti possibile e di arrivare a più persone possibile.
Come è essere musicisti in Italia oggi?
E’ difficile. Credo di parlare per la stragrande maggioranza dei gruppi a livello underground. C’è una grandissima influenza dei social media come sappiamo e la figura del musicista è cambiata, non è solo chi scrive e suona ma siamo diventati anche dei content creator, creiamo contenuti che poi buttiamo nel mare di instagram e dei social e speriamo che questi contenuti circolino, anche se la logica è difficile da capire.
C’è anche un discorso economico: per dei gruppi underground senza una major si spende tanro. Nella creazione di un disco, nella registrazione ecc., si cerca di promuovere i contenuti musicali, ci si affida ad un’agenzia, non si parla di cifre irrisorie. La musica diventa sempre più elitaria, chi può permettersi di fare tutto va avanti e gli altri rimangono indietro. Noi abbiamo Dischi Sotterranei come etichetta che ci aiuta, ma è comunque difficile.
Non avete mai sentito la necessità di seguire le mode?
No, non abbiamo mai deciso di fare dei compromessi che andassero a danneggiare l’autenticità della nostra musica. Noi facciamo quello che vogliamo fare, esprimiamo quello che c’è dentro di noi, non seguiamo quello che ci fa andare nei festival più fighi. Noi siamo stupidamente testardi e vogliamo essere eticamente integri. Ci piace il dolore e ci facciamo del male.




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