Il covo mancato. Totò Riina e il buco nero delle perquisizioni

Il 15 gennaio 1993 Salvatore “Totò” Riina viene catturato dai carabinieri dopo oltre vent’anni di latitanza. L’appartamento da cui era appena uscito resta però fuori dal radar investigativo per quasi tre settimane. Una decisione operativa che ha generato dubbi, processi e un vuoto di risposte.

Via Bernini, Palermo, ore 9. La fine della latitanza 

Era vener­dì 15 gen­na­io 1993 quan­do, gra­zie alle inda­gi­ni del ROS dei cara­bi­nie­ri gui­da­to dal Capi­ta­no Ulti­mo, Sal­va­to­re Rii­na ven­ne fer­ma­to a Paler­mo a bor­do di una Citroën ZX poco dopo esse­re usci­to dal resi­den­ce di via Ber­ni­ni 54, dove vive­va con la fami­glia. Era lati­tan­te da 23 anni e la sua cat­tu­ra rap­pre­sen­tò un col­po sto­ri­co alla mafia ita­lia­na. I cara­bi­nie­ri lo bloc­ca­no sen­za alcu­na resi­sten­za e lo arre­sta­no nel­la mat­ti­na­ta, met­ten­do fine a una del­le lati­tan­ze più lun­ghe e san­gui­na­rie del­la sto­ria del nostro Paese.

Nono­stan­te l’importanza dell’evento, emer­ge subi­to un ele­men­to straor­di­na­rio: il covo da cui Rii­na era appe­na usci­to non fu per­qui­si­to imme­dia­ta­men­te. L’appartamento rima­se intat­to men­tre l’attenzione pub­bli­ca e media­ti­ca si con­cen­trò sul­la cat­tu­ra, con buo­na pace di tut­ti quel­li che pen­sa­va­no che bastas­se fer­ma­re un uomo per sgo­mi­na­re Cosa nostra.

Una casa qualunque, piena di segreti

La vil­let­ta di via Ber­ni­ni 54 è un indi­riz­zo bor­ghe­se, ano­ni­mo, nien­te bun­ker o bun­ker dupli­ca­ti. Per un boss mafio­so che ave­va ordi­na­to stra­gi e omi­ci­di, è qua­si ridi­co­lo. Eppu­re lì den­tro si sup­po­ne ci fos­se­ro agen­de, appun­ti e piz­zi­ni che avreb­be­ro potu­to for­ni­re indi­zi sul­le reti di pro­te­zio­ne, gli affa­ri e le con­nes­sio­ni ester­ne di Cosa nostra. 

Quan­do final­men­te la vil­la vie­ne per­qui­si­ta il 2 feb­bra­io 1993, qua­si 18 gior­ni dopo l’arresto, gli agen­ti tro­va­no sol­tan­to stan­ze svuo­ta­te, mobi­li acca­ta­sta­ti, pare­ti appe­na imbian­ca­te e nes­su­na del­le pro­ba­bi­li car­te com­pro­met­ten­ti. Nel frat­tem­po, qual­cu­no è entra­to e ha avu­to tut­to il tem­po per sele­zio­na­re, por­ta­re via, can­cel­la­re. Il risul­ta­to è un enor­me vuo­to inve­sti­ga­ti­vo. 

Perché non si entrò subito?

La ver­sio­ne uffi­cia­le dei cara­bi­nie­ri e del­la Pro­cu­ra di allo­ra è che la deci­sio­ne di non per­qui­si­re imme­dia­ta­men­te la vil­la fos­se sta­ta pre­sa per con­sen­ti­re inda­gi­ni di tipo “coper­to” su even­tua­li per­so­ne di pro­te­zio­ne o visi­ta­to­ri che fos­se­ro venu­ti a recu­pe­ra­re pro­ve com­pro­met­ten­ti, evi­tan­do così di spa­ven­ta­re even­tua­li com­pli­ci. Secon­do l’allora pro­cu­ra­to­re di Paler­mo, Gian­car­lo Casel­li, fu il ROS a pro­por­re que­sta linea alla Pro­cu­ra, con l’idea di con­sen­ti­re ulte­rio­ri acqui­si­zio­ni. 

La stra­te­gia, qua­lun­que fos­se nel­la testa di chi la teo­riz­zò, non sor­ti­sce gli effet­ti spe­ra­ti: nes­su­no tor­na alla casa, nes­su­na pista inve­sti­ga­ti­va aggiun­ti­va si apre. Nel frat­tem­po, la vil­la resta incu­sto­di­ta e sen­za alcu­na pro­te­zio­ne. Il risul­ta­to pra­ti­co è che la posi­zio­ne di Rii­na resta iso­la­ta, svuo­ta­ta di pro­ve mate­ria­li che avreb­be­ro potu­to esse­re usa­te in inchie­ste suc­ces­si­ve. 

Una ver­sio­ne alter­na­ti­va sug­ge­ri­sce per­fi­no che una deci­sio­ne con­cor­da­ta tra pez­zi di Cosa nostra e alcu­ni inter­me­dia­ri avreb­be impe­di­to di agi­re subi­to sul covo, ma è una tesi alta­men­te con­tro­ver­sa e non con­fer­ma­ta ufficialmente.

Documenti spariti e domande aperte 

Col pas­sa­re degli anni, il “covo man­ca­to” è diven­ta­to sim­bo­lo di un’occasione per­sa per la giu­sti­zia e un capi­to­lo irri­sol­to del­la sto­ria ita­lia­na. Il pro­ces­so per favo­reg­gia­men­to a cari­co dei cara­bi­nie­ri coin­vol­ti nel­la man­ca­ta per­qui­si­zio­ne si è chiu­so con asso­lu­zio­ni, ma il que­si­to resta: che cosa con­te­ne­va­no quei docu­men­ti che nes­su­no ha mai visto?

Oggi, decen­ni dopo, quel­la vil­la svuo­ta­ta e ripu­li­ta resta un moni­to. Non tan­to per la mafia, che cer­to non vive di sca­to­le pie­ne, ma per uno Sta­to che può cat­tu­ra­re un boss ma non sem­pre rie­sce a chiu­de­re i con­ti con i segre­ti che lo cir­con­da­no. Una vit­to­ria e una scon­fit­ta nel­lo stes­so giorno.

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Nicholas Ninno

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