La separazione delle carriere tra il Sì e il No

Il Consiglio dei ministri ha definitivamente fissato per il 22 e 23 marzo il referendum confermativo sulla Riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere.

La separazione delle carriere tra il Sì e il No
Foto ANSA

Si tratta di una delle questioni più spinose e dibattute nella storia della Repubblica. Le criticità legate alla Riforma sono numerose e hanno spinto magistrati, politici, ministri ed esperti ad assumere posizioni nette e contrapposte.

Il que­si­to su cui sia­mo chia­ma­ti ad espri­mer­ci a mar­zo deci­de se cam­bia­re o man­te­ne­re inva­ria­to l’assetto costi­tu­zio­na­le del­la magi­stra­tu­ra. Ad oggi, In Ita­lia giu­di­ci e pub­bli­ci mini­ste­ri (Pm) appar­ten­go­no allo stes­so ordi­ne: entra­no con lo stes­so con­cor­so pub­bli­co, seguo­no una for­ma­zio­ne comu­ne e, nel cor­so del­la car­rie­ra, pos­so­no pas­sa­re da un ruo­lo all’altro. Il siste­ma nasce con l’i­dea di garan­ti­re indi­pen­den­za dal­la poli­ti­ca e uni­tà nel­la fun­zio­ne giudiziaria.

Come si intui­sce dal nome, la Rifor­ma intro­dur­reb­be due car­rie­re sepa­ra­te, dove i magi­stra­ti non potran­no più cam­bia­re ruolo.

Attual­men­te la magi­stra­tu­ra è sot­to­po­sta al Con­si­glio del­la Magi­stra­tu­ra, con a capo il pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca; in caso di appro­va­zio­ne, ver­reb­be crea­to un con­si­glio per cia­scu­na del­le due car­rie­re. I mem­bri che ne faran­no par­te non ver­ran­no più elet­ti dal­la stes­sa magi­stra­tu­ra, ma ver­ran­no sor­teg­gia­ti. Al di sopra dei due con­si­gli, vi sarà un ter­zo orga­no: l’Alta Cor­te disci­pli­na­re, inca­ri­ca­ta di super­vi­sio­na­re l’operato dei magistrati.

La Rifor­ma era sta­ta appro­va­ta in via defi­ni­ti­va il 30 otto­bre, ma sen­za la mag­gio­ran­za qua­li­fi­ca­ta: in que­sti casi la Costi­tu­zio­ne pre­ve­de che si con­sul­tui­no i cit­ta­di­ni. È fon­da­men­ta­le con­si­de­ra­re che in que­sto refe­ren­dum il quo­rum non è neces­sa­rio: chi va a vota­re deci­de per tutti.

Le ragioni del sì: imparzialità e fine del correntismo

Il pila­stro intor­no al qua­le ruo­ta l’argomentazione a favo­re del­la Rifor­ma è quel­lo per cui la sepa­ra­zio­ne raf­for­za l’imparzialità del giu­di­ce, accu­sa e giu­di­ce devo­no esse­re visi­bil­men­te distin­ti per garan­ti­re un pro­ces­so equo, pas­sa­re da un ruo­lo all’altro non lo ren­de imparziale.

«Ogni rifor­ma non è per­fet­ta», dice il Mini­stro del­la giu­sti­zia Nor­dio di fron­te alle cri­ti­che, «vi sono del­le buo­ne ragio­ni per com­men­ta­re anche cri­ti­ca­men­te alcu­ni aspet­ti di que­sta Rifor­ma, ma – citan­do Sha­ke­spea­re – le buo­ne ragio­ni devo­no cede­re alle ragio­ni miglio­ri». Nor­dio sostie­ne che que­sto siste­ma è già pre­sen­te nel­le isti­tu­zio­ni demo­cra­ti­che anglo­sas­so­ni, dove nasce la demo­cra­zia, che rap­pre­sen­ta­no il prin­ci­pio di civil­tà giuridica.

A suo avvi­so, quel­lo che spa­ven­ta i magi­stra­ti che si oppon­go­no è il sor­teg­gio per for­ma­re i con­si­gli del­la magi­stra­tu­ra, che dovreb­be rap­pre­sen­ta­re un meto­do per evi­ta­re la for­ma­zio­ne di cor­ren­ti e divi­sio­ni all’interno degli orga­ni a secon­da dell’appartenenza poli­ti­ca e idea­le. Il cor­ren­ti­smo crea un mec­ca­ni­smo di giu­sti­zia dome­sti­ca: gli appar­te­nen­ti a una cor­ren­te si pro­teg­go­no a vicen­da, il mini­stro l’ha defi­ni­ta una «barat­te­ria politica».

Le ragioni del No: indipendenza e peso della politica

Chi vote­rà no al refe­ren­dum sostie­ne che la Rifor­ma sia pri­ma di tut­to inne­ces­sa­ria: i dati sosten­go­no che sia lo 0,4% dei magi­stra­ti che effet­tua il cam­bio di car­rie­ra. La pau­ra è che la fram­men­ta­zio­ne del­la magi­stra­tu­ra inde­bo­li­sca l’indipendenza del Pm, che risul­te­rà sem­pre più iso­la­to e di par­te, con­du­cen­do all’effetto con­tra­rio a quel­lo desi­de­ra­to: più pola­riz­za­zio­ne tra le due car­rie­re e meno equi­li­brio.

La prin­ci­pa­le oppo­si­tri­ce del­la rifor­ma è l’Associazione Nazio­na­le del­la magi­stra­tu­ra, che ha isti­tui­to un Comi­ta­to per il No al fine di spie­ga­re e infor­ma­re i cit­ta­di­ni sul­le rea­li con­se­guen­ze del­la sepa­ra­zio­ne del­le carriere.

Uno dei prin­ci­pa­li espo­nen­ti, Enri­co Gros­so, sostie­ne che «pen­sa­re che basti scri­ve­re “la magi­stra­tu­ra è indi­pen­den­te” per garan­ti­re che lo sia dav­ve­ro, signi­fi­ca non ave­re capi­to nul­la di come fun­zio­na uno Sta­to costituzionale».

Una que­stio­ne fon­da­men­ta­le da con­si­de­ra­re è che all’interno dei Con­si­gli del­la Magi­stra­tu­ra, i qua­li com­po­nen­ti ver­ran­no sor­teg­gia­ti, vi è anche un ter­zo di com­po­nen­ti “lai­ci”, pro­fes­so­ri o avvo­ca­ti scel­ti dal par­la­men­to: ver­ran­no anch’essi sor­teg­gia­ti, ma da una ristret­ta rosa di can­di­da­ti. Que­sto chia­ra­men­te andrà a crea­re uno squi­li­brio a favo­re del­la com­po­nen­te poli­ti­ca ed è un chia­ro ten­ta­ti­vo di ridi­men­sio­na­re l’autonomia del­la magistratura.

Il ten­ta­ti­vo di eli­mi­na­re il cor­ren­ti­smo, che secon­do Gros­so è espres­sio­ne di plu­ra­li­tà all’interno del­la magi­stra­tu­ra, sarà sem­pli­ce­men­te rim­piaz­za­to dal con­di­zio­na­men­to del­la politica.

Anche l’Alta Cor­te disci­pli­na­re sarà pre­sie­du­ta da un mem­bro scel­to dal­la poli­ti­ca e com­po­sta da col­le­gi costi­tui­ti in mag­gio­ran­za da altri mem­bri “lai­ci”. L’organo potrà quin­di facil­men­te per­se­gui­re un magi­stra­to con­si­de­ra­to “sco­mo­do” in quan­to le sue deci­sio­ni non sono impu­gna­bi­li in cas­sa­zio­ne, for­mu­la­zio­ne incostituzionale.

Una Riforma che non risolve i problemi della giustizia

La sepa­ra­zio­ne del­le car­rie­re non avrà alcun impat­to sui pro­ble­mi rea­li come la dura­ta dei pro­ces­si, la caren­za di per­so­na­le e mez­zi ade­gua­ti, la man­can­za di digi­ta­liz­za­zio­ne, la len­tez­za del­le pro­ce­du­re. Con­cre­ta­men­te, la Rifor­ma tri­pli­che­rà i costi e la buro­cra­zia: ci saran­no tre strut­tu­re al posto di una. Non risol­ve­rà real­men­te i pro­ble­mi dei cit­ta­di­ni, ma quel­li che la giu­sti­zia ugua­le per tut­ti può por­ta­re a chi vuo­le scap­pa­re dai controlli.

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Cecilia Montefreddo

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