La satira di Taika Waititi sul rapporto tra una ragazza ebrea e un bambino indottrinato.
Siamo nel 1945 e la Germania nazista è ormai sull’orlo del collasso. Ogni persona ragionevole sa che la vittoria alleata è inevitabile, ma il protagonista del film diretto, scritto e interpretato da Taika Waititi non si lascia dissuadere. Soprannominato Jojo Rabbit per aver fallito una prova di coraggio, Johannes è una giovane vittima della propaganda del regime. Una propaganda così pervasiva da aver trasformato Hitler in un amico immaginario a cui il bambino si affida come guida.
Questo avviene nonostante gli sforzi della madre Rosie di riportarlo alla realtà, resi complicati dalla resistenza del figlio e dalla paura che possa attirare su di lei l’attenzione delle autorità. Un timore più che fondato, dal momento che, all’oscuro di Jojo, Rosie ha dato rifugio in casa a una ragazza ebrea. Un giorno, però, un rumore sospetto tradisce questa presenza. Jojo si trova così faccia a faccia con quello che la società lo ha convinto essere un mostro, evento che lo porterà a mettere in discussione tutto ciò che prima dava per certo.
Il potere della satira
Il successo di Jojo Rabbit risiede nel suo equilibrio magistrale tra commedia e dramma. Questa alternanza permette alle sequenze comiche di brillare e a quelle tragiche di colpire lo spettatore con un impatto ancora più profondo. L’uso della satira rende così perfettamente il messaggio del film: la risata è un’arma estremamente potente contro i nazisti e, più in generale, contro ogni forma di fanatismo. Così efficace da smontare ogni pretesa di superiorità, lasciandoli confusi e umiliati.
Per rafforzare l’idea, Waititi ha scelto di interpretare personalmente Hitler. Una decisione simbolicamente forte, considerando che l’autore è di origini maori ed ebree: due categorie che, come da lui stesso riconosciuto, lo avrebbero reso “subumano” agli occhi del dittatore. Questo atto di sfida trova la sua massima espressione nel rendere Hitler l’amico immaginario di un bambino, trasformandolo in una macchietta grottesca e mettendo a nudo la fallace retorica della superiorità razziale.

La fotografia
Degna di nota è la scelta di colori vivaci e di una saturazione quasi fiabesca, in netto contrasto con la realtà tragica in cui è ambientata l’opera. Questa tavolozza cromatica non è un semplice vezzo estetico, ma uno strumento narrativo: serve a immedesimarci nel punto di vista di Jojo, che vede il mondo attraverso i filtri distorti della giovinezza e della propaganda. Per lui, il nazismo è inizialmente un club eccitante a cui appartenere. Solo con l’avanzare della storia e la scoperta della realtà, i toni caldi lasciano spazio a una resa visiva più cruda, riflettendo la fine della sua innocenza.
Perché (ri)vederlo?
Jojo Rabbit non è solo una satira brillante; è un’opera che scava con coraggio nelle contraddizioni della natura umana. Attraverso lo sguardo di un bambino, il film esplora come l’odio possa essere inculcato e, soprattutto, come possa essere scardinato dal contatto umano e dall’empatia. È un manifesto contro l’indottrinamento e l’indifferenza, nato da una visione artistica che non teme di mescolare il ridicolo all’orrore per trasmettere un messaggio essenziale: la capacità di restare umani anche quando il mondo sembra aver smarrito ogni bussola morale.

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