Da rileggere per la prima volta: La passione secondo G.H.

«Non preoccuparti di capire. Vivere supera tutto l'intelletto»

Da rileggere per la prima volta: La passione secondo G.H.
Clarice Lispector nel 1969 (Wikimedia Commons/Maureen Bisilliat)

Un monologo esistenziale che ci insegna che la vita non ha bisogno di etichette: va semplicemente vissuta. Clarice Lispector in La passione secondo G.H. ci guida tra le stanze della mente e i labirinti esistenziali, celebrando il femminile, l’incertezza e la libertà.

Nel 1964 Cla­ri­ce Lispec­tor pub­bli­ca A pai­xão segun­do G.H. (la pas­sio­ne secon­do G.H.). Il roman­zo rac­con­ta la sto­ria di una scul­tri­ce bene­stan­te di Rio de Janei­ro che si tro­va ad affron­ta­re una cri­si esi­sten­zia­le dopo aver visto uno sca­ra­fag­gio nel­la stan­za del­la sua dome­sti­ca. Un flus­so di coscien­za, in cui si sus­se­guo­no ine­so­ra­bil­men­te doman­de esi­sten­zia­li, a cui tro­va­re rispo­sta sem­bra qua­si impossibile.

È mol­to dif­fi­ci­le descri­ve­re la scrit­tu­ra, o meglio la filo­so­fia, di Lispec­tor, che ha nume­ro­sis­si­me sfac­cet­ta­tu­re.  Anche la com­pren­sio­ne inte­gra­le dei suoi testi mol­to spes­so sfug­ge al let­to­re. Ma for­se è pro­prio que­sto l’aspetto miglio­re, la magia che abi­ta le sue paro­le: in un mon­do in cui tut­to è faci­le, imme­dia­to, Cla­ri­ce Lispec­tor ci per­met­te di met­ter­ci alla pro­va, e di viag­gia­re con la nostra men­te. In fon­do, non è sem­pre neces­sa­rio com­pren­de­re tut­to, per­ché cosa sareb­be la vita sen­za il mistero?

Un’identità multiculturale

Cla­ri­ce Lispec­tor (1925–1977) è una scrit­tri­ce bra­si­lia­na, con­si­de­ra­ta una del­le voci più impor­tan­ti del Nove­cen­to let­te­ra­rio del Pae­se. La sua vicen­da uma­na è stret­ta­men­te intrec­cia­ta alla sua ope­ra, pro­fon­da­men­te segna­ta dal­le espe­rien­ze bio­gra­fi­che. Natu­ra­liz­za­ta bra­si­lia­na, Lispec­tor ha ori­gi­ni euro­pee, nel­lo spe­ci­fi­co ucrai­ne. La fami­glia, di fede ebrai­ca, nel 1920 fu costret­ta a fug­gi­re dall’Ucraina, a cau­sa dei nume­ro­sis­si­mi pogrom che inte­res­sa­ro­no il pae­se tra 1918 e 1921. Dopo un lun­go eso­do for­za­to, i Lispec­tor giun­se­ro in Bra­si­le nel 1922, quan­do Cla­ri­ce ave­va poco più di 1 anno.

Autri­ce cosmo­po­li­ta, per tut­ta la vita viag­ge­rà mol­tis­si­mo, entran­do in con­tat­to con cul­tu­re diver­se che la segne­ran­no pro­fon­da­men­te. Que­ste mol­te­pli­ci influen­ze reste­ran­no sem­pre visi­bi­li nel­la sua pro­du­zio­ne let­te­ra­ria, nel­la qua­le si intrec­cia­no tra­di­zio­ni e memo­rie dif­fe­ren­ti. Anche la lin­gua di Lispec­tor va oltre il por­to­ghe­se bra­si­lia­no, por­tan­do in sé trac­ce del­la sua lin­gua fami­lia­re, l’yiddish.

Un monologo allucinato

Un gior­no, un avve­ni­men­to casua­le ti por­ta a met­te­re in discus­sio­ne tut­ta te stes­sa, il tuo pas­sa­to, il tuo pre­sen­te e il tuo futu­ro. Que­sto è ciò che acca­de a G.H. così sicu­ra di sé stes­sa e del­la sua iden­ti­tà da ripor­ta­re le pro­prie ini­zia­li ovun­que, per­si­no sul­le vali­gie. Ma cosa acca­de quan­do que­sta sicu­rez­za vie­ne strap­pa­ta via? Cosa acca­de se, per un momen­to, pen­sia­mo a noi stes­si non come qual­co­sa di chia­ro e defi­ni­to, ma come esse­ri in con­ti­nuo dive­ni­re? «Vive­re non è nar­ra­bi­le. Vive­re non è vivi­bi­le. Sarò costret­ta a crea­re sul­la vita». Così G.H. per­de la pro­pria «ter­za gam­ba» ed è costret­ta a par­ti­re da capo, a ragio­na­re su sé stes­sa sen­za eti­chet­te, ma, soprat­tut­to, sen­za sicu­rez­ze. La pau­ra, l’incertezza, sono ele­men­ti chia­ve del roman­zo. Il per­cor­so del­la pro­ta­go­ni­sta è com­ples­so, pie­no di osta­co­li, vol­to a deco­strui­re un’immagine costrit­ti­va e arti­fi­cia­le di sé. «Ciò che io vive­vo nel pre­sen­te era già dispo­sto in modo che più avan­ti potes­si capirmi».

La pas­sio­ne secon­do G.H. è inte­ra­men­te un mono­lo­go inte­rio­re, qua­si un deli­rio. Attra­ver­so qual­co­sa di pic­co­lo, l’incontro con una blat­ta, l’autrice crea un’Odissea men­ta­le. Nel roman­zo il let­to­re viag­gia in un micro­co­smo, una sin­go­la stan­za, un sin­go­lo inset­to, che con­tie­ne però qual­co­sa di infi­ni­ta­men­te gran­de: la men­te uma­na. La blat­ta è a sua vol­ta una meta­fo­ra, che rap­pre­sen­ta il pas­sa­to di G.H, la sua imma­gi­ne inna­tu­ra­le che tan­to stre­nua­men­te ha cer­ca­to di proteggere.

Il mon­do ester­no vie­ne pres­so­ché igno­ra­to, e rico­pre un ruo­lo solo nel caso in cui sia spun­to per doman­de e sug­ge­stio­ni. Tut­ta la vicen­da avvie­ne den­tro la testa del­la nar­ra­tri­ce-pro­ta­go­ni­sta. La paro­la chia­ve è: intro­spe­zio­ne. Una pro­sa com­ples­sa, ric­chis­si­ma di meta­fo­re, doman­de inter­mi­na­bi­li, che por­ta­no a con­ti­nue incer­tez­ze. Ma for­se l’incertezza è neces­sa­ria per poter com­pren­de­re dav­ve­ro. O per poter sola­men­te vivere.

Un femminismo tra le righe

In La pas­sio­ne secon­do G.H. la nostra pro­ta­go­ni­sta è una gio­va­ne don­na, all’apparenza fra­gi­le, per­sa in un labi­rin­to esi­sten­zia­le. Si trat­ta di uno sche­ma ben chia­ro, che ritor­na in nume­ro­si roman­zi di Lispec­tor (come Vici­no al cuo­re sel­vag­gio). Tut­ta­via, le pro­ta­go­ni­ste rie­sco­no sem­pre a risol­le­var­si, uscen­do da que­sti labi­rin­ti più for­ti, ma, soprat­tut­to, più con­sa­pe­vo­li. Lispec­tor cele­bra il fem­mi­ni­le, la for­tu­na dell’essere don­na, anche valo­riz­zan­do­ne le fra­gi­li­tà, che diven­ta­no stru­men­ti di con­sa­pe­vo­lez­za e resistenza.

Sicu­ra­men­te Cla­ri­ce Lispec­tor può esse­re con­si­de­ra­ta una scrit­tri­ce fem­mi­ni­sta, anche se non mili­tan­te. Il suo fem­mi­ni­smo non è tan­to una bat­ta­glia com­bat­tu­ta con­sa­pe­vol­men­te, ma una con­vin­zio­ne inte­rio­re, qua­si natu­ra­le. Il can­tan­te Tut­ti Feno­me­ni in un suo testo reci­ta: «mia non­na era fem­mi­ni­sta per­ché non sape­va di esser­lo», ed è pro­prio que­sto il caso di Lispec­tor. La scrit­tri­ce ci dimo­stra nuo­va­men­te che non ser­vo­no eti­chet­te, non è neces­sa­rio inca­sel­la­re tut­to per com­bat­te­re le pro­prie battaglie.

Vivere oltre le etichette

Oggi, rileg­ge­re Cla­ri­ce Lispec­tor è più impor­tan­te che mai. La sua ope­ra per­met­te di amplia­re il nostro sguar­do oltre il cano­ne euro­peo, apren­do­ci alla let­te­ra­tu­ra lati­no-ame­ri­ca­na e a pro­spet­ti­ve cul­tu­ra­li diverse.

Ma soprat­tut­to, i suoi testi affron­ta­no temi uni­ver­sa­li come l’identità, la soli­tu­di­ne, il desi­de­rio e la ricer­ca di sen­so, che resta­no pro­fon­da­men­te attua­li. In una socie­tà come la nostra, segna­ta dal­la velo­ci­tà e dall’incertezza, sia­mo sta­ti spin­ti a dare un nome, una defi­ni­zio­ne, una casel­la, a tut­to ciò che fac­cia­mo o vedia­mo. Ogni cosa ha un pro­prio aesthe­tic. Anche gli hob­by, come la let­tu­ra, stan­no diven­tan­do qual­co­sa da mostra­re in vetri­na, sola­men­te per crea­re una cer­ta imma­gi­ne di sé. Que­sto feno­me­no è sta­to estre­miz­za­to dai social net­work, in par­ti­co­la­re quel­li carat­te­riz­za­ti dal­lo short-form.

Lispec­tor, inve­ce, ci inse­gna che non è neces­sa­rio crea­re un per­so­nag­gio ad hoc per noi stes­si. L’essere uma­no è in con­ti­nuo dive­ni­re, non è qual­co­sa che si può eti­chet­ta­re o defi­ni­re. Non è neces­sa­rio capi­re tut­to, ciò che è impor­tan­te nel­la vita è sola­men­te vive­re. «Non pre­oc­cu­par­ti di capi­re. Vive­re supe­ra tut­to l’intelletto».

Con­di­vi­di:
Camilla Gommaraschi
Stu­den­tes­sa di sto­ria curio­sa per natu­ra e con la testa sem­pre tra le pagi­ne: ado­ro leg­ge­re, rac­con­ta­re sto­rie e per­der­mi in nuo­vi mondi.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.