La violenza giovanile è un problema di tutti

Dietro il delitto di La Spezia c'è un sistema che legittima il possesso

La violenza giovanile è un problema di tutti
Foto ANSA/Andrea Bonatti

Il caso di Abanoud Youssef, ucciso a 18 anni dal compagno di scuola Zouhair Atif, mette sotto accusa il sistema di prevenzione scolastico. Tra segnali di disagio ignorati e dinamiche di mascolinità tossica, l’aggressione all’istituto Einaudi-Chiodo rivela l’urgenza di un’educazione affettiva contro il controllo digitale e la violenza tra i giovani.

Vener­dì 16 gen­na­io, all’Istituto Einau­di-Chio­do di La Spe­zia, il dician­no­ven­ne Zou­hair Atif ha ucci­so il com­pa­gno di scuo­la Aba­noud Yous­sef (18 anni). Arma­to di un col­tel­lo da cuci­na, lo ha inse­gui­to nei bagni duran­te un cam­bio d’ora; la vit­ti­ma ha ten­ta­to la fuga in aula, dove è sta­ta col­pi­ta mor­tal­men­te davan­ti a com­pa­gni e docen­ti. Yous­sef è mor­to in ospe­da­le poche ore dopo, men­tre l’ag­gres­so­re, arre­sta­to subi­to, ha con­fes­sa­to il delitto.

Non abbastanza prevenzione

I segna­li di peri­co­lo c’erano tut­ti: dai mes­sag­gi di minac­cia all’episodio di un col­tel­li­no mostra­to l’anno pre­ce­den­te, fino alla rag­ge­lan­te dichia­ra­zio­ne fat­ta davan­ti a tut­ta la clas­se: «Mi pia­ce­reb­be vede­re che emo­zio­ne si pro­va a ucci­de­re una per­so­na». Il lune­dì suc­ces­si­vo gli stu­den­ti han­no pro­te­sta­to con­tro la deci­sio­ne di non sospen­de­re le lezio­ni, men­tre l’Uf­fi­cio Sco­la­sti­co Regio­na­le ha dispo­sto un’ispezione per accer­ta­re even­tua­li fal­le nel moni­to­rag­gio del disa­gio di Atif.

Il moven­te sareb­be la gelo­sia, in quan­to la vit­ti­ma ave­va scam­bia­to foto­gra­fie con la ragaz­za dell’aggressore. Non sareb­be sta­to un gesto impul­si­vo, Atif avreb­be invia­to un mes­sag­gio a Yous­sef la mat­ti­na stes­sa dicen­do «Oggi te la farò paga­re, ver­rai ucciso».

Nono­stan­te que­sto, la ragaz­za in que­stio­ne ha pre­so le distan­ze: «Non sono mai entra­ta in tri­bu­na­le a difen­de­re il mio ragaz­zo. Anzi non gli ho rivol­to la paro­la»; pro­se­gue chie­den­do di «non inven­ta­re gos­sip scher­zan­do sul­la mor­te di un ragaz­zo che tra l’altro ho fat­to il pos­si­bi­le per evi­ta­re i liti­gi tra i due».

Gelosia, una prova d’amore?

In Ita­lia oltre il 41% del­le ado­le­scen­ti dichia­ra di aver subi­to for­me di con­trol­lo dal part­ner, come richie­sta di pas­sword dei social o il divie­to di fre­quen­ta­re alcu­ne per­so­ne o di posta­re deter­mi­na­te foto­gra­fie sui social. Il 30% dei ragaz­zi tra i 15 e 19 anni ritie­ne che la gelo­sia sia una pro­va d’amore e che sia accet­ta­bi­le con­trol­la­re il tele­fo­no del­la part­ner al fine di pro­teg­ge­re la relazione.

È impor­tan­te che la nar­ra­zio­ne del­le pre­sun­te moti­va­zio­ni per cui Atif ha agi­to non si ricon­du­ca­no sol­tan­to ad un caso iso­la­to. La foto­gra­fia che ha fat­to scat­ta­re la tra­ge­dia è una que­stio­ne più ampia: la dife­sa del­la repu­ta­zio­ne maschi­le. In que­sta dina­mi­ca, la viri­li­tà di Atif è sta­ta per­ce­pi­ta in bili­co, davan­ti al timo­re che qual­cu­no potes­se “sot­trar­gli” la ragazza.

Il pro­ble­ma è che mol­ti ragaz­zi cre­sco­no pen­san­do che l’unica emo­zio­ne legit­ti­ma da espri­me­re in quan­to uomi­ni sia la rab­bia. Fin da pic­co­li si impa­ra a nascon­de­re la pau­ra, a non pian­ge­re, a mostrar­si sem­pre for­ti e la fra­gi­li­tà vie­ne vista come un difet­to rele­ga­to alle ragaz­ze. Quan­do poi ci si tro­va davan­ti a una delu­sio­ne o alla gelo­sia non si han­no gli stru­men­ti emo­ti­vi per inca­na­la­re le emo­zio­ni e l’unico risul­ta­to è un’esplosione di rab­bia: è qui che l’amore si con­fon­de con il pos­ses­so e la pro­pria ragaz­za non è più una per­so­na alla pari, ma un ele­men­to da pro­teg­ge­re, anche per difen­de­re la pro­pria repu­ta­zio­ne davan­ti agli altri.

Identità digitale

In Ita­lia, secon­do i dati Cen­sis del 2025, il 71% degli ado­le­scen­ti (16–17 anni) dichia­ra di sen­tir­si «mol­to o abba­stan­za dipen­den­te» dal­le tec­no­lo­gie digitali.

I social sono un modo per ave­re una con­ti­nui­tà rela­zio­na­le, di con­se­guen­za la pro­pria imma­gi­ne vie­ne gesti­ta atten­ta­men­te in quan­to in con­ti­nua espo­si­zio­ne ver­so i pari. Il rischio mag­gio­re è l’iper-visibilità, ossia esse­re costan­te­men­te sot­to lo sguar­do altrui, sfo­cian­do in ansia socia­le e sen­so di inadeguatezza.

Ad oggi gli stu­di sull’impatto dei social sul­la salu­te men­ta­le gio­va­ni­le sono anco­ra mol­to pochi, nono­stan­te le evi­den­ze con­cre­te sia­no sot­to gli occhi di tutti.

La grande semplificazione di una questione complessa

Avve­ni­men­ti di que­sta por­ta­ta e di tale impat­to media­ti­co por­ta­no spes­so l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca a pren­de­re par­te a deter­mi­na­te fazio­ni poli­ti­che, che alla ricer­ca di un capro espia­to­rio spes­so ridu­co­no il col­pe­vo­le all’e­ti­chet­ta del «maran­za», stru­men­ta­liz­za­zio­ne lo ste­reo­ti­po igno­ran­do­ne le radi­ci socia­li.

Il ter­mi­ne, ormai noto nel lin­guag­gio quo­ti­dia­no gio­va­ni­le e non, sta a indi­ca­re abi­tan­ti del­le peri­fe­rie, spes­so appar­te­nen­ti a fami­glie con scar­se risor­se eco­no­mi­che, lega­ti alla cul­tu­ra trap per i modi di atteg­giar­si e di vesti­re, e a dina­mi­che affer­ma­te di grup­po, ste­reo­ti­pi­ca­men­te ten­den­ti a com­pie­re atti con­si­de­ra­ti peri­co­lo­si. Que­sta sem­pli­fi­ca­zio­ne rischia però di non met­te­re in luce gli aspet­ti all’origine del feno­me­no, ridu­cen­do­lo ad un insie­me di fal­se cre­den­ze come le ori­gi­ni stra­nie­re come moven­te del­le vio­len­ze, oppu­re alla peri­co­lo­si­tà di alcu­ni video­gio­chi con­si­de­ra­ti vio­len­ti, tra­la­scian­do i veri fat­to­ri sca­te­nan­ti come pover­tà non solo eco­no­mi­ca ma anche cul­tu­ra­le, disa­gio socia­le, emarginazione.

Le isti­tu­zio­ni, come la scuo­la, dovreb­be­ro ave­re quin­di un ruo­lo chia­ve nel rico­no­sce­re e com­pren­de­re i disa­gi dei ragaz­zi evi­tan­do di eti­chet­ta­re e bana­liz­za­re il feno­me­no. Sareb­be quin­di uti­le crea­re pon­ti tra fami­glie e inse­gnan­ti per faci­li­ta­re la comu­ni­ca­zio­ne del­le pro­ble­ma­ti­che fami­lia­ri, dare impor­tan­za all’educazione affet­ti­va che aiu­ti gli stu­den­ti a gesti­re le pro­prie emo­zio­ni, alla sen­si­bi­liz­za­zio­ne su tema­ti­che come bul­li­smo e vio­len­za, crea­re un ambien­te più sicu­ro e aper­to alla comu­ni­ca­zio­ne alun­no-inse­gnan­te e miglio­ra­re even­tua­li spor­tel­li gra­tui­ti di soste­gno psi­co­lo­gi­co a cui gli stu­den­ti si pos­sa­no rivol­ge­re liberamente.

Con­di­vi­di:
Jessica Rodenghi
Jes­si­ca, atti­va nel mon­do e nel­le socie­tà, per fare buo­na infor­ma­zio­ne dedi­ca­ta a tut­ti e tutte.
Ester Campana

1 Trackback & Pingback

  1. L'8 marzo, in tutti i sensi -

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.