Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti
Anche gli Eroi Muoiono di Kid Yugi — recensione di Beatrice Riva

Il ventiquattrenne Francesco Stasi, o come ama definirsi lui, “il rapper più intelligente con cui hai mai lavorato”, propone un disco crudo e potente, ma al tempo stesso caratterizzato da aperture più pop.
L’opera si compone di 16 brani, e si sviluppa come una vera e propria montagna russa emotiva: dai pezzi più aggressivi come Berserker e Bullet Ballet (con Artie Five), si passa a mood più romantici in Amelie e Tristano ed Isotta, fino a tracce più ritmate come Jolly e Push It (feat. ANNA).
L’album affronta inoltre un tema caro al rapper: la questione meridionale. In Per il sangue versato si parla di guerre fra quartieri, mettendo in luce quanto certe dinamiche siano radicate ed prive di senso: «se foste nati vicini vi chiamereste fratelli». Un filo rosso che richiama i brani dei progetti precedenti come TERR1 e Ilva di Tutti i Nomi del Diavolo, in cui Yugi si fa portavoce di un popolo considerato da sempre “italiano di serie B”.
Non mancano infine rime più introspettive in brani quali Davide e Golia o Per te che Lotto, quest’ultimo dedicato alla malattia della sorella, e indicato dallo stesso artista come il pezzo migliore del disco. Il progetto mette in evidenza un Kid Yugi sicuramente letterato: il suo rap si distingue da quello di molti colleghi per la presenza di riferimenti culturali anche ricercati. Tuttavia, l’impressione è che in pezzi come Gilgamesh questa sua caratteristica venga talvolta ostentata, stile lista della spesa, fino a svuotare di significato il riferimento stesso e rendere la cultura strumento finalizzato soltanto alla chiusura delle rime.
Un altro limite dell’album è rappresentato dai featuring, al netto di alcune collaborazioni riuscite, come quelle con ANNA e Artie Five, affidare i ritornelli a Tutti Fenomeni o Tony Boy non appare una scelta particolarmente efficace, risultando piuttosto scontati o esageratamente orientati al commerciale.
Un’ulteriore nota negativa riguarda il linguaggio, che in alcuni passaggi sconfina la cifra cruda e diretta tipica del personaggio risultando a tratti misogino. In Chuck Norris, Nerissima Serpe e Papa V sembrano quasi essersi messi d’accordo declamando entrambi con fierezza che donne di facili costumi gli offrano attenzioni sessuali.
In conclusione, Anche gli Eroi Muoiono non è affatto un album superficiale. Come i suoi idoli decadentisti, Yugi comunica un senso di vuoto esistenziale e di dolore latente, legato alla consapevolezza che tutto conduce alla morte e che anche gli uomini più gloriosi sono destinati all’oblio. Questo senso di impotenza emerge con efficacia in Davide e Golia, attraverso una serie di metafore incisive: «Io sono un filo d’erba che sfiora una mietitrebbia / contro i fucili d’Europa sono un indiano d’America / un vitellino che in un mattatoio si ribella / sono una preghiera che vuole fermare una guerra / io sono una zattera che sfida la tempesta / un sasso che rotola risalendo una pendenza».
Come scriveva Baudelaire: «La vita è una lunga malattia che termina con la morte». Da qui nasce la domanda che attraversa l’intero disco: quale senso ha vivere un’esistenza contingente? La risposta sembra essere quella di una vita vissuta all’insegna del denaro e dei vizi. È questo, in filigrana, il messaggio racchiuso nel titolo Anche gli Eroi Muoiono.
Fastlife 5: Audio Luxury di Guè – recensione di Giuseppe Ciliberti

Al quinto capitolo della saga di rap cinema, l’audio si fa lussuoso con produzioni originali (come già nel quarto), ma la natura gangsta del progetto non cambia. Prodotto interamente da Cookin Soul, che prende il posto di Dj Harsh, il disco mantiene l’attitudine dell’elegante spacconeria dei suoi ultimi lavori, del rapper che ha portato l’underground a dei livelli di raffinatezza unici nella scena italiana. Fuori dalle logiche di mercato, come mostrano i feat ricercati tra vecchia scuola (B‑Real, Freddie Gibbs) e nuove promesse (Promessa, Enny P), Fastlife 5 continua quella rinascita del rap indipendente avviata con il più altalenante joint album KG, dimostrando che la freschezza del genere può essere mantenuta anche dopo 30 anni.
Don’t Be Dumb di ASAP Rocky — recensione di Pietro Taglietti

Otto anni dopo Testing, ecco Don’t Be Dumb, l’ultima fatica di ASAP Rocky. L’album, uscito il 21 gennaio, vede il contributo grafico del regista Tim Burton per la copertina e quello musicale di Danny Elfman, compositore per il cineasta californiano. I primi singoli HELICOPTER e STAY HERE 4 LIFE donano al disco una patina più commerciale: tra i temi affrontati, la nuova famiglia dell’artista con la popstar Rihanna, i recenti processi giudiziari e i soliti riferimenti a sesso e sostanze stupefacenti. La seconda metà, invece, è all’insegna dell’eclettismo e la traccia AIR FORCE (BLACK DEMARCO), che alterna un beat frenetico e lente melodie cloud rap tipiche degli esordi di Rocky, è una delle più riuscite del long play. Tra featuring apprezzabili, come Damon Albarn dei Gorillaz in WHISKEY (RELEASE ME) e l’amico Tyler, The Creator in FISH N STEAK (WHAT IT IS), il rapper di Harlem fa mostra delle sue ottime doti canore ma il disco, in definitiva, risulta non rifinito al meglio. Degno di nota, comunque, è il lavoro stilistico per i bizzarri completi da esibizione, protagonisti dell’imminente tour estivo facente tappa agli I‑DAYS, presso l’Ippodromo di San Siro, il prossimo 10 settembre.


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