Il 5 di ogni mese, libri per tutti i gusti: BookAdvisor è la rubrica dove vi consigliamo ciò che ci è piaciuto di recente, tra novità e qualche riscoperta.
Infelici gli dèi di Stacey Swann, Bompiani (2021) – recensione di Camilla Gommaraschi
Olympus, Texas. Una piccola cittadina intrisa di un passato che non vuole restare tale. Se gli edifici sono rimasti ancorati a un tempo remoto, lo stesso vale per le persone. Qui vivono i Briscoe. Una famiglia che sconta i tradimenti del padre, Peter, gli errori della madre, June, l’estrema bontà, quasi paradossale, del figlio maggiore, Hap, e gli scatti d’ira del minore, March. A completare il quadro ci sono tre figli che Peter ha avuto fuori dal matrimonio, tra cui i gemelli Artie e Arlo, verso i quali June nutre un’inaspettata tenerezza, accogliendoli nella propria famiglia. Nulla di tutto ciò è nascosto: in una cittadina così piccola, tutti si conoscono, tutti si osservano, tutti interagiscono, e ogni gesto pesa più di quanto sembri.
Infelici gli dèi è il romanzo d’esordio di Stacey Swann, che segue le vicende di una famiglia descritta come una «collezione ambulante di peccati capitali», nel dispiegarsi di una settimana, tra eventi tragici e riconciliazioni. La narrazione si apre con il ritorno a casa di March, dopo due anni di esilio autoimposto, dopo che viene scoperta la sua relazione con Vera, la moglie del fratello. Il suo ritorno accende una costellazione di fuochi silenziosi che, nel corso di una settimana interminabile, covano sotto la superficie fino ad esplodere, in una lenta combustione di tensioni, rancori e desideri inespressi.
Il lettore viene come catapultato in queste dinamiche familiari contorte, a cui si sommano le logiche da «piccola cittadina». Questo perché le vicende dei Briscoe non sono private, ma si dipanano sul palcoscenico della piccola Olympus, in cui gli abitanti amano «guardare dal buco della serratura» le gioie e le tragedie di questa famiglia. Non mancano i riferimenti ai miti greci, palpabili in tutta l’atmosfera. Ognuno dei personaggi rappresenta uno degli dèi del pantheon greco, il nesso più evidente è sicuramente tra Peter e Zeus. Un romanzo adatto a chi ama la narrativa familiare e le storie di famiglie particolarmente disfunzionali.
Nella carne di David Szalay, Adelphi (2025) – recensione di Camilla Gommaraschi
«Nel primo capitolo conosciamo il protagonista, Istvàn, che ha quindici anni, si è appena trasferito in una nuova città con sua madre, il padre è assente, non sappiamo davvero perché… È un ragazzo solitario, isolato, e si ritrova in una relazione – una relazione sessuale – con una donna molto più grande di lui, che vive nel palazzo, e questa relazione attraversa diverse trasformazioni sorprendenti e intense. La relazione finisce con un incidente violento, catastrofico. E qualcuno muore. E questa morte condiziona profondamente la vita di Istvàn».
Così David Szalay presenta il primo capitolo del suo romanzo, vincitore del Booker Prize 2025, a Lucy sulla cultura. L’autore, in accordo con l’intervistatore, sostiene che svelare troppo della trama del romanzo potrebbe rovinare l’obiettivo principale: la costruzione della storia da parte del lettore. Questo perché Nella carne non è un libro classico, ma lascia molto, quasi tutto, all’immaginazione di chi legge. Ogni capitolo fa grandi passaggi temporali, senza spiegare gli antefatti: ci spostiamo dall’Ungheria, all’Iraq, a Londra, solamente girando pagina. Anche dietro le azioni del protagonista non emergono le motivazioni. Lo spazio, il contesto, le ragioni che portano all’agire… È tutto nascosto, tutto da immaginare e ricostruire. La scrittura è chirurgica, si susseguono periodi brevissimi e frasi lapidarie. È un romanzo fatto di dialoghi, sempre molto brevi, in cui ritorna sempre una parola: «okay». Istvàn la ripete quasi 200 volte nel corso del testo. Ciò è il sintomo più evidente della sua condizione esistenziale, che è del tutto passiva. Il nostro protagonista si fa trasportare dalla vita, piuttosto che prenderla di petto.
L’autore si mette così nei panni dello scultore, ha davanti a sé un blocco di marmo, dove tutta la costruzione si gioca sul togliere. E ci riesce in modo impeccabile. Così il romanzo è perfettamente focalizzato su un solo aspetto: la corporeità. Istvàn è trasportato da bisogni corporei, dai piaceri. L’impulso della carne comanda e guida le sue azioni mentre la vita, terribile e meravigliosa, gli scorre davanti.
L’educazione di Tara Westover, Feltrinelli (2018) – recensione di Camilla Gommaraschi
Tara cresce in Idaho, isolata dal mondo, all’interno di una famiglia mormone estremamente ortodossa, al limite del fanatismo. L’unica verità che Tara conosce è quella imposta dal padre: un uomo ossessionato dalla Fine del Mondo, convinto che il governo sia un nemico e che la medicina moderna e le istituzioni scolastiche siano al servizio di Satana. La madre, completamente sottomessa al marito, asseconda questa visione, preparando rimedi omeopatici da sostituire alle cure mediche.
L’infanzia di Tara è segnata dal lavoro nella discarica di famiglia e da una quotidianità caratterizzata da violenza, paura e controllo. Crescendo, però, Tara inizia lentamente a mettere in discussione il mondo in cui è stata cresciuta. Riuscirà, con fatica, ad uscire da quella realtà e ad accedere all’università, pur non avendo mai frequentato la scuola. A 17 anni scopre cosa sia l’Olocausto, e si renderà conto di quanto profonda fosse la sua ignoranza. Da quel momento in poi, le si aprirà un mondo, molto diverso da quello raccontatole da suo padre. Ma il percorso verso l’emancipazione non è lineare, ed è continuamente minacciato dal dubbio e dal richiamo dei vecchi schemi.
L’educazione è un romanzo autobiografico, una testimonianza che fa emergere da dentro una realtà profondamente complessa che è quella della fede mormone. Il titolo dovrebbe rappresentare il focus del romanzo, in quanto Tara, verso la metà del testo, inizia il suo percorso di istruzione. Da ciò sicuramente emergere la potenza dell’educazione, della conoscenza, strumenti fondamentali per costruire la propria libertà. Tuttavia, ancora di più, L’educazione è un racconto di una famiglia violenta e disfunzionale, la cui narrazione è certamente la parte più potente ed emozionante del testo. Tara ha infatti il coraggio di mettere in discussione certezze che sembravano granitiche, attraverso lo studio e l’acquisizione di nuovi strumenti che le permettono di comprendere il mondo. In questo modo però, va contro tutta la sua famiglia, che, fino all’adolescenza, è stata tutta la sua vita. In questo modo riesce a fuggire da dinamiche oppressive e violente, ma a che prezzo? Forse è questo il vero elemento centrale, il coraggio. Il coraggio di andare contro a tutto e tutti, per perseguire ciò che è giusto per sé stessi.
L’omicidio di Piersanti Mattarella di Miguel Gotor, Einaudi (2025) – recensione di Nicholas Ninno
«Non si tratta, allora, di un omicidio di mafia, ma di un omicidio di politica mafiosa: nel quale cioè la riferibilità alla mafia come “organizzazione” deve necessariamente stemperarsi attraverso una serie di passaggi mediati di confluenze “operative” e “ideative” […] in grado di dare nel loro complesso il senso compiuto dell’“anti-Stato”».
Leggendo L’omicidio di Piersanti Mattarella si ha la netta impressione che Gotor voglia tirare via quel velo patinato con cui spesso si copre la storia italiana: niente eroi o miti, ma un assassinio politico che diventa lente per guardare dentro lo Stato e dentro la mafia. Il libro non si limita a ricostruire la matrice criminale, ma scava negli intrecci fra apparati, interessi, e quelle convergenze che rendono il confine fra mafia e politica un terreno scivoloso.
La morte di Mattarella, presidente della Regione Sicilia nel 1980, non è raccontata come un atto isolato ma come esito di un sistema in cui l’anti-Stato si intreccia con il potere formale. La scrittura di Gotor è rigorosa, documentata, talvolta così precisa da risultare quasi fastidiosa per chi spera in semplificazioni. Ogni passaggio mostra i pezzi di un puzzle che non torna mai del tutto, e questo è il punto di forza e di frustrazione del libro. Non ci sono facili morali o vendette simboliche, ma un invito a capire come e perché certe connessioni siano state possibili. È un testo che mette in discussione l’idea di mafia come monolite e apre invece alla nocività delle complicità politiche.
Per chi ha voglia di leggere oltre il titolo sensazionalistico, L’omicidio di Piersanti Mattarella offre un’analisi lucida, a volte dura, su un pezzo di storia italiana che pochi osano affrontare con tanta onestà intellettuale. Un libro per chi non si accontenta di etichette facili e vuole capire la connessione tra violenza, politica e memoria.
Mezzo litro di latte. La parola ai testimoni e alle vittime dell’amianto di Giacinto Bevilacqua, Alba edizioni (2024) – recensione di Jessica Rodenghi
Dal 2010 la percentuale di persone che si ammalano di malattie legate all’inalazione di amianto è costante: una tragedia silenziosa che può colpire chiunque. Le particelle di amianto inalate possono causare patologie mortali come l’asbestosi e i tumori della pleura. Giacinto Bevilacqua ci porta un libro che è anche un’inchiesta sulle responsabilità dello Stato in un problema che prima toccava gli operai e i muratori coinvolti nello smaltimento di amianto, quando ancora non si sapeva della sua pericolosità. Poi le malattie hanno colpito i familiari, le persone entrate a contatto con i vestiti sporchi di fibre di amianto, infine dal 1992 l’amianto è diventato fuorilegge, ma ci sono ancora moltissimi edifici costruiti con questo materiale. Abbiamo morti costanti per patologie che rimangono silenti per anni prima di manifestarsi, il tutto perché si è anteposto il profitto alla salute delle persone. Gli operai, che per anni hanno maneggiato amianto senza alcun tipo di protezione per le vie aeree, ora faticano ad essere risarciti dallo Stato, le famiglie si sono trovate davanti a muri di burocrazia prima di ottenere qualcosa.
Una raccolta di testimonianze fondamentale, per non lasciare che l’amianto diventi solo un capitolo chiuso, quando invece continua a produrre vittime e a interrogare le responsabilità dello Stato.

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