L’opera seconda di Noémie Merlant è un anti-Hitchcock che rielabora il trauma dello stupro nel contesto di una rivoluzione femminista.
Due anni dopo la sua uscita, Le donne al balcone — The Balconettes sembra passato completamente in sordina. Presentato a Cannes nel 2024, questa commedia nera diretta da Noémie Merlant a torto è stata scambiata per un pastiche malriuscito di horror, thriller, ghost story e femminismo. In realtà, si tratta di un film personale, il cui spunto autobiografico è la base di partenza per una riflessione sul ruolo della mascolinità nella nostra società.
A Marsiglia, in un’estate con temperature fino a 46° C, la camgirl Ruby e la scrittrice Nicole spiano dal loro balcone un affascinante vicino del palazzo di fronte. Quando la loro amica Élise, attrice, fugge dal set della fiction che stava girando, tampona per sbaglio l’auto del vicino parcheggiata lì sotto. Col pretesto di firmare la constatazione amichevole, l’uomo invita le tre ragazze a bere qualcosa a casa sua la sera stessa. A un certo punto Élise si sente male e Nicole la porta a casa, lasciando Ruby da sola col vicino. La mattina dopo, Ruby si presenta a casa sporca del sangue dell’uomo che ha provato a stuprarla.
L’«anti-Hitchcock» femminista
A partire dall’ambientazione, Noémie Merlant riprende alcuni elementi de La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, piegandoli tuttavia a favore del suo messaggio femminista: le tre amiche si sbarazzano dello stupratore tagliuzzandone il corpo e nascondendo i resti in una valigia, come fa il vicino violento con la moglie nel film di Hitchcock.
Non si tratta di un giallo in senso tradizionale, dal momento che manca un vero e proprio MacGuffin, cioè il pretesto (come il furto di un oggetto o un personaggio) che scateni le vicende. In realtà il MacGuffin è costituito dall’omicidio stesso, che serve tuttavia a innescare una riflessione sul senso di rivalsa su una società che mantiene vivi i lasciti del vecchio sistema patriarcale. Tant’è che la prima scena non pone l’attenzione sulle protagoniste, bensì su una vicina del loro condominio che ammazza il marito violento.
Come si vedrà verso la fine, l’assassinio del vicino è solo uno dei momenti di cui si costella questa rivoluzione femminista, che riguarda anche piccoli aspetti del quotidiano: ad esempio Élise che, liberandosi della relazione soffocante con il suo compagno, smetterà di soffrire di meteorismo.
L’elaborazione di un trauma
Alla sua seconda regia, Noémie Merlant ha creato un film molto più intimista di quel che può apparire. In primo luogo, rielabora la violenza subita a 17 anni da un fotografo quando ancora faceva la modella. Nel film è poi presente la migliore amica Sandra Codreanu, che come ricordato in un’intervista al Corriere l’ha aiutata molto in quel periodo della sua vita «a riavvicinarsi ai traumi subiti».
Codreanu recita nel ruolo di Nicole, la scrittrice sognatrice che si era innamorata del vicino, che serviva da ispirazione al suo romanzo. Nicole si innamora di lui ma non fa mai un passo avanti, al contrario dell’amica Ruby, che riesce a catturarne subito l’attenzione (anche in negativo). Dopo il suo omicidio però, l’idea del vicino continua a vivere come un fantasma, che inizia ad apparirle assieme a quelli di altri uomini violenti morti. Ma ancora più in Nicole non era morta la convinzione internalizzata che ragazze come Ruby se la fossero cercata: per liberarsene, ha bisogno che il fantasma del fotografo ammetta di aver violentato l’amica.
I fantasmi degli stupratori non ammettono le proprie colpe, perché sentono di essere vittime di una mancanza di rispetto: vedono le proprie azioni oltraggiose come legittime, dal momento che, ammettendo l’errore, affronterebbero le conseguenze di mettere in discussione un sistema che favorisce loro.
La sceneggiatura, scritta a quattro mani con Céline Sciamma, riesce ad armonizzare il messaggio personale e quello ideologico (pur con qualche didascalismo). La catarsi avviene, oltre che con la rielaborazione del trauma tramite il film stesso, sia con l’uccisione dello stupratore (e l’amputazione del suo glande) sia, a livello ideologico, con la sua confessione.
L’accoglienza tiepida
Alla sua uscita, The Balconettes non viene accolto con troppo entusiasmo. La critica tende a esaltare solo il messaggio di fondo, considerando debole il resto. Peter Bradshaw sul The Guardian dice che la parte thriller non convince in termini di realismo, definendolo un film sciocco e narcisista. Molti lo definiscono confusionario per via della sua mescolanza di generi o che manchi di una vera e propria narrazione (Murielle Joudet su Le Monde).
Di certo non si tratta del nuovo capolavoro del cinema francese, ma c’è da notare che, a differenza di un ben più sopravvalutato Titane, trova una forte coesione narrativa nel messaggio che esprime, anche nelle sue scene più scioccanti. E se oggi consigliamo di rivedere The Balconettes è anche perché si tratta di una delle poche mosche bianche in cui lo stupro non è trattato attraverso una lente feticizzante, la quale fa sbavare orde di critici dietro disastri pornografici come Irréversible.

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