Frieren: quando un anime diventa filosofia

Seneca e Nietzsche nascosti in un anime

Un’elfa millenaria osserva il susseguirsi delle vite umane, scoprendo che ciò che rende significativo il tempo non è la sua durata, bensì la sua finitezza. Così, nell’anime di Frieren troviamo implicitamente una riflessione filosofica, che intreccia Seneca e Nietzsche per interrogare il senso della vita umana e il valore del tempo.

Con l’uscita del­la secon­da sta­gio­ne di Frie­ren – Oltre la fine del viag­gio lo scor­so 16 gen­na­io, l’anime trat­to dal man­ga di Kane­hi­to Yama­da e Tsu­ka­sa Abe è tor­na­to al cen­tro dell’attenzione. Eppu­re, chi si aspet­ta una clas­si­ca sto­ria fan­ta­sy fat­ta di scon­tri epi­ci e col­pi di sce­na reste­rà pro­ba­bil­men­te spiaz­za­to. Frie­ren non rac­con­ta (solo) l’avventura, ben­sì ciò che resta dopo l’avventura, quan­do il viag­gio è fini­to e la vita, sem­pli­ce­men­te, con­ti­nua a scorrere.

La pro­ta­go­ni­sta è Frie­ren, un’elfa maga che ha par­te­ci­pa­to alla decen­na­le spe­di­zio­ne dell’eroe Him­mel, scon­fig­gen­do il Re Demo­ne. Die­ci anni di viag­gio, che per gli esse­ri uma­ni rap­pre­sen­ta­no un las­so di tem­po tutt’altro che tra­scu­ra­bi­le nell’arco di una vita, per lei non sono sta­ti che un fram­men­to mini­mo di un’esistenza mil­le­na­ria. Ed è pro­prio que­sta spro­por­zio­ne tem­po­ra­le a costi­tui­re il cuo­re filo­so­fi­co dell’anime.

Il tempo non è quantità, ma qualità

In que­sto sen­so, in Frie­ren il tem­po non è un sem­pli­ce sfon­do nar­ra­ti­vo, ma il vero pro­ta­go­ni­sta. Men­tre per gli uma­ni il tem­po è scar­so, urgen­te, sem­pre in pro­cin­to di fini­re, per Frie­ren, inve­ce, è abbon­dan­te, dila­ta­to, qua­si infi­ni­to. Non c’è fret­ta, non c’è neces­si­tà di coglie­re l’attimo, non c’è alcun pro­ble­ma nel dor­mi­re fino a tar­di o nel riman­da­re indefinitamente.

È solo quan­do mol­ti anni pas­sa­no e le per­so­ne che ha cono­sciu­to invec­chia­no e muo­io­no che Frie­ren si accor­ge di qual­co­sa che non ave­va mai dav­ve­ro com­pre­so: ogni momen­to è cari­co di valo­re pro­prio per­ché, anche all’interno di un’esistenza mil­le­na­ria, non tor­ne­rà mai più.

Qui il dia­lo­go con Sene­ca risul­ta qua­si natu­ra­le. Nel De bre­vi­ta­te vitae, il filo­so­fo roma­no affer­ma che «non exi­guum tem­po­ris habe­mus, sed mul­tum per­di­di­mus»: la vita non è bre­ve, ma sia­mo noi a ren­der­la tale disper­den­do­la. Gli esse­ri uma­ni di Frie­ren que­sto lo san­no, e ogni loro gesto è cari­co di sen­so pro­prio per­ché il tem­po a dispo­si­zio­ne è limi­ta­to. Frie­ren, al con­tra­rio, pos­se­den­do un tem­po appa­ren­te­men­te infi­ni­to, lo trat­ta come se fos­se sem­pre rin­no­va­bi­le, fino al momen­to in cui sco­pre che non lo è.

L’eterno ritorno dell’umano

Accan­to alla rifles­sio­ne sul tem­po, la serie intro­du­ce un’altra tema­ti­ca altret­tan­to poten­te: la ripe­ti­zio­ne del­la natu­ra uma­na. Cam­bia­no le epo­che, cam­bia­no i com­pa­gni di viag­gio, ma gli esse­ri uma­ni sem­bra­no ripre­sen­ta­re costan­te­men­te le stes­se strut­tu­re emo­ti­ve, gli stes­si slan­ci, le stes­se fragilità.

Pri­ma c’è la com­pa­gnia dell’eroe Him­mel, poi quel­la com­po­sta da Stark e Fern: vol­ti diver­si, sto­rie nuo­ve, eppu­re dina­mi­che sor­pren­den­te­men­te simi­li. L’eroismo inge­nuo, il corag­gio che con­vi­ve con la pau­ra, il desi­de­rio di esse­re all’altezza, l’attaccamento agli altri. Sono tut­ti ele­men­ti che ritor­na­no, decli­na­ti ogni vol­ta in for­me lie­ve­men­te differenti.

Per Frie­ren, che attra­ver­sa i seco­li, tut­to que­sto diven­ta evi­den­te: gli uma­ni cam­bia­no, ma con­ti­nua­no a fare le stes­se cose. Ciò che per loro è uni­co e irri­pe­ti­bi­le, per l’elfa appa­re come una varia­zio­ne sul­lo stes­so tema, non per que­sto meno degna di attenzione.

È qui che l’anime entra in riso­nan­za con Nie­tzsche. L’idea dell’eterno ritor­no, spes­so inte­sa in sen­so cosmo­lo­gi­co, può esse­re let­ta anche come una rifles­sio­ne esi­sten­zia­le: non tan­to il ritor­no iden­ti­co degli even­ti, quan­to la ripe­ti­zio­ne del­le for­me fon­da­men­ta­li dell’esperienza uma­na. Gli uomi­ni ama­no, com­bat­to­no, spe­ra­no e fal­li­sco­no sem­pre nel­lo stes­so modo, pur cre­den­do ogni vol­ta di esse­re unici.

Frie­ren, in quan­to esse­re qua­si immor­ta­le, è testi­mo­ne di que­sto ritor­no con­ti­nuo, che può coglie­re solo per­ché ne è esclu­sa, in quan­to, il suo, è lo sguar­do di chi resta men­tre gli altri pas­sa­no. Ed è pro­prio que­sto scar­to a far emer­ge­re una veri­tà cen­tra­le dell’anime, ovve­ro che la ripe­ti­zio­ne non annul­la il sen­so, ma lo inten­si­fi­ca, poi­ché ogni ritor­no avvie­ne sem­pre sot­to il segno del­la per­di­ta. Gli esse­ri uma­ni non vivo­no meno inten­sa­men­te per­ché si asso­mi­glia­no, ben­sì per­ché san­no, più o meno con­sa­pe­vol­men­te, che il loro tem­po è finito.

La finitezza come condizione del senso

In que­sto sen­so, Frie­ren sug­ge­ri­sce una tesi pro­fon­da­men­te esi­sten­zia­le: è la fini­tez­za a ren­de­re signi­fi­ca­ti­va l’esperienza. Gli esse­ri uma­ni agi­sco­no come se ogni momen­to fos­se deci­si­vo per­ché, in fon­do, lo è dav­ve­ro. Frie­ren, inve­ce, deve impa­ra­re len­ta­men­te ciò che per loro risul­ta imme­dia­to, ossia che il tem­po non è sol­tan­to qual­co­sa che scor­re, ma qual­co­sa che irri­me­dia­bil­men­te si perde.

Il viag­gio che intra­pren­de dopo la mor­te di Him­mel, dun­que, non è tan­to geo­gra­fi­co quan­to inte­rio­re: un’educazione al limi­te, un avvi­ci­na­men­to pro­gres­si­vo a ciò che non potrà mai dav­ve­ro pos­se­de­re, come l’urgenza, l’irripetibilità e la con­sa­pe­vo­lez­za del­la fine.

Quando anche un anime diventa filosofia

Frie­ren dimo­stra così che anche un ani­me può far­si vei­co­lo di rifles­sio­ni filo­so­fi­che pro­fon­de sen­za biso­gno di ren­der­le espli­ci­te. È suf­fi­cien­te rac­con­ta­re una sto­ria len­ta, fat­ta di silen­zi, ricor­di e pic­co­li gesti, per inter­ro­ga­re lo spet­ta­to­re su ciò che spes­so vie­ne dato per scontato.

In Frie­ren, il tem­po non è mai un con­cet­to astrat­to, ma qual­co­sa che si depo­si­ta nel­le rela­zio­ni, nei rim­pian­ti, nel­le paro­le non det­te. L’immortalità del­la pro­ta­go­ni­sta non si con­fi­gu­ra come un pri­vi­le­gio, ben­sì come una distan­za, uno scar­to che le impe­di­sce di com­pren­de­re imme­dia­ta­men­te ciò che per gli uma­ni è evi­den­te. Solo attra­ver­san­do la per­di­ta Frie­ren impa­ra che il tem­po non si misu­ra in anni, ma in lega­mi.

L’anime sem­bra così sug­ge­ri­re che il sen­so dell’esperienza uma­na non risie­da né nel­la sua dura­ta né nel­la sua ori­gi­na­li­tà. Gli esse­ri uma­ni si asso­mi­glia­no, si ripe­to­no, per­cor­ro­no sen­tie­ri già bat­tu­ti. Eppu­re, pro­prio per­ché ogni vita è desti­na­ta a fini­re, ogni gesto acqui­sta un peso spe­ci­fi­co e ogni incon­tro diven­ta irripetibile.

Alla fine, for­se, è pro­prio que­sto il mes­sag­gio più sot­ti­le del­la serie: non è il tem­po infi­ni­to a ren­de­re signi­fi­ca­ti­va l’esistenza, ma la con­sa­pe­vo­lez­za, fra­gi­le e sem­pre tar­di­va, che ogni momen­to, una vol­ta pas­sa­to, non tor­ne­rà più.

Con­di­vi­di:
Alexia Ioana Branzea
Un’a­ni­ma in tem­pe­sta, vado erran­do tra gli stu­di uma­ni­sti­co-lin­gui­sti­ci, le arti mar­zia­li e le escur­sio­ni in mon­ta­gna. In par­ti­co­la­re, amo dilet­tar­mi nel­la com­po­si­zio­ne di pro­se e poe­sie in diver­se lin­gue ed opi­na­re sul­le tema­ti­che che più mi stan­no a cuore.

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