Sul territorio della Federazione Russa vivono decine di gruppi etnici minoritari, alcuni dei quali piangono un numero relativamente alto di caduti sul fronte ucraino. Disuguaglianze socioeconomiche e mobilitazione forzata spiegano queste perdite, aggravando la condizione di molti popoli indigeni.
L’aggressione russa all’Ucraina continua imperterrita a mietere vittime tra combattenti e civili, cancellando intere località “colpevoli” di trovarsi in prossimità del fronte. Le immagini di città rase al suolo e di popolazioni costrette alla fuga testimoniano la brutalità di una guerra che ha devastato due nazioni e stravolto la vita di milioni di persone. Tra le molte vittime collaterali di questa carneficina, tuttavia, ve ne sono alcune che restano spesso ai margini del dibattito pubblico: le popolazioni indigene della Federazione Russa. La loro sofferenza appare infatti sproporzionata rispetto al reale peso demografico di queste comunità, rivelando una dinamica poco visibile ma profondamente significativa della guerra in corso.
L’impatto del conflitto sui popoli indigeni
Sebbene Mosca non fornisca resoconti sulla composizione etnica dell’esercito, alcuni osservatori sono riusciti a indagare su un aspetto oscuro del conflitto russo-ucraino, ovvero la presenza elevata di militari non slavi all’interno delle forze armate. Infatti, diverse minoranze hanno registrato un numero spaventosamente alto di morti e feriti, che appare del tutto commisurato rispetto alla consistenza demografica di tali gruppi etnolinguistici. In particolare, il prezzo più alto è stato pagato dai telengiti – comunità turcofona residente nella Repubblica di Altai – con 10,3 perdite ogni 1000 abitanti, seguiti da ciukci (5,8), udege (5,3), inuit (4,8), nganasani (4,4) e nenezi (4,0). Per fare un raffronto, la Russia ha subito complessivamente 0.7 vittime ogni 1000 residenti, una cifra assai inferiore rispetto a quella dei popoli siberiani. Dunque, le comunità indigene della Siberia appaiono maggiormente colpite dalla guerra, se comparate ai concittadini slavi.
Ricchi a casa, poveri in trincea
La situazione sopraccitata è frutto della combinazione di più fattori, come disuguaglianze sociali e arruolamenti sproporzionati. Anzitutto, va rammentato che i militari delle forze armate russe possono essere distinti in quattro categorie: soldati professionisti in servizio (kontraktniki), volontari partiti per il fronte dopo il 24 febbraio 2022 (dobrovoltsy), prigionieri reclutati nelle carceri e civili coscritti con la mobilitazione parziale indetta nell’autunno 2022.
Nel caso di zone come Tuva e Buriazia, la maggioranza dei nativi che militano nell’esercito sono kontraktniki, dobrovoltsy o ex galeotti. Costoro hanno deciso di arruolarsi soprattutto per motivazioni socioeconomiche, dato che la povertà delle terre d’origine rende allettante la carriera militare, capace di offrire non solo un’occupazione stabile e remunerativa, ma anche benefici riconosciuti alle famiglie dei combattenti.

Non a caso, Tuva e Buriazia – repubbliche con il numero più alto di caduti in rapporto alla popolazione – figurano tra le regioni economicamente più represse della Federazione Russa. Gli importanti centri di San Pietroburgo e Mosca, invece, piangono un numero decisamente inferiore di morti. Le cause della sproporzione non sarebbero dunque strettamente etniche, bensì socioeconomiche, come sembrerebbe dimostrare la comparazione tra Tatarstan e Nenezia. La prima regione – ricca di risorse idrocarburiche – non ha patito ingenti perdite, sebbene sia popolata in maggioranza da tatari; al contrario, i nenezi – esclusi dall’industria petrolifera artica – contano 4 vittime ogni 1000 abitanti.
Gli effetti della mobilitazione
Quanto osservato nel Tatarstan e in Nenezia non può essere applicato a ogni contesto. Nel territorio di Khabarovsk, ad esempio, l’80% delle truppe aborigene spedite in Ucraina sono state mobilitate nell’autunno 2022. In questo caso, l’arruolamento degli uomini indigeni è avvenuto tre volte più frequentemente rispetto agli uomini non indigeni: pertanto, nel kraj di Khabarovsk le perdite sproporzionate derivano dalla coscrizione obbligatoria, cioè dal potere coercitivo del Cremlino. Particolarmente significativo è il caso del villaggio di Gvasuki – situato nelle campagne della regione – dove l’11,5% della popolazione maschile è stato arruolato per combattere contro gli ucraini. Secondo la studiosa buriata Maria Vyushkova, Mosca utilizzerebbe le minoranze come «carne da cannone», con l’obiettivo di rendere più accettabile il prezzo della guerra agli occhi dei russi, ovvero il gruppo etnico maggioritario. Peraltro, la legislazione russa teoricamente esenta i popoli indigeni dell’Artico dal servizio militare, ma praticamente le disposizioni vigenti vengono sistematicamente ignorate. Le minoranze artiche, dal canto loro, non riescono a opporsi allo status quo, principalmente a causa della dipendenza dai sussidi statali, aggravata dalla mancanza di aiuti e informazioni.
Una minaccia esistenziale
Per le comunità indigene della Russia – insidiate da depauperamento demografico, industrializzazione selvaggia e assimilazione – la guerra in Ucraina contribuisce ad aggravare una situazione già precaria. Sparpagliati tra Siberia ed Estremo Oriente russo vivono 42 gruppi nativi minori, nessuno dei quali eccede le 50.000 unità: l’allontanamento e la morte di giovani uomini, dunque, minacciano la sopravvivenza delle etnie d’appartenenza, alcune delle quali si trovano sull’orlo dell’estinzione.
Nonostante ciò, l’operazione militare speciale condotta dal Cremlino suscita reazioni differenti tra le minoranze della Federazione Russa. Alcune organizzazioni rappresentative, infatti, scelgono di sostenere la politica del presidente Vladimir Putin, mentre altre esprimono riprovazione verso l’aggressione contro l’Ucraina. In certe regioni – come la Baschiria – il sentimento antirusso si è rafforzato, provocando proteste e tensioni interne. È evidente che per i singoli individui non è facile manifestare il proprio dissenso, dato il clima autoritario predominante. Infine, non mancano persone che scelgono di abbandonare la Russia, spostandosi in nazioni democratiche come i Paesi scandinavi, dove – per esempio – hanno cercato rifugio alcuni attivisti sami.
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