Così si fa un film su Norimberga

Norimberga: un duello psicologico fra etica e politica

Al di là del processo, il film di Vanderbilt esplora il legame fra Göring e lo psichiatra Kelley, svelando compromessi, contraddizioni e la banalità del male.

«Due ore e mez­za di film sto­ri­co sul Pro­ces­so di Norim­ber­ga» non è esat­ta­men­te una sinos­si che pre­lu­da a una visio­ne avvin­cen­te e coinvolgente.

Eppu­re Norim­ber­ga, l’ultimo film di James Van­der­bilt usci­to in Ita­lia il 18 dicem­bre scor­so, non risul­ta mai par­ti­co­lar­men­te len­to o noio­so, anzi.

Ambien­ta­to duran­te il Pro­ces­so (o meglio i Pro­ces­si) di Norim­ber­ga imba­sti­ti dagli Allea­ti fra 1945 e 1946 con­tro i lea­der del­la Ger­ma­nia nazi­sta, la tra­ma (trat­ta da un libro del 2013) segue nel­lo spe­ci­fi­co il rap­por­to fra il gerar­ca Her­mann Göring (Rus­sell Cro­we) e lo psi­chia­tra mili­ta­re sta­tu­ni­ten­se Dou­glas Kel­ley (Rami Malek), inca­ri­ca­to di stu­dia­re il pro­fi­lo dell’imputato nazista.

Anche se si trat­ta di un film sto­ri­co, il cui con­te­sto è cer­ta­men­te rico­strui­to con dovi­zia di rife­ri­men­ti, non risul­ta docu­men­ta­ri­sti­co o acca­de­mi­co e anzi roman­za il rac­con­to dov’è oppor­tu­no, con buo­na pace di tan­ti puri­sti. Sen­za arri­va­re all’americanata in sti­le The King’s Man: del­le quat­tro poten­ze allea­te, ad esem­pio, si vedo­no vera­men­te in gio­co sol­tan­to Sta­ti Uni­ti e Regno Unito.

Non è però nean­che un legal dra­ma, nono­stan­te i trai­ler lascias­se­ro pre­ve­de­re un focus tota­le sull’indagine riguar­dan­te Göring e una sor­ta di gio­co del gat­to con il topo da par­te di Kel­ley, che in qual­che modo l’avrebbe torchiato.

E inve­ce, accan­to a tut­to que­sto, c’è l’influen­za inver­sa e biu­ni­vo­ca del gerar­ca sul­lo psi­chia­tra, che fini­sce per costrui­re un con­tro­ver­so rap­por­to per­so­na­le con Göring e la sua fami­glia. Quest’arco, per­cor­so nel­la sua inte­rez­za fino al pun­to di rot­tu­ra, gio­va dell’inter­pre­ta­zio­ne non solo di Malek, ma anche di Cro­we, che sem­bra tor­na­re a quei suoi ruo­li meno action di una ven­ti­na d’anni fa (The Insi­der, A Beau­ti­ful Mind) – ma nel cast figu­ra­no anche nomi come quel­li di John Slat­te­ry (nei pan­ni del colon­nel­lo Andrus, coman­dan­te del­la pri­gio­ne) e Michael Shan­non (come giu­di­ce Jack­son, idea­to­re del Processo).

Un significato pieno di contraddizioni

In ogni caso, la trat­ta­zio­ne dram­ma­ti­ca è mes­sa al ser­vi­zio del mes­sag­gio, che in un film su Norim­ber­ga non può che esse­re com­ples­so, con tut­te le sue con­trad­di­zio­ni: se l’equo pro­ces­so vie­ne rico­no­sciu­to come dirit­to fon­da­men­ta­le, dovreb­be poter­si appli­ca­re a chiun­que a pre­scin­de­re da altre con­tin­gen­ze, per­si­no a dei nazi­sti – con i rischi di legit­ti­ma­zio­ne che ciò comporta.

Il film non solo met­te in sce­na que­sti dub­bi e dilem­mi, ma espo­ne anche con­trad­di­zio­ni e ipo­cri­sie inter­ne agli Allea­ti stes­si, lun­gi dall’essere un film apo­lo­ge­ti­co degli Sta­ti Uni­ti: i limi­ti del Pro­ces­so, pri­vo di pre­ce­den­ti e vis­su­to da alcu­ni per­so­nag­gi in modo stru­men­ta­le, non sen­za sot­ter­fu­gi; le col­pe degli Allea­ti, dal Pia­no R 4 anglo-fran­ce­se per occu­pa­re la Nor­ve­gia alle vit­ti­me col­la­te­ra­li del­le bom­be ato­mi­che sta­tu­ni­ten­si in Giap­po­ne (anche se inqua­dra­te come «dan­ni col­la­te­ra­li»), sen­za rispar­mia­re quel­le del­la Chie­sa; fino al costan­te cruc­cio del non abbas­sar­si al livel­lo dei nazi­sti, leg­gi­bi­le come cri­ti­ca per­si­no alla pena di mor­te attra­ver­so l’arco del ser­gen­te Trie­st (Leo Woodall).

Infi­ne, a fuga­re ogni dub­bio di inten­to agio­gra­fi­co inter­vie­ne l’epilogo, ambien­ta­to nel 1947, con il moni­to di Kel­ley con­tro l’estrema destra sta­tu­ni­ten­se e, in sostan­za, quel­la che quin­di­ci anni dopo Han­nah Arendt avreb­be chia­ma­to bana­li­tà del male.

Quel­la richia­ma­ta da Ste­fa­no Mas­si­ni su Piaz­za­pu­li­ta lo scor­so novem­bre, per gli ottant’anni dal Pro­ces­so, in un mono­lo­go for­se un po’ generalizzante.

Fra l’alto e il basso

I due pun­ti più debo­li risul­ta­no la gior­na­li­sta Lila (Lydia Pec­kham), mal incor­po­ra­ta nel siste­ma di per­so­nag­gi, e la sequen­za con papa Pio XII, inter­pre­ta­to da un Giu­sep­pe Ceder­na che asso­mi­glia più a Pao­lo VI ma che, soprat­tut­to, pre­sen­ta qual­che sal­to logi­co nel­la con­trat­ta­zio­ne fra USA e Vaticano.

Norim­ber­ga è già sta­ta il sog­get­to di qual­che pro­du­zio­ne, inclu­sa la mini­se­rie del 2000 con Alec Bald­win e Brian Cox, tra­smes­sa da LA7 pro­prio il 18 dicem­bre. Van­der­bilt, inol­tre, ha esplo­ra­to i più dispa­ra­ti gene­ri come sce­neg­gia­to­re, dagli hor­ror agli action più com­mer­cia­li – ma come regi­sta ha diret­to solo Norim­ber­ga Truth, entram­be sto­rie rea­li e politiche.

Con la vicen­da di Kel­ley e Göring, il regi­sta sta­tu­ni­ten­se rie­sce a gio­strar­si in una con­ti­nua alter­nan­za di astra­zio­ne eti­ca real­tà con­cre­ta, fra l’alto e il bas­so: i dirit­ti con­tro la real­po­li­tik, le col­pe del­la Sto­ria con­tro l’umanità del­le sto­rie, fino alla let­te­ra­le visio­ne dei cri­mi­ni nazi­sti in cui alto e bas­so conflagrano.

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Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.

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