Radici: i cinema parrocchiali tra moralizzazione e controllo

Il rapporto controverso tra chiesa e cinema: una “modernizzazione senza modernità”

I cinema parrocchiali sono molto più di semplici sale cinematografiche: luoghi di aggregazione, cultura e socialità, ma anche strumenti di controllo morale attraverso cui la Chiesa ha cercato di avvicinarsi alla modernità senza abbracciarla del tutto, guidando lo sguardo degli spettatori e regolando ciò che poteva essere visto.

I cine­ma par­roc­chia­li sono spa­zi pro­fon­da­men­te ambi­va­len­ti. Pos­so­no esse­re luo­ghi che ospi­ta­no incon­tri cul­tu­ra­li, come i cine­fo­rum, così come ambien­ti odia­ti, e ogget­to di attac­chi van­da­li­ci. Più di tut­to, sono luo­ghi di aggre­ga­zio­ne, mol­to spes­so gli uni­ci in pic­co­le real­tà pro­vin­cia­li. Negli ora­to­ri e nel­le par­roc­chie, gene­ra­zio­ni di gio­va­ni han­no tro­va­to un ambien­te acco­glien­te, dove strin­ge­re pro­fon­di rap­por­ti uma­ni. Tut­ta­via, non sono sicu­ra­men­te luo­ghi neu­tri. Se i gio­va­ni li fre­quen­ta­no con una men­ta­li­tà non poli­ti­ciz­za­ta, cer­to è che ogni fare è poli­ti­co. Resta da chie­der­si che tipo di pro­get­to cul­tu­ra­le e mora­le si va a raf­for­za­re con­ti­nuan­do a rico­no­sce­re que­sti luo­ghi come spa­zi cen­tra­li di aggregazione.

Le origini di un successo

Chie­sa e moder­ni­tà sono comu­ne­men­te viste come due ret­te paral­le­le che non si incon­tra­no mai. In real­tà, la que­stio­ne è com­ples­sa. Il Vati­ca­no, mol­to più di altre isti­tu­zio­ni, è sem­pre sta­to par­ti­co­lar­men­te atten­to alle inno­va­zio­ni dell’ultimo seco­lo. Ha rece­pi­to imme­dia­ta­men­te l’invenzione del­la radio­fo­nia, a cui rispon­de con la fon­da­zio­ne di Radio Vati­ca­na nel 1931 (con l’aiuto del­lo stes­so Mar­co­ni). Ma anche quel­la tele­vi­si­va: già nel 1939, quan­do ini­zia­no le tra­smis­sio­ni spe­ri­men­ta­li, vie­ne instal­la­ta una sala di visio­ne per il Papa.

La stes­sa atten­zio­ne vie­ne dedi­ca­ta al cine­ma, la cui nasci­ta nei pri­mi decen­ni del Nove­cen­to scuo­te la socie­tà nel­le sue fon­da­men­ta. Si trat­ta però di una rivo­lu­zio­ne len­ta, in quan­to vi era un pro­ble­ma di dif­fi­ci­le riso­lu­zio­ne: la dif­fu­sio­ne. Se il regi­me lo affron­ta con esca­mo­ta­ge qua­li le cine-mobi­li, la Chie­sa si tro­va inve­ce in una posi­zio­ne di gran­de van­tag­gio. Già dopo l’unità d’Italia le gerar­chie eccle­sia­sti­che ave­va­no dato il via a una capil­la­re azio­ne di pene­tra­zio­ne nel ter­ri­to­rio, che ave­va reso anco­ra più evi­den­te la decan­ta­ta frat­tu­ra tra «pae­se rea­le e pae­se lega­le». Così, tra­mi­te le par­roc­chie, la Chie­sa ave­va rag­giun­to anche i luo­ghi più remo­ti del­la peni­so­la. A metà del Nove­cen­to i luo­ghi da uti­liz­za­re per le pro­ie­zio­ni già c’erano. Nel 1929 l’enciclica Divi­ni Illius Magi­stris dà il via uffi­cia­le alla dif­fu­sio­ne dei cine­ma par­roc­chia­li. L’azione del­la Chie­sa in cam­po cine­ma­to­gra­fi­co non si dispie­ga, quin­di sul pia­no del­la pro­du­zio­ne ma su quel­lo del­la distri­bu­zio­ne e dell’esercizio. Si crea così un cir­cui­to cine­ma­to­gra­fi­co uni­ca­men­te eccle­sia­sti­co pre­sen­te dif­fu­sa­men­te su tut­to il ter­ri­to­rio nazionale.

Film buoni e film cattivi

Se l’approccio del­la Chie­sa al cine­ma può sem­bra­re una volon­tà di entra­re in con­tat­to con la moder­ni­tà, non è pro­pria­men­te così. Le gerar­chie vati­ca­ne, infat­ti, non con­si­de­ra­va­no il cine­ma uno stru­men­to bene­fi­co del­la cul­tu­ra moder­na. Il loro atteg­gia­men­to «posi­ti­vo» era tem­pe­ra­to da dub­bi e riser­ve. Per que­sto si par­la di «moder­niz­za­zio­ne sen­za moder­ni­tà». In sin­te­si, la Chie­sa rifiu­tò com­ple­ta­men­te la moder­ni­tà e pre­se dal­la moder­niz­za­zio­ne solo ciò che pote­va rive­lar­si uti­le per rag­giun­ge­re i suoi obiet­ti­vi, in defi­ni­ti­va mol­to tradizionali.

Quin­di, qua­li film si pote­va­no pro­iet­ta­re nei cine­ma par­roc­chia­li? Cer­to non tut­ti. Una chia­ra distin­zio­ne tra film buo­ni e film cat­ti­vi ven­ne imme­dia­ta­men­te trac­cia­ta dal­la San­ta Sede tra­mi­te l’enciclica Vigi­lan­ti cura. I film “cat­ti­vi” van­no evi­ta­ti, in quan­to pro­du­co­no dan­ni nel­le ani­me. Essi «diven­go­no occa­sio­ni di pec­ca­to, indu­co­no i gio­va­ni nel­le vie del male, per­ché sono la glo­ri­fi­ca­zio­ne del­le pas­sio­ni». Dall’altro lato, i film buo­ni «pos­so­no inve­ce eser­ci­ta­re un’in­fluen­za pro­fon­da­men­te mora­liz­za­tri­ce sugli spet­ta­to­ri». Anda­va­no, quin­di, proi­bi­ti tut­ti i film «osce­ni». Que­sto ter­mi­ne acqui­si­va però una valen­za par­ti­co­la­re. Se all’estero indi­ca­va i film moral­men­te scor­ret­ti dal pun­to di vista eti­co, in Ita­lia «osce­no» diven­ta sino­ni­mo di «por­no­gra­fi­co». Il ter­mi­ne anda­va però inte­so in un’accezione più gene­ri­ca, tan­to che “La dol­ce vita” di Fel­li­ni era defi­ni­to un film «por­no­gra­fi­co».

«L’incantesimo del cinema»

Il discor­so del­la Chie­sa intor­no al con­cet­to di mora­li­tà descri­ve il cine­ma come un’«occasione di pec­ca­to» a cau­sa del­la pas­si­vi­tà del­lo spet­ta­to­re. Tut­ta­via, non si deve con­si­de­ra­re tale pas­si­vi­tà a livel­lo intel­let­tua­le. Gli spet­ta­to­ri non era­no cer­ta­men­te invi­ta­ti a svi­lup­pa­re un’opinione cri­ti­ca indi­vi­dua­le. La pas­si­vi­tà vie­ne piut­to­sto mes­sa in rela­zio­ne con la «debo­lez­za del­la natu­ra uma­na». Que­sto per­ché le imma­gi­ni han­no un impat­to imme­dia­to for­tis­si­mo sul cor­po. Pro­vo­ca­no una «simu­la­zio­ne incar­na­ta» che pro­du­ce una «simu­la­zio­ne auto­ma­ti­ca». In altre paro­le, nel momen­to in cui vedia­mo in un video o in un’immagine cer­te aree del cor­po che ven­go­no sti­mo­la­te, il nostro cer­vel­lo ripro­du­ce quel­la sen­sa­zio­ne sul nostro stes­so cor­po, come se si stes­se veri­fi­can­do un’e­se­cu­zio­ne reale.

Ne con­se­gue l’estrema peri­co­lo­si­tà del mez­zo cine­ma­to­gra­fi­co. Tut­ta­via, se il pro­ble­ma era una sor­ta di coscien­za pre­ri­fles­si­va, con­trol­lar­ne gli effet­ti era un’operazione tutt’altro che sem­pli­ce. Dato che non si pote­va con­trol­la­re la rea­zio­ne del cor­po davan­ti a film «osce­ni», allo­ra biso­gna­va com­bat­te­re il pro­ble­ma alla sua ori­gi­ne. Di con­se­guen­za, ven­ne­ro ban­di­ti tut­ti i film con­si­de­ra­ti «immo­ra­li», che si pen­sa­va potes­se­ro atti­va­re que­sta rea­zio­ne fisi­ca del cor­po. Oppu­re, se pro­iet­ta­ti, si intro­du­ce­va un com­men­to alle sce­ne, per gui­da­re la visio­ne del film, ma, soprat­tut­to, per rom­pe­re «l’in­can­te­si­mo del cinema».

Dal qua­dro trac­cia­to emer­ge una veri­tà incon­tro­ver­ti­bi­le, e per cer­ti ver­si scon­ta­ta: il mez­zo cine­ma­to­gra­fi­co è solo il mez­zo per rag­giun­ge­re un fine: la mora­liz­za­zio­ne del­la socie­tà. Anco­ra oggi vie­ne visto con la stes­sa stru­men­ta­li­tà. Mol­tis­si­me par­roc­chie, infat­ti, con­ti­nua­no a proi­bi­re cer­te cate­go­rie di film, come tut­ti quel­li che trat­ta­no tema­ti­che LGBT.

In con­clu­sio­ne, per quan­to le par­roc­chie con­ti­nui­no a svol­ge­re un ruo­lo cen­tra­le nell’aggregazione socia­le, è ormai neces­sa­rio imma­gi­na­re for­me di asso­cia­zio­ni­smo auto­no­me dal cul­to, capa­ci di offri­re ai gio­va­ni spa­zi di cre­sci­ta cul­tu­ra­le real­men­te libe­ri e plurali.

Con­di­vi­di:
Camilla Gommaraschi
Stu­den­tes­sa di sto­ria curio­sa per natu­ra e con la testa sem­pre tra le pagi­ne: ado­ro leg­ge­re, rac­con­ta­re sto­rie e per­der­mi in nuo­vi mondi.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.