Si tratta di una delle questioni più spinose e dibattute nella storia della Repubblica. Le criticità legate alla Riforma sono numerose e hanno spinto magistrati, politici, ministri ed esperti ad assumere posizioni nette e contrapposte.
Il quesito su cui siamo chiamati ad esprimerci a marzo decide se cambiare o mantenere invariato l’assetto costituzionale della magistratura. Ad oggi, In Italia giudici e pubblici ministeri (Pm) appartengono allo stesso ordine: entrano con lo stesso concorso pubblico, seguono una formazione comune e, nel corso della carriera, possono passare da un ruolo all’altro. Il sistema nasce con l’idea di garantire indipendenza dalla politica e unità nella funzione giudiziaria.
Come si intuisce dal nome, la Riforma introdurrebbe due carriere separate, dove i magistrati non potranno più cambiare ruolo.
Attualmente la magistratura è sottoposta al Consiglio della Magistratura, con a capo il presidente della Repubblica; in caso di approvazione, verrebbe creato un consiglio per ciascuna delle due carriere. I membri che ne faranno parte non verranno più eletti dalla stessa magistratura, ma verranno sorteggiati. Al di sopra dei due consigli, vi sarà un terzo organo: l’Alta Corte disciplinare, incaricata di supervisionare l’operato dei magistrati.
La Riforma era stata approvata in via definitiva il 30 ottobre, ma senza la maggioranza qualificata: in questi casi la Costituzione prevede che si consultuino i cittadini. È fondamentale considerare che in questo referendum il quorum non è necessario: chi va a votare decide per tutti.
Le ragioni del sì: imparzialità e fine del correntismo
Il pilastro intorno al quale ruota l’argomentazione a favore della Riforma è quello per cui la separazione rafforza l’imparzialità del giudice, accusa e giudice devono essere visibilmente distinti per garantire un processo equo, passare da un ruolo all’altro non lo rende imparziale.
«Ogni riforma non è perfetta», dice il Ministro della giustizia Nordio di fronte alle critiche, «vi sono delle buone ragioni per commentare anche criticamente alcuni aspetti di questa Riforma, ma – citando Shakespeare – le buone ragioni devono cedere alle ragioni migliori». Nordio sostiene che questo sistema è già presente nelle istituzioni democratiche anglosassoni, dove nasce la democrazia, che rappresentano il principio di civiltà giuridica.
A suo avviso, quello che spaventa i magistrati che si oppongono è il sorteggio per formare i consigli della magistratura, che dovrebbe rappresentare un metodo per evitare la formazione di correnti e divisioni all’interno degli organi a seconda dell’appartenenza politica e ideale. Il correntismo crea un meccanismo di giustizia domestica: gli appartenenti a una corrente si proteggono a vicenda, il ministro l’ha definita una «baratteria politica».
Le ragioni del No: indipendenza e peso della politica
Chi voterà no al referendum sostiene che la Riforma sia prima di tutto innecessaria: i dati sostengono che sia lo 0,4% dei magistrati che effettua il cambio di carriera. La paura è che la frammentazione della magistratura indebolisca l’indipendenza del Pm, che risulterà sempre più isolato e di parte, conducendo all’effetto contrario a quello desiderato: più polarizzazione tra le due carriere e meno equilibrio.
La principale oppositrice della riforma è l’Associazione Nazionale della magistratura, che ha istituito un Comitato per il No al fine di spiegare e informare i cittadini sulle reali conseguenze della separazione delle carriere.
Uno dei principali esponenti, Enrico Grosso, sostiene che «pensare che basti scrivere “la magistratura è indipendente” per garantire che lo sia davvero, significa non avere capito nulla di come funziona uno Stato costituzionale».
Una questione fondamentale da considerare è che all’interno dei Consigli della Magistratura, i quali componenti verranno sorteggiati, vi è anche un terzo di componenti “laici”, professori o avvocati scelti dal parlamento: verranno anch’essi sorteggiati, ma da una ristretta rosa di candidati. Questo chiaramente andrà a creare uno squilibrio a favore della componente politica ed è un chiaro tentativo di ridimensionare l’autonomia della magistratura.
Il tentativo di eliminare il correntismo, che secondo Grosso è espressione di pluralità all’interno della magistratura, sarà semplicemente rimpiazzato dal condizionamento della politica.
Anche l’Alta Corte disciplinare sarà presieduta da un membro scelto dalla politica e composta da collegi costituiti in maggioranza da altri membri “laici”. L’organo potrà quindi facilmente perseguire un magistrato considerato “scomodo” in quanto le sue decisioni non sono impugnabili in cassazione, formulazione incostituzionale.
Una Riforma che non risolve i problemi della giustizia
La separazione delle carriere non avrà alcun impatto sui problemi reali come la durata dei processi, la carenza di personale e mezzi adeguati, la mancanza di digitalizzazione, la lentezza delle procedure. Concretamente, la Riforma triplicherà i costi e la burocrazia: ci saranno tre strutture al posto di una. Non risolverà realmente i problemi dei cittadini, ma quelli che la giustizia uguale per tutti può portare a chi vuole scappare dai controlli.
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