Polonia, da paese in crisi a potenza economica europea

Il quinto paese per numero di abitanti dell’Unione europea, dopo un periodo di grande crisi e uno di transizione, ha raggiunto la ventesima posizione per prodotto interno lordo ed è diventato una vera e propria potenza economica.

Crisi economica e legge marziale

La situa­zio­ne eco­no­mi­ca pre­ci­pi­tò già negli anni ’80, quan­do il pae­se face­va anco­ra par­te del bloc­co sovie­ti­co. L’introduzione del­la leg­ge mar­zia­le, le san­zio­ni impo­ste dagli Sta­ti Uni­ti e le rego­le intro­dot­te nel pae­se acui­ro­no la cri­si già in atto, tan­to da far crol­la­re il red­di­to nazio­na­le del 22% nel 1981 e aumen­ta­re i prez­zi più del 100%.

La Polo­nia inol­tre rischia­va di dichia­ra­re l’insolvenza ed era uno dei più gran­di debi­to­ri al mon­do. Dopo le ele­zio­ni libe­re nel giu­gno 1989, e la con­se­guen­te usci­ta dal bloc­co sovie­ti­co, il Pae­se dovet­te affron­ta­re un com­pli­ca­to pro­ces­so di tra­sfor­ma­zio­ne abban­do­nan­do il siste­ma dei pia­ni quin­quen­na­li per appro­da­re all’economia del libe­ro mer­ca­to. La nuo­va clas­se diri­gen­te si die­de l’o­biet­ti­vo di sta­bi­liz­za­re la pro­pria eco­no­mia com­bat­ten­do l’iperinflazione, arre­sta­re il debi­to pub­bli­co e pro­muo­ve­re rifor­me strutturali.

Piano Balcerowicz

Dal mini­stro del­le Finan­ze Leszek Bal­ce­ro­wicz pre­se il nome il pac­chet­to di rifor­me che per­mi­se la sta­bi­liz­za­zio­ne dell’economia polac­ca, il ripri­sti­no dell’equilibrio nel­le finan­ze pub­bli­che, il cor­ret­to fun­zio­na­men­to del mec­ca­ni­smo dei prez­zi e lo svi­lup­po del set­to­re pri­va­to. Bal­ce­ro­wicz deci­se di rivol­ger­si al Fon­do Mone­ta­rio Inter­na­zio­na­le (FMI), per poter otte­ne­re un pia­no di ripre­sa eco­no­mi­ca. Mol­ti pae­si si dichia­ra­ro­no favo­re­vo­li a con­ce­de­re pre­sti­ti alla Polo­nia nel caso di un even­tua­le accor­do con il FMI, come spie­ga­to dal Pri­mo mini­stro ingle­se Mar­ga­ret Thatcher.

Furo­no suc­ces­si­va­men­te intro­dot­te del­le rifor­me che mira­ro­no ad aumen­ta­re i tas­si di inte­res­se e a intro­dur­re tas­se sui paga­men­ti sovra-nor­ma­ti­vi con il fine di com­bat­te­re l’inflazione. Per favo­ri­re il mer­ca­to libe­ro, ven­ne­ro sman­tel­la­ti i mono­po­li e si appog­gia­ro­no impren­di­to­ri individuali.

Tut­ta­via, l’inflazione rima­ne­va ele­va­ta, il Pil cala­va dra­sti­ca­men­te e l’economia era in for­te reces­sio­ne. I costi socia­li furo­no mol­to alti, la disoc­cu­pa­zio­ne era alle stel­le, un milio­ne di per­so­ne rima­se disoc­cu­pa­to, mol­ti nego­zi ven­ne­ro chiu­si in atte­sa di esse­re pri­va­tiz­za­ti, oltre tre­mi­la azien­de ebbe­ro pro­ble­mi finan­zia­ri, ci fu un calo dei red­di­ti rea­li e un aumen­to del­la disu­gua­glian­za e del­la pover­tà rela­ti­va. La Polo­nia diven­tò una del­le eco­no­mie in più rapi­da cre­sci­ta in Euro­pa a metà degli anni ’90, con un pic­co di cre­sci­ta del 7% nel 1996.

Ingresso nella Nato e nell’Unione europea

La deci­sio­ne di entra­re nell’alleanza atlan­ti­ca fu il segna­le del­la volon­tà del­la Polo­nia di attua­re un pro­fon­do cam­bia­men­to di regi­me eco­no­mi­co, allon­ta­nan­do­si dall’orbita per col­ti­va­re nuo­vi rap­por­ti con gli Sta­ti Uni­ti. Con la Repub­bli­ca ceca, la Slo­vac­chia e l’Ungheria, la Polo­nia diven­tò uno dei pri­mi pae­si post-comu­ni­sti ad unir­si all’Alleanza il 12 mar­zo del 1999.

La Polo­nia con­tri­buì con 1 miliar­do di zlo­ty al Nato Secu­ri­ty Invest­ment Pro­gram e fu bene­fi­cia­ria di 1,55 miliar­di di zlo­ty, uti­liz­za­ti per la moder­niz­za­zio­ne di aero­por­ti, basi nava­li e depo­si­ti di car­bu­ran­te. Inol­tre, la par­te­ci­pa­zio­ne al pat­to sti­mo­lò la crea­zio­ne e lo svi­lup­po di start-up lega­te al set­to­re del­la dife­sa come la Mul­ti­na­tio­nal Corps North East crea­ta dal­la Polo­nia, Ger­ma­nia e Dani­mar­ca a Stet­ti­no o la NATO Joint For­ce Trai­ning Cen­ter a Byd­goszcz nel 2004.

Il 1° mag­gio 2024, la Polo­nia entrò a far par­te dell’Unio­ne euro­pea deter­mi­nan­do il più gran­de allar­ga­men­to nel­la sto­ria dell’organizzazione. Lo sta­to otten­ne dal­la mem­ber­ship euro­pea una base sta­bi­le per la sua eco­no­mia e fon­di per pro­get­ti di svi­lup­po economico.

Situazione attuale

L’economia polac­ca ha visto una cre­sci­ta del pro­dot­to inter­no lor­do del qua­si 3% nel 2024, rag­giun­gen­do la Fran­cia e la Ger­ma­nia. Si pre­ve­de che la cre­sci­ta eco­no­mi­ca pos­sa esse­re simi­le nel 2026. Con­fi­na­re con set­te pae­si e ave­re impor­tan­ti posti affac­cia­ti sul Mar Bal­ti­co per­met­to­no alla Polo­nia di ave­re soli­de reti di distri­bu­zio­ne in Euro­pa per gli inve­sti­men­ti diret­ti esteri.

I pae­si con cui la Polo­nia ha il sal­do com­mer­cia­le posi­ti­vo sono Sta­ti mem­bri dell’Unione euro­pea. Gli inve­sti­men­ti pri­va­ti e pub­bli­ci, come quel­li finan­zia­ti dall’Unione euro­pea, con­tri­bui­sco­no alla cre­sci­ta. Nel 2026 la Polo­nia rice­ve­rà 180 miliar­di di zlo­ty di fon­di euro­pei, 120 miliar­di facen­ti par­te del Pia­no nazio­na­le di ripre­sa pan­de­mi­ca. Que­sto pac­chet­to di aiu­ti vie­ne sfrut­ta­to per la tra­sfor­ma­zio­ne ener­ge­ti­ca, la moder­niz­za­zio­ne del set­to­re sani­ta­rio, del tra­spor­to pub­bli­co e per la dife­sa. Inol­tre la Ban­ca cen­tra­le polac­ca rag­giun­ge­rà il suo obiet­ti­vo di infla­zio­ne del 2,5% per la pri­ma vol­ta dal 2019.

La Polo­nia rap­pre­sen­ta una meta attrat­ti­va alle azien­de che desi­de­ra­no tra­sfe­rir­si in Euro­pa e agli inve­sti­to­ri gra­zie all’avanzata digi­ta­liz­za­zio­ne del siste­ma azien­da­le, alla com­pe­ti­ti­vi­tà del­le ali­quo­te fisca­li per le socie­tà, le esen­zio­ni fisca­le offer­te dal­le zone eco­no­mi­che spe­cia­li, gli incen­ti­vi alla ricer­ca e allo svi­lup­po e con­di­zio­ni pre­fe­ren­zia­li per le start-up.

Ci si chie­de, però, quan­to que­sto momen­to di cre­sci­ta pos­sa dura­re, come la Polo­nia affron­te­rà un innal­za­men­to del debi­to pub­bli­co e un ral­len­ta­men­to nel­la cre­sci­ta degli inve­sti­men­ti dopo che i fon­di Ue ver­ran­no ridot­ti nel 2026, una popo­la­zio­ne in età lavo­ra­ti­va in calo, un’innovazione rela­ti­va­men­te bas­sa e la tra­sfor­ma­zio­ne ver­de e digitale.

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Chiara Ferrari

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