La cagnotte, Labiche avec le coeur

Un vaudeville che ci ricorda quanto sia necessario ridere

La commedia di Eugène Labiche La cagnotte, Labiche avec le coeur, scritta nel 1864, è tornata in scena il 12 gennaio al Teatro Litta, sotto la regia di Claudio Orlandini.

Al cen­tro del­la vicen­da un grup­po di bor­ghe­si di pro­vin­cia, uni­ti più dal­la noia che da rea­li affi­ni­tà, han­no come uni­ca vera neces­si­tà diver­tir­si: liti­ga­re per diver­tir­si, viag­gia­re per diver­tir­si, diver­tir­si per non mori­re. Alla base c’è un pre­te­sto mini­mo, qua­si insi­gni­fi­can­te: una som­ma di dena­ro – la cagnot­te, appun­to – mes­sa da par­te gio­can­do a carte.

Ma come spes­so acca­de nel vau­de­vil­le, il pre­te­sto ser­ve solo a far par­ti­re il mec­ca­ni­smo. E, infat­ti, si par­te: desti­na­zio­ne Pari­gi, capi­ta­le del desi­de­rio, del­le pro­mes­se, del­le illu­sio­ni. Monu­men­ti, risto­ran­ti, incon­tri, occa­sio­ni per tro­va­re la feli­ci­tà. O alme­no così cre­do­no i protagonisti.

Il viag­gio diven­ta così un deto­na­to­re di una serie inar­re­sta­bi­le di disav­ven­tu­re: equi­vo­ci, fughe rocam­bo­le­sche, ten­ta­ti­vi di matri­mo­nio fal­li­ti, e incon­tri surreali.

Una compagnia scatenata

Gli atto­ri si muo­vo­no come una com­pa­gnia alle­gra e sgan­ghe­ra­ta, che fa chias­so, ride, can­ta, sba­glia e accu­mu­la pastic­ci, tra­sfor­man­do il disor­di­ne in moto­re comi­co. Il pub­bli­co assi­ste incre­du­lo alla com­me­dia del­la vita.

Il pia­ce­re sta tut­to nell’attesa, nell’abbandonarsi al labi­rin­to di even­ti, scop­pi, musi­che ed equi­vo­ci che il tea­tro met­te in moto. «La cagnot­te è un eser­ci­zio per funam­bo­li sen­za filo», un capi­tom­bo­lo con­ti­nuo che non con­ce­de tre­gua, né agli atto­ri, né al pubblico.

Il risul­ta­to è uno spet­ta­co­lo dal rit­mo ser­ra­tis­si­mo, una mac­chi­na comi­ca sem­pre in movi­men­to che sem­bra dare ragio­ne alle paro­le del­lo stes­so Labi­che: «Una com­me­dia è come un ani­ma­le con mil­le pie­di e dev’essere sem­pre in movi­men­to. Se ral­len­ta, il pub­bli­co sba­di­glia; se si fer­ma, fischia».

Teatro leggero in tempi di “pezza”

Il pub­bli­co, tra­vol­to fin dal­l’i­ni­zio, ride fino allo sfi­ni­men­to. Memo­ra­bi­le, in par­ti­co­la­re, l’apparizione del came­rie­re Benia­mi­no, inter­pre­ta­to da Enri­co Bal­lar­di­ni, capa­ce di sca­te­na­re l’ilarità gene­ra­le già con la sola presenza.

La regia di Clau­dio Orlan­di­ni sce­glie la via del­la mas­si­ma essen­zia­li­tà sce­ni­ca. Nien­te rico­stru­zio­ni rea­li­sti­che: pochi ele­men­ti di legno, mano­vra­ti dagli stes­si inter­pre­ti, basta­no a evo­ca­re salot­ti di pro­vin­cia, bistrot pari­gi­ni e commissariati.

In un momen­to “di pez­za” – di gran­de dif­fi­col­tà – in cui tut­to sem­bra chie­de­re peso e serie­tà, La cagnot­te sce­glie con­sa­pe­vol­men­te la leg­ge­rez­za. Mostra che il tea­tro può anche limi­tar­si a far ride­re, sen­za giu­sti­fi­ca­zio­ni ulte­rio­ri. La cagnot­te si con­fer­ma così uno spet­ta­co­lo idea­le per chi cer­ca una sera­ta di puro divertimento.

Foto di Rober­to Rognoni

Con­di­vi­di:
Chiara Cardella
Stu­den­tes­sa di Let­te­re, appas­sio­na­ta di let­tu­ra e scrit­tu­ra. Aman­te dei viag­gi e del­la sco­per­ta di cose sem­pre nuo­ve, sogno di tra­sfor­ma­re la mia curio­si­tà in una car­rie­ra gior­na­li­sti­ca. Cre­do che ogni sto­ria meri­ti di esse­re ascol­ta­ta e condivisa.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.