Radici: Cosa nostra alla sbarra, 40 anni dall’inizio del Maxiprocesso di Palermo

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia

Un processo gigantesco che trasformò la mafia da leggenda oscura a organizzazione criminale riconosciuta davanti alla legge. Il Maxiprocesso di Palermo segnò la prima vera sconfitta giudiziaria di Cosa Nostra.

 

Il Maxi­pro­ces­so di Paler­mo rap­pre­sen­ta uno spar­tiac­que nel­la sto­ria del­la lot­ta alla mafia in Ita­lia. Non fu sol­tan­to il più gran­de pro­ce­di­men­to pena­le mai cele­bra­to con­tro Cosa Nostra, ma segnò il pas­sag­gio da una repres­sio­ne fram­men­ta­ria a una stra­te­gia siste­mi­ca con­tro un’organizzazione cri­mi­na­le rico­no­sciu­ta come strut­tu­ra uni­ta­ria e gerar­chia.
Per la pri­ma vol­ta, lo Sta­to non pro­ces­sa­va sin­go­li delit­ti, ma un’intera orga­niz­za­zio­ne di pote­re. E Cosa nostra, per la pri­ma vol­ta, veni­va rico­no­sciu­ta come enti­tà a livel­lo giuridico.

Il pool antimafia, il principio di tutto

All’inizio degli anni Ottan­ta, Paler­mo era attra­ver­sa­ta da una vio­len­za sen­za pre­ce­den­ti. La cosid­det­ta “secon­da guer­ra di mafia” vede­va l’ascesa dei Cor­leo­ne­si gui­da­ti da Totò Rii­na, respon­sa­bi­li dell’eliminazione siste­ma­ti­ca del­le cosche riva­li e di nume­ro­si espo­nen­ti del­le isti­tu­zio­ni. In que­sto sce­na­rio, la rispo­sta del­lo Sta­to risul­ta­va debo­le e disor­ga­ni­ca: i magi­stra­ti lavo­ra­va­no in iso­la­men­to e veni­va­no col­pi­ti uno alla volta.

La svol­ta avven­ne con l’intuizione di Roc­co Chin­ni­ci, che pro­po­se un model­lo coo­pe­ra­ti­vo: il Pool Anti­ma­fia. Sot­to la gui­da di Anto­ni­no Capon­net­to, magi­stra­ti come Gio­van­ni Fal­co­ne e Pao­lo Bor­sel­li­no adot­ta­ro­no una stra­te­gia inve­sti­ga­ti­va fon­da­ta sul­la con­di­vi­sio­ne del­le infor­ma­zio­ni e sul­la pro­te­zio­ne reciproca.

Fal­co­ne intro­dus­se un approc­cio inno­va­ti­vo: segui­re i flus­si finan­zia­ri per risa­li­re alla strut­tu­ra dell’organizzazione. La mafia non veni­va più ana­liz­za­ta solo come feno­me­no cri­mi­na­le, ma come siste­ma eco­no­mi­co e politico.

Tommaso Buscetta e il superamento del mito dell’invisibilità

La vera cesu­ra con­cet­tua­le fu deter­mi­na­ta dal­le dichia­ra­zio­ni di Tom­ma­so Buscet­ta, estra­da­to dal Bra­si­le nel 1984. Le sue rive­la­zio­ni non si limi­ta­ro­no a indi­ca­re sin­go­li respon­sa­bi­li di omi­ci­di, ma offri­ro­no una chia­ve inter­pre­ta­ti­va com­ples­si­va: Cosa Nostra era un’organizzazione uni­ta­ria, gover­na­ta da una Com­mis­sio­ne (la Cupo­la), dota­ta di rego­le, ruo­li e pro­ce­du­re decisionali.

Que­sta visio­ne con­sen­tì ai magi­stra­ti di costrui­re un pro­ces­so con­tro l’intera strut­tu­ra mafio­sa, con­fi­gu­ran­do l’associazione come sog­get­to giu­ri­di­co respon­sa­bi­le. Fu un pas­sag­gio teo­ri­co deci­si­vo: la mafia ces­sa­va di esse­re un insie­me di ban­de e diven­ta­va un’organizzazione cri­mi­na­le rico­no­sci­bi­le in tribunale.

L’aula bunker e la sentenza di primo grado

Il Maxi­pro­ces­so si aprì il 10 feb­bra­io 1986 nell’aula bun­ker del­l’Uc­ciar­do­ne, una strut­tu­ra appo­si­ta­men­te costrui­ta per garan­ti­re sicu­rez­za e capien­za. Vi sede­va­no 475 impu­ta­ti, tra cui figu­re cen­tra­li come Lucia­no Lig­gio, Pip­po Calò e Miche­le Greco.

Il pro­ces­so diven­ne un even­to media­ti­co sen­za pre­ce­den­ti, tra­sfor­man­do la giu­sti­zia in uno spa­zio di con­fron­to pub­bli­co. La testi­mo­nian­za di Buscet­ta, in par­ti­co­la­re il con­fron­to con Calò, demo­lì l’impostazione difen­si­va che nega­va l’esistenza stes­sa di Cosa Nostra.

Un epi­so­dio emble­ma­ti­co fu la dichia­ra­zio­ne in aula di un impu­ta­to che, usan­do il pro­no­me noi, rico­nob­be impli­ci­ta­men­te l’esistenza di un’organizzazione col­let­ti­va. Invo­lon­ta­ria­men­te, la mafia con­fer­ma­va ciò che la dife­sa ten­ta­va di nega­re. Il 16 dicem­bre 1987 arri­vò la sen­ten­za di pri­mo gra­do: 346 con­dan­ne e 19 erga­sto­li. Per la pri­ma vol­ta, la magi­stra­tu­ra cer­ti­fi­ca­va l’esistenza giu­ri­di­ca di Cosa Nostra come strut­tu­ra unitaria.

Le battute finali. La condanna della cassazione

Il giu­di­zio d’appello ridi­men­sio­nò par­te del­le con­dan­ne e mise in discus­sio­ne l’impianto teo­ri­co del pro­ces­so. Tor­nò l’idea che i gran­di delit­ti fos­se­ro frut­to di ini­zia­ti­ve iso­la­te. In que­sta fase emer­se il timo­re che la Cas­sa­zio­ne, affi­da­ta a Cor­ra­do Car­ne­va­le, det­to “l’ammazzasentenze” potes­se annul­la­re l’intero pro­ce­di­men­to per vizi formali.

Fal­co­ne, ormai al Mini­ste­ro del­la Giu­sti­zia, inter­ven­ne per garan­ti­re una com­po­si­zio­ne equi­li­bra­ta del col­le­gio giu­di­can­te. Il pro­ces­so giun­se così alla sezio­ne pre­sie­du­ta da Arnal­do Valen­te. Il 30 gen­na­io 1992 la Cor­te di Cas­sa­zio­ne con­fer­mò qua­si inte­gral­men­te le con­dan­ne di pri­mo gra­do. La sen­ten­za san­cì defi­ni­ti­va­men­te l’esistenza di Cosa Nostra come orga­niz­za­zio­ne cri­mi­na­le unitaria.

Il Maxi­pro­ces­so non fu sol­tan­to una vit­to­ria giu­di­zia­ria. Pose le basi del­la moder­na legi­sla­zio­ne anti­ma­fia: dal­la disci­pli­na dei col­la­bo­ra­to­ri di giu­sti­zia al regi­me car­ce­ra­rio spe­cia­le (41-bis), fino alla con­fi­sca dei beni. Sul pia­no cul­tu­ra­le, rup­pe il muro dell’omertà e resti­tuì alla socie­tà civi­le la fidu­cia nel­la pos­si­bi­li­tà di con­tra­sta­re il pote­re mafio­so. Dimo­strò che la mafia non era invin­ci­bi­le, ma un feno­me­no sto­ri­ca­men­te deter­mi­na­to e giu­ri­di­ca­men­te perseguibile.

Le stra­gi di Capa­ci e via D’Amelio furo­no la rispo­sta vio­len­ta a que­sta scon­fit­ta stra­te­gi­ca. Ma il sol­co era ormai trac­cia­to: la mafia non pote­va più con­ta­re sull’invisibilità. Il Maxi­pro­ces­so rap­pre­sen­ta quin­di il momen­to in cui lo Sta­to ita­lia­no deci­se di rico­no­sce­re la mafia per ciò che era real­men­te: un siste­ma di pote­re cri­mi­na­le radi­ca­to nel­la socie­tà.
La sua ere­di­tà non è solo nor­ma­ti­va, ma eti­ca e poli­ti­ca. Non fu sol­tan­to un pro­ces­so pena­le: fu un vero e pro­prio atto di auto­di­fe­sa demo­cra­ti­ca. E, cosa rara nel­la sto­ria ita­lia­na, funzionò.

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Nicholas Ninno

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