Nello spettacolo firmato Caryl Churchill assistiamo alle conversazioni di quattro amiche di lunga data. Centrali sono i ricordi che affiorano, non sempre felici. In scena al Teatro Grassi fino all’8 febbraio.
Una frase senza punto
Lo spettacolo si svolge all’interno di un giardino all’inglese in una calda giornata d’estate. Qui i personaggi prendono parte a una successione di scene, ognuna con un debole collegamento con la precedente. Manca infatti un vero e proprio rapporto di casualità tra di esse, così come è assente un crescendo di conflitto che possa catturare lo spettatore. Questa direzione porta a personaggi statici e a scene sterili, al punto che la maggioranza potrebbe essere cambiata d’ordine senza troppi problemi.
La radice di queste mancanze narrative è da individuare nell’assenza di un solido high concept, ovvero l’idea che dovrebbe guidare una storia fino alla sua naturale conclusione. Per esempio, in Romeo e Giulietta, l’high concept è che il vero amore sopravvive anche la morte. Da qui, il tragico destino dei due amanti non solo è inevitabile, ma è anche il punto verso cui ogni scena deve progressivamente avvicinarsi. Quando manca, come nello spettacolo di Churchill, si finisce per scrivere una scena riempitiva dopo l’altra, finché non si è raggiunto un minutaggio sufficiente. A questo punto, il sipario si chiude senza che ci sia stato un climax vero e proprio.
Per completezza, è importante notare che l’autrice ha sostenuto che lo spettacolo vuole rappresentare l’inquietudine del quotidiano. Questa però è solo un’idea, che nelle sceneggiature ben scritte dovrebbe portare a un high concept, anziché sostituirlo.
Fili sconnessi
La sottotrama principale vede una delle signore fare spezzoni di monologo, in cui ogni volta parla di orribili devastazioni, come siccità, carestie, cannibalismo e incendi. Tutti rigorosamente su scala globale e fuori ogni controllo. La prima volta questo momento sembra star preparando lo stravolgimento della situazione iniziale, ma così non avviene. Al contrario, questi monologhi puntellano tutto lo spettacolo, senza mai influenzare il resto della storia.
Difficilmente si può considerare questa scelta come ottimale. Questi frammenti avrebbero potuto comporre un’immagine retorica potente: uno specchio il cui riflesso corrompe i personaggi e svela organicamente l’inquietudine del quotidiano, anziché rimanere separato.
Non tutte le ciambelle
Questa recensione non vuole togliere a quella che, al di là di tutto, rimane una delle drammaturghe britanniche di maggior rilievo. Semplicemente, fare arte è un rischio e talvolta anche i grandi inciampano. L’importante è essere in grado di riprovare e fare meglio, cosa che la drammaturga ha già fatto.

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