Il caso di Abanoud Youssef, ucciso a 18 anni dal compagno di scuola Zouhair Atif, mette sotto accusa il sistema di prevenzione scolastico. Tra segnali di disagio ignorati e dinamiche di mascolinità tossica, l’aggressione all’istituto Einaudi-Chiodo rivela l’urgenza di un’educazione affettiva contro il controllo digitale e la violenza tra i giovani.
Venerdì 16 gennaio, all’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, il diciannovenne Zouhair Atif ha ucciso il compagno di scuola Abanoud Youssef (18 anni). Armato di un coltello da cucina, lo ha inseguito nei bagni durante un cambio d’ora; la vittima ha tentato la fuga in aula, dove è stata colpita mortalmente davanti a compagni e docenti. Youssef è morto in ospedale poche ore dopo, mentre l’aggressore, arrestato subito, ha confessato il delitto.
Non abbastanza prevenzione
I segnali di pericolo c’erano tutti: dai messaggi di minaccia all’episodio di un coltellino mostrato l’anno precedente, fino alla raggelante dichiarazione fatta davanti a tutta la classe: «Mi piacerebbe vedere che emozione si prova a uccidere una persona». Il lunedì successivo gli studenti hanno protestato contro la decisione di non sospendere le lezioni, mentre l’Ufficio Scolastico Regionale ha disposto un’ispezione per accertare eventuali falle nel monitoraggio del disagio di Atif.
Il movente sarebbe la gelosia, in quanto la vittima aveva scambiato fotografie con la ragazza dell’aggressore. Non sarebbe stato un gesto impulsivo, Atif avrebbe inviato un messaggio a Youssef la mattina stessa dicendo «Oggi te la farò pagare, verrai ucciso».
Nonostante questo, la ragazza in questione ha preso le distanze: «Non sono mai entrata in tribunale a difendere il mio ragazzo. Anzi non gli ho rivolto la parola»; prosegue chiedendo di «non inventare gossip scherzando sulla morte di un ragazzo che tra l’altro ho fatto il possibile per evitare i litigi tra i due».
Gelosia, una prova d’amore?
In Italia oltre il 41% delle adolescenti dichiara di aver subito forme di controllo dal partner, come richiesta di password dei social o il divieto di frequentare alcune persone o di postare determinate fotografie sui social. Il 30% dei ragazzi tra i 15 e 19 anni ritiene che la gelosia sia una prova d’amore e che sia accettabile controllare il telefono della partner al fine di proteggere la relazione.
È importante che la narrazione delle presunte motivazioni per cui Atif ha agito non si riconducano soltanto ad un caso isolato. La fotografia che ha fatto scattare la tragedia è una questione più ampia: la difesa della reputazione maschile. In questa dinamica, la virilità di Atif è stata percepita in bilico, davanti al timore che qualcuno potesse “sottrargli” la ragazza.
Il problema è che molti ragazzi crescono pensando che l’unica emozione legittima da esprimere in quanto uomini sia la rabbia. Fin da piccoli si impara a nascondere la paura, a non piangere, a mostrarsi sempre forti e la fragilità viene vista come un difetto relegato alle ragazze. Quando poi ci si trova davanti a una delusione o alla gelosia non si hanno gli strumenti emotivi per incanalare le emozioni e l’unico risultato è un’esplosione di rabbia: è qui che l’amore si confonde con il possesso e la propria ragazza non è più una persona alla pari, ma un elemento da proteggere, anche per difendere la propria reputazione davanti agli altri.
Identità digitale
In Italia, secondo i dati Censis del 2025, il 71% degli adolescenti (16–17 anni) dichiara di sentirsi «molto o abbastanza dipendente» dalle tecnologie digitali.
I social sono un modo per avere una continuità relazionale, di conseguenza la propria immagine viene gestita attentamente in quanto in continua esposizione verso i pari. Il rischio maggiore è l’iper-visibilità, ossia essere costantemente sotto lo sguardo altrui, sfociando in ansia sociale e senso di inadeguatezza.
Ad oggi gli studi sull’impatto dei social sulla salute mentale giovanile sono ancora molto pochi, nonostante le evidenze concrete siano sotto gli occhi di tutti.
La grande semplificazione di una questione complessa
Avvenimenti di questa portata e di tale impatto mediatico portano spesso l’opinione pubblica a prendere parte a determinate fazioni politiche, che alla ricerca di un capro espiatorio spesso riducono il colpevole all’etichetta del «maranza», strumentalizzazione lo stereotipo ignorandone le radici sociali.
Il termine, ormai noto nel linguaggio quotidiano giovanile e non, sta a indicare abitanti delle periferie, spesso appartenenti a famiglie con scarse risorse economiche, legati alla cultura trap per i modi di atteggiarsi e di vestire, e a dinamiche affermate di gruppo, stereotipicamente tendenti a compiere atti considerati pericolosi. Questa semplificazione rischia però di non mettere in luce gli aspetti all’origine del fenomeno, riducendolo ad un insieme di false credenze come le origini straniere come movente delle violenze, oppure alla pericolosità di alcuni videogiochi considerati violenti, tralasciando i veri fattori scatenanti come povertà non solo economica ma anche culturale, disagio sociale, emarginazione.
Le istituzioni, come la scuola, dovrebbero avere quindi un ruolo chiave nel riconoscere e comprendere i disagi dei ragazzi evitando di etichettare e banalizzare il fenomeno. Sarebbe quindi utile creare ponti tra famiglie e insegnanti per facilitare la comunicazione delle problematiche familiari, dare importanza all’educazione affettiva che aiuti gli studenti a gestire le proprie emozioni, alla sensibilizzazione su tematiche come bullismo e violenza, creare un ambiente più sicuro e aperto alla comunicazione alunno-insegnante e migliorare eventuali sportelli gratuiti di sostegno psicologico a cui gli studenti si possano rivolgere liberamente.

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