BookAdvisor, i consigli di lettura di febbraio

Bookadvisor, consigli di lettura di febbraio

Il 5 di ogni mese, libri per tutti i gusti: BookAdvisor è la rubrica dove vi consigliamo ciò che ci è piaciuto di recente, tra novità e qualche riscoperta.


Infelici gli dèi di Stacey Swann, Bompiani (2021) – recensione di Camilla Gommaraschi 

Olym­pus, Texas. Una pic­co­la cit­ta­di­na intri­sa di un pas­sa­to che non vuo­le resta­re tale. Se gli edi­fi­ci sono rima­sti anco­ra­ti a un tem­po remo­to, lo stes­so vale per le per­so­ne. Qui vivo­no i Bri­scoe. Una fami­glia che scon­ta i tra­di­men­ti del padre, Peter, gli erro­ri del­la madre, June, l’estrema bon­tà, qua­si para­dos­sa­le, del figlio mag­gio­re, Hap, e gli scat­ti d’ira del mino­re, March. A com­ple­ta­re il qua­dro ci sono tre figli che Peter ha avu­to fuo­ri dal matri­mo­nio, tra cui i gemel­li Artie e Arlo, ver­so i qua­li June nutre un’inaspettata tene­rez­za, acco­glien­do­li nel­la pro­pria fami­glia. Nul­la di tut­to ciò è nasco­sto: in una cit­ta­di­na così pic­co­la, tut­ti si cono­sco­no, tut­ti si osser­va­no, tut­ti inte­ra­gi­sco­no, e ogni gesto pesa più di quan­to sem­bri.  

Infe­li­ci gli dèi è il roman­zo d’esordio di Sta­cey Swann, che segue le vicen­de di una fami­glia descrit­ta come una «col­le­zio­ne ambu­lan­te di pec­ca­ti capi­ta­li», nel dispie­gar­si di una set­ti­ma­na, tra even­ti tra­gi­ci e ricon­ci­lia­zio­ni. La nar­ra­zio­ne si apre con il ritor­no a casa di March, dopo due anni di esi­lio autoim­po­sto, dopo che vie­ne sco­per­ta la sua rela­zio­ne con Vera, la moglie del fra­tel­lo. Il suo ritor­no accen­de una costel­la­zio­ne di fuo­chi silen­zio­si che, nel cor­so di una set­ti­ma­na inter­mi­na­bi­le, cova­no sot­to la super­fi­cie fino ad esplo­de­re, in una len­ta com­bu­stio­ne di ten­sio­ni, ran­co­ri e desi­de­ri ine­spres­si

Il let­to­re vie­ne come cata­pul­ta­to in que­ste dina­mi­che fami­lia­ri con­tor­te, a cui si som­ma­no le logi­che da «pic­co­la cit­ta­di­na». Que­sto per­ché le vicen­de dei Bri­scoe non sono pri­va­te, ma si dipa­na­no sul pal­co­sce­ni­co del­la pic­co­la Olym­pus, in cui gli abi­tan­ti ama­no «guar­da­re dal buco del­la ser­ra­tu­ra» le gio­ie e le tra­ge­die di que­sta fami­glia. Non man­ca­no i rife­ri­men­ti ai miti gre­ci, pal­pa­bi­li in tut­ta l’atmosfera. Ognu­no dei per­so­nag­gi rap­pre­sen­ta uno degli dèi del pan­theon gre­co, il nes­so più evi­den­te è sicu­ra­men­te tra Peter e Zeus. Un roman­zo adat­to a chi ama la nar­ra­ti­va fami­lia­re e le sto­rie di fami­glie par­ti­co­lar­men­te disfunzionali.


Nella carne di David Szalay, Adelphi (2025) – recensione di Camilla Gommaraschi 

«Nel pri­mo capi­to­lo cono­scia­mo il pro­ta­go­ni­sta, Ist­vàn, che ha quin­di­ci anni, si è appe­na tra­sfe­ri­to in una nuo­va cit­tà con sua madre, il padre è assen­te, non sap­pia­mo dav­ve­ro per­ché… È un ragaz­zo soli­ta­rio, iso­la­to, e si ritro­va in una rela­zio­ne – una rela­zio­ne ses­sua­le – con una don­na mol­to più gran­de di lui, che vive nel palaz­zo, e que­sta rela­zio­ne attra­ver­sa diver­se tra­sfor­ma­zio­ni sor­pren­den­ti e inten­se. La rela­zio­ne fini­sce con un inci­den­te vio­len­to, cata­stro­fi­co. E qual­cu­no muo­re. E que­sta mor­te con­di­zio­na pro­fon­da­men­te la vita di Ist­vàn». 

Così David Sza­lay pre­sen­ta il pri­mo capi­to­lo del suo roman­zo, vin­ci­to­re del Boo­ker Pri­ze 2025, a Lucy sul­la cul­tu­ra. L’autore, in accor­do con l’intervistatore, sostie­ne che sve­la­re trop­po del­la tra­ma del roman­zo potreb­be rovi­na­re l’obiettivo prin­ci­pa­le: la costru­zio­ne del­la sto­ria da par­te del let­to­re. Que­sto per­ché Nel­la car­ne non è un libro clas­si­co, ma lascia mol­to, qua­si tut­to, all’immaginazione di chi leg­ge. Ogni capi­to­lo fa gran­di pas­sag­gi tem­po­ra­li, sen­za spie­ga­re gli ante­fat­ti: ci spo­stia­mo dall’Ungheria, all’Iraq, a Lon­dra, sola­men­te giran­do pagi­na. Anche die­tro le azio­ni del pro­ta­go­ni­sta non emer­go­no le moti­va­zio­ni. Lo spa­zio, il con­te­sto, le ragio­ni che por­ta­no all’agire… È tut­to nasco­sto, tut­to da imma­gi­na­re e rico­strui­re. La scrit­tu­ra è chi­rur­gi­ca, si sus­se­guo­no perio­di bre­vis­si­mi e fra­si lapi­da­rie. È un roman­zo fat­to di dia­lo­ghi, sem­pre mol­to bre­vi, in cui ritor­na sem­pre una paro­la: «okay». Ist­vàn la ripe­te qua­si 200 vol­te nel cor­so del testo. Ciò è il sin­to­mo più evi­den­te del­la sua con­di­zio­ne esi­sten­zia­le, che è del tut­to pas­si­va. Il nostro pro­ta­go­ni­sta si fa tra­spor­ta­re dal­la vita, piut­to­sto che pren­der­la di pet­to.  

L’autore si met­te così nei pan­ni del­lo scul­to­re, ha davan­ti a sé un bloc­co di mar­mo, dove tut­ta la costru­zio­ne si gio­ca sul toglie­re. E ci rie­sce in modo impec­ca­bi­le. Così il roman­zo è per­fet­ta­men­te foca­liz­za­to su un solo aspet­to: la cor­po­rei­tà. Ist­vàn è tra­spor­ta­to da biso­gni cor­po­rei, dai pia­ce­ri. L’impulso del­la car­ne coman­da e gui­da le sue azio­ni men­tre la vita, ter­ri­bi­le e mera­vi­glio­sa, gli scor­re davanti. 


L’educazione di Tara Westover, Feltrinelli (2018) – recensione di Camilla Gommaraschi 

Tara cre­sce in Ida­ho, iso­la­ta dal mon­do, all’interno di una fami­glia mor­mo­ne estre­ma­men­te orto­dos­sa, al limi­te del fana­ti­smo. L’unica veri­tà che Tara cono­sce è quel­la impo­sta dal padre: un uomo osses­sio­na­to dal­la Fine del Mon­do, con­vin­to che il gover­no sia un nemi­co e che la medi­ci­na moder­na e le isti­tu­zio­ni sco­la­sti­che sia­no al ser­vi­zio di Sata­na. La madre, com­ple­ta­men­te sot­to­mes­sa al mari­to, asse­con­da que­sta visio­ne, pre­pa­ran­do rime­di omeo­pa­ti­ci da sosti­tui­re alle cure mediche. 

L’infanzia di Tara è segna­ta dal lavo­ro nel­la disca­ri­ca di fami­glia e da una quo­ti­dia­ni­tà carat­te­riz­za­ta da vio­len­za, pau­ra e con­trol­lo. Cre­scen­do, però, Tara ini­zia len­ta­men­te a met­te­re in discus­sio­ne il mon­do in cui è sta­ta cre­sciu­ta. Riu­sci­rà, con fati­ca, ad usci­re da quel­la real­tà e ad acce­de­re all’università, pur non aven­do mai fre­quen­ta­to la scuo­la. A 17 anni sco­pre cosa sia l’Olocausto, e si ren­de­rà con­to di quan­to pro­fon­da fos­se la sua igno­ran­za. Da quel momen­to in poi, le si apri­rà un mon­do, mol­to diver­so da quel­lo rac­con­ta­to­le da suo padre. Ma il per­cor­so ver­so l’emancipazione non è linea­re, ed è con­ti­nua­men­te minac­cia­to dal dub­bio e dal richia­mo dei vec­chi sche­mi. 

L’educazione è un roman­zo auto­bio­gra­fi­co, una testi­mo­nian­za che fa emer­ge­re da den­tro una real­tà pro­fon­da­men­te com­ples­sa che è quel­la del­la fede mor­mo­ne. Il tito­lo dovreb­be rap­pre­sen­ta­re il focus del roman­zo, in quan­to Tara, ver­so la metà del testo, ini­zia il suo per­cor­so di istru­zio­ne. Da ciò sicu­ra­men­te emer­ge­re la poten­za dell’educazione, del­la cono­scen­za, stru­men­ti fon­da­men­ta­li per costrui­re la pro­pria liber­tà. Tut­ta­via, anco­ra di più, L’educazione è un rac­con­to di una fami­glia vio­len­ta e disfun­zio­na­le, la cui nar­ra­zio­ne è cer­ta­men­te la par­te più poten­te ed emo­zio­nan­te del testo. Tara ha infat­ti il corag­gio di met­te­re in discus­sio­ne cer­tez­ze che sem­bra­va­no gra­ni­ti­che, attra­ver­so lo stu­dio e l’acquisizione di nuo­vi stru­men­ti che le per­met­to­no di com­pren­de­re il mon­do. In que­sto modo però, va con­tro tut­ta la sua fami­glia, che, fino all’adolescenza, è sta­ta tut­ta la sua vita. In que­sto modo rie­sce a fug­gi­re da dina­mi­che oppres­si­ve e vio­len­te, ma a che prez­zo? For­se è que­sto il vero ele­men­to cen­tra­le, il corag­gio. Il corag­gio di anda­re con­tro a tut­to e tut­ti, per per­se­gui­re ciò che è giu­sto per sé stessi. 


L’omicidio di Piersanti Mattarella di Miguel Gotor, Einaudi (2025) – recensione di Nicholas Ninno 

«Non si trat­ta, allo­ra, di un omi­ci­dio di mafia, ma di un omi­ci­dio di poli­ti­ca mafio­sa: nel qua­le cioè la rife­ri­bi­li­tà alla mafia come “orga­niz­za­zio­ne” deve neces­sa­ria­men­te stem­pe­rar­si attra­ver­so una serie di pas­sag­gi media­ti di con­fluen­ze “ope­ra­ti­ve” e “idea­ti­ve” […] in gra­do di dare nel loro com­ples­so il sen­so com­piu­to dell’“anti-Stato”». 

Leg­gen­do L’omicidio di Pier­san­ti Mat­ta­rel­la si ha la net­ta impres­sio­ne che Gotor voglia tira­re via quel velo pati­na­to con cui spes­so si copre la sto­ria ita­lia­na: nien­te eroi o miti, ma un assas­si­nio poli­ti­co che diven­ta len­te per guar­da­re den­tro lo Sta­to e den­tro la mafia. Il libro non si limi­ta a rico­strui­re la matri­ce cri­mi­na­le, ma sca­va negli intrec­ci fra appa­ra­ti, inte­res­si, e quel­le con­ver­gen­ze che ren­do­no il con­fi­ne fra mafia e poli­ti­ca un ter­re­no scivoloso. 

La mor­te di Mat­ta­rel­la, pre­si­den­te del­la Regio­ne Sici­lia nel 1980, non è rac­con­ta­ta come un atto iso­la­to ma come esi­to di un siste­ma in cui l’anti-Stato si intrec­cia con il pote­re for­ma­le. La scrit­tu­ra di Gotor è rigo­ro­sa, docu­men­ta­ta, tal­vol­ta così pre­ci­sa da risul­ta­re qua­si fasti­dio­sa per chi spe­ra in sem­pli­fi­ca­zio­ni. Ogni pas­sag­gio mostra i pez­zi di un puzz­le che non tor­na mai del tut­to, e que­sto è il pun­to di for­za e di fru­stra­zio­ne del libro. Non ci sono faci­li mora­li o ven­det­te sim­bo­li­che, ma un invi­to a capi­re come e per­ché cer­te con­nes­sio­ni sia­no sta­te pos­si­bi­li. È un testo che met­te in discus­sio­ne l’idea di mafia come mono­li­te e apre inve­ce alla noci­vi­tà del­le com­pli­ci­tà poli­ti­che. 

Per chi ha voglia di leg­ge­re oltre il tito­lo sen­sa­zio­na­li­sti­co, L’omicidio di Pier­san­ti Mat­ta­rel­la offre un’analisi luci­da, a vol­te dura, su un pez­zo di sto­ria ita­lia­na che pochi osa­no affron­ta­re con tan­ta one­stà intel­let­tua­le. Un libro per chi non si accon­ten­ta di eti­chet­te faci­li e vuo­le capi­re la con­nes­sio­ne tra vio­len­za, poli­ti­ca e memoria.


Mezzo litro di latte. La parola ai testimoni e alle vittime dell’amianto di Giacinto Bevilacqua, Alba edizioni (2024) – recensione di Jessica Rodenghi 

Dal 2010 la per­cen­tua­le di per­so­ne che si amma­la­no di malat­tie lega­te all’inalazione di amian­to è costan­te: una tra­ge­dia silen­zio­sa che può col­pi­re chiun­que. Le par­ti­cel­le di amian­to ina­la­te pos­so­no cau­sa­re pato­lo­gie mor­ta­li come l’asbestosi e i tumo­ri del­la pleu­ra. Gia­cin­to Bevi­lac­qua ci por­ta un libro che è anche un’inchiesta sul­le respon­sa­bi­li­tà del­lo Sta­to in un pro­ble­ma che pri­ma toc­ca­va gli ope­rai e i mura­to­ri coin­vol­ti nel­lo smal­ti­men­to di amian­to, quan­do anco­ra non si sape­va del­la sua peri­co­lo­si­tà. Poi le malat­tie han­no col­pi­to i fami­lia­ri, le per­so­ne entra­te a con­tat­to con i vesti­ti spor­chi di fibre di amian­to, infi­ne dal 1992 l’amianto è diven­ta­to fuo­ri­leg­ge, ma ci sono anco­ra mol­tis­si­mi edi­fi­ci costrui­ti con que­sto mate­ria­le. Abbia­mo mor­ti costan­ti per pato­lo­gie che riman­go­no silen­ti per anni pri­ma di mani­fe­star­si, il tut­to per­ché si è ante­po­sto il pro­fit­to alla salu­te del­le per­so­ne. Gli ope­rai, che per anni han­no maneg­gia­to amian­to sen­za alcun tipo di pro­te­zio­ne per le vie aeree, ora fati­ca­no ad esse­re risar­ci­ti dal­lo Sta­to, le fami­glie si sono tro­va­te davan­ti a muri di buro­cra­zia pri­ma di otte­ne­re qual­co­sa. 

Una rac­col­ta di testi­mo­nian­ze fon­da­men­ta­le, per non lascia­re che l’amianto diven­ti solo un capi­to­lo chiu­so, quan­do inve­ce con­ti­nua a pro­dur­re vit­ti­me e a inter­ro­ga­re le respon­sa­bi­li­tà del­lo Sta­to. 

Con­di­vi­di:
Camilla Gommaraschi
Stu­den­tes­sa di sto­ria curio­sa per natu­ra e con la testa sem­pre tra le pagi­ne: ado­ro leg­ge­re, rac­con­ta­re sto­rie e per­der­mi in nuo­vi mondi.
Jessica Rodenghi
Jes­si­ca, atti­va nel mon­do e nel­le socie­tà, per fare buo­na infor­ma­zio­ne dedi­ca­ta a tut­ti e tutte.
Nicholas Ninno

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