La risposta legislativa alle recenti emergenze giovanili è adeguata? E che immagine della società va a costruire? Un’analisi di un dialogo difficile tra i giovani e i loro bisogni e le esigenze di sicurezza del Paese.
Lo scorso 5 febbraio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge DL sicurezza, composto da 20 articoli ad oggi modificati. Tra questi salta sicuramente all’occhio la modifica radicale dell’art. 1 relativa alla legge 110/75, sull’utilizzo di armi e coltelli. Viene introdotto infatti il «divieto di porto, se non per giustificato motivo, di strumenti dotati di lama affilata o appuntita di lunghezza superiore a 8 centimetri, punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni». In relazione a ciò, viene anche proibita la vendita di «strumenti atti ad offendere» ai minori, sia online che in esercizi commerciali fisici.
Inoltre, vi sono inserite misure manifestamente atte al contrasto della violenza giovanile, come l’ampliamento del catalogo dei reati, tra cui si trovano: «lesione personale, rissa, violenza privata e minaccia qualora commessi con l’uso di armi o di strumenti atti ad offendere dei quali è vietato il porto (…) senza giustificato motivo».
Il disegno di legge e le sue problematiche
Questo tipo di intervento si situa in un quadro mirato a intervenire tempestivamente sul crescente numero di crimini di matrice giovanile, sempre più diffusi, soprattutto nelle grandi città italiane. Questi fatti di cronaca hanno generato una serie di reazioni dal basso, come le cosiddette “ronde anti-maranza”, spesso fatte dall’estrema destra con il pallino per la sicurezza dei cittadini.
Dopo una lettura attenta, emerge istantaneamente l’assenza di alternative di matrice educativa all’interno del disegno di legge. Mancanza che ha stimolato la preoccupazione di associazioni come Antigone e Save the Children, che nei loro recenti comunicati stampa ne criticano «l’approccio repressivo e securitario» che ignora la complessità dei problemi che mira a risolvere. Oltre al fatto che si tratta dell’ennesima risposta governativa a reati che hanno suscitato attenzione pubblica e mediatica. Una strategia che secondo il giurista e politico Stefano Rodotà, fu attuata anche durante gli anni di Piombo, in particolare nella fase caratterizzata dalle «legislazioni dell’emergenza» che generò una tendenza politica oscillante tra restaurazione della legalità e provvedimenti estremamente restrittivi.
Come affrontare il disagio giovanile?
Viene da chiedersi dunque la strada possibile in una situazione di questo genere: quale può essere la mossa da integrare a un approccio effettivamente già usato in passato e problematico?
Se il disagio giovanile viene affrontato esclusivamente come emergenza di ordine pubblico, si finisce per perdere di vista la sua dimensione sociale e educativa. Il vero interrogativo, allora, non va posto attraverso una scelta dicotomica tra prevenzione e sicurezza, dove una esclude necessariamente l’altra, ma attraverso una politica che investendo in apparati per la tutela dei minori possa davvero garantire la seconda. In gioco, infatti, non c’è soltanto la gestione dell’emergenza: c’è il modello di società che si decide di costruire. Una via attivamente coattiva è senza ombra di dubbio la più rapida e meno dispendiosa, ma siamo certi che produrrà veramente gli effetti che desideriamo?
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