Gaza 2006–2026: venti anni dopo Hamas

Storia e conseguenze delle elezioni che portarono Hamas al potere

Il 25 gennaio 2006 Hamas vince le elezioni legislative palestinesi, giudicate regolari dagli osservatori. La reazione internazionale ha trasformato quel voto in una frattura politica ancora aperta.

 

2006: ultime elezioni in Palestina

Il 25 gen­na­io 2006, nel­la Stri­scia di Gaza e nei Ter­ri­to­ri pale­sti­ne­si, si ten­go­no le ele­zio­ni legi­sla­ti­ve per il Con­si­glio Legi­sla­ti­vo Pale­sti­ne­se. In un risul­ta­to inat­te­so, Hamas, movi­men­to isla­mi­sta pale­sti­ne­se fon­da­to alla fine degli anni Ottan­ta e atti­vo sia sul pia­no poli­ti­co sia su quel­lo mili­ta­re, ottie­ne la mag­gio­ran­za asso­lu­ta dei seg­gi, supe­ran­do il par­ti­to lai­co e nazio­na­li­sta Fatah che fino a quel momen­to ave­va gui­da­to l’Autorità Nazio­na­le Pale­sti­ne­se — orga­no di auto­go­ver­no dei ter­ri­to­ri. La vit­to­ria di Hamas (già al tem­po rico­no­sciu­ta da diver­si Pae­si come orga­niz­za­zio­ne ter­ro­ri­sti­ca) segna per la pri­ma vol­ta l’alternanza al pote­re all’interno del­le isti­tu­zio­ni pale­sti­ne­si e con­fe­ri­sce al movi­men­to una legit­ti­ma­zio­ne elet­to­ra­le for­ma­le, pur in un con­te­sto di for­te polarizzazione.

Le mis­sio­ni di osser­va­zio­ne dell’Unio­ne Euro­pea  e del Car­ter Cen­ter all’epoca defi­ni­sco­no il voto libe­ro, com­pe­ti­ti­vo e sostan­zial­men­te rego­la­re, nono­stan­te il con­te­sto segna­to dall’occupazione israe­lia­na e dal­le limi­ta­zio­ni alla liber­tà di movi­men­to del­la popo­la­zio­ne. Le ele­zio­ni, infat­ti, rie­sco­no a svol­ger­si solo dopo anni di cre­scen­te fru­stra­zio­ne, all’indomani del­la Secon­da Inti­fa­da (2000–2005) che ave­va inde­bo­li­to l’Autorità Pale­sti­ne­se e com­pro­mes­so la fidu­cia nei par­ti­ti di gover­no. In que­sto perio­do, Fatah per­de con­sen­so a cau­sa del­le accu­se di cor­ru­zio­ne inter­na, dell’inefficacia per­ce­pi­ta del­le nego­zia­zio­ni con Israe­le e del dete­rio­ra­men­to del­le con­di­zio­ni di vita nel­la Stri­scia di Gaza.

La risposta della comunità internazionale

La rea­zio­ne inter­na­zio­na­le è imme­dia­ta e dura. Sta­ti Uni­ti, Israe­le e Unio­ne Euro­pea dichia­ra­no di non poter rico­no­sce­re un gover­no gui­da­to da Hamas, rifiu­tan­do di dia­lo­ga­re con una for­za poli­ti­ca che, a loro avvi­so, non rispet­ta gli accor­di di pace pre­e­si­sten­ti e non accet­ta la legit­ti­mi­tà di Israe­le. L’iso­la­men­to poli­ti­co ed eco­no­mi­co diven­ta imme­dia­ta­men­te la rispo­sta a quel­la che vie­ne vista come una vit­to­ria “non diplo­ma­ti­ca” di una for­za mili­tan­te sov­ver­si­va e antidemocratica.

Le moti­va­zio­ni occi­den­ta­li sono chia­re: rico­no­sci­men­to di Israe­le, ces­sa­zio­ne del­la vio­len­za con­tro il suo eser­ci­to e pie­na accet­ta­zio­ne degli Accor­di di Oslo, che nel 1993 ave­va­no avvia­to il pro­ces­so di pace anche tra­mi­te l’istituzione del­la stes­sa Auto­ri­tà Nazio­na­le Pale­sti­ne­se. Hamas, però, rifiu­ta que­ste con­di­zio­ni, con­ti­nuan­do a riven­di­ca­re il dirit­to alla resi­sten­za arma­ta con­tro l’occupazione israeliana.

La divisione istituzionale palestinese

Nel 2007, le ten­sio­ni tra Hamas e Fatah sfo­cia­no in uno scon­tro arma­to. Nono­stan­te i ten­ta­ti­vi di for­ma­re un gover­no di uni­tà nazio­na­le, le dif­fe­ren­ze ideo­lo­gi­che e poli­ti­che tra i due grup­pi si rive­la­no incon­ci­lia­bi­li e Hamas assu­me il con­trol­lo inter­no del­la Stri­scia di Gaza in modo auto­ri­ta­rio, men­tre Fatah man­tie­ne il pote­re sul­la Cisgiordania.

In rispo­sta, Israe­le impo­ne con il soste­gno sta­tu­ni­ten­se un bloc­co ter­re­stre, marit­ti­mo e aereo che dura tutt’oggi e che limi­ta for­te­men­te la cir­co­la­zio­ne di per­so­ne e mer­ci. Que­sta misu­ra con­tri­bui­sce a iso­la­re la Stri­scia sul pia­no eco­no­mi­co e uma­ni­ta­rio.

Una democrazia condizionata

Il nodo cen­tra­le è que­sto: quan­do la demo­cra­zia è accet­ta­ta solo se pro­du­ce risul­ta­ti gra­di­ti, qual è la legit­ti­mi­tà demo­cra­ti­ca di un voto? In Pale­sti­na, il voto del 2006 è sta­to un momen­to signi­fi­ca­ti­vo dal pun­to di vista for­ma­le, ma poli­ti­ca­men­te inac­cet­ta­bi­le per l’Occidente che, nel suo rifiu­to di rico­no­sce­re la vit­to­ria elet­to­ra­le di Hamas, ha crea­to un pre­ce­den­te nel rin­ne­ga­re la natu­ra del­la demo­cra­zia come dirit­to incon­di­zio­na­to e inalienabile.

Alcu­ni rap­por­ti sug­ge­ri­sco­no che Israe­le abbia avu­to un ruo­lo signi­fi­ca­ti­vo nell’evoluzione del­la situa­zio­ne poli­ti­ca pale­sti­ne­se duran­te le ele­zio­ni del 2006. In par­ti­co­la­re, il gover­no israe­lia­no avreb­be con­tri­bui­to a favo­ri­re l’ascesa di Hamas, rite­nen­do che la sua pre­sen­za poli­ti­ca avreb­be potu­to inde­bo­li­re Fatah e con­tri­bui­re a limi­ta­re l’influenza dell’ala mode­ra­ta dell’Autorità Pale­sti­ne­se. L’idea di un’­Ha­mas più radi­ca­le e meno incli­ne alla diplo­ma­zia con Tel Aviv veni­va con­si­de­ra­ta da alcu­ni ana­li­sti una garan­zia per la sicu­rez­za israe­lia­na, ridu­cen­do la pos­si­bi­li­tà di com­pro­mes­si sul­la que­stio­ne israe­lia­no-pale­sti­ne­se e il rag­giun­gi­men­to di una solu­zio­ne a due Stati.

Vent’anni dopo: cosa resta di quel voto

A vent’anni dal­le ele­zio­ni del gen­na­io 2006 — l’ultimo voto nazio­na­le effet­ti­va­men­te svol­to­si nei ter­ri­to­ri pale­sti­ne­si — la dina­mi­ca poli­ti­ca resta carat­te­riz­za­ta da un pro­fon­do stal­lo isti­tu­zio­na­le. Dopo quel­la tor­na­ta elet­to­ra­le, nes­su­na nuo­va ele­zio­ne legi­sla­ti­va si è tenu­ta: anche le con­sul­ta­zio­ni pro­gram­ma­te per il 22 mag­gio 2021 sono sta­te rin­via­te inde­fi­ni­ta­men­te da un decre­to del pre­si­den­te dell’Autorità Nazio­na­le Pale­sti­ne­se, Mah­moud Abbas, con la moti­va­zio­ne uffi­cia­le dell’impossibilità di vota­re a Geru­sa­lem­me Est sot­to l’occupazione israe­lia­na, ma con cri­ti­che inter­ne che vedo­no la mos­sa come un meto­do per pre­ser­va­re l’attuale asset­to di pote­re tra le fazioni.

Il voto del 2006 avreb­be potu­to apri­re la por­ta a una plu­ra­li­tà poli­ti­ca mai vista pri­ma nel­la sto­ria dell’Autorità Pale­sti­ne­se; eppu­re, non ha gene­ra­to un ciclo demo­cra­ti­co soste­ni­bi­le, né ha por­ta­to a un gover­no capa­ce di media­re tra le varie spin­te poli­ti­che — che sia per resi­sten­za al com­pro­mes­so da par­te degli indi­pen­den­ti­sti o per inter­fe­ren­za del­le poten­ze estere.

Oggi, il mon­do si tro­va a riflet­te­re su quan­to la resi­sten­za al cam­bia­men­to abbia con­tri­bui­to a sta­gna­re la que­stio­ne pale­sti­ne­se. Le scel­te del­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le, l’in­tran­si­gen­za di Hamas e la bre­ve guer­ra civi­le del 2007 (con vicen­de­vo­li accu­se di gol­pe) han­no impe­di­to che le ele­zio­ni del 2006 fos­se­ro il pun­to di par­ten­za di un per­cor­so col­la­bo­ra­ti­vo di tra­sfor­ma­zio­ne politica.

La divi­sio­ne tra Gaza e Cisgior­da­nia si erge ora non solo come risul­ta­to di con­tra­sti inter­ni, ma anche del­la man­can­za di una rispo­sta poli­ti­ca coe­ren­te dall’esterno, che ha pre­fe­ri­to con­ge­la­re la situa­zio­ne piut­to­sto che affron­tar­la nel­la sua complessità.

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Elisa Basilico

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