Il capolavoro di Sciascia, pubblicato nel 1961, prende vita in uno spettacolo che proietta gli spettatori nella Sicilia degli anni ’50, rendendo un racconto di oltre sessant’anni fa incredibilmente immersivo e attuale.
Sotto la regia di Antonio Syxty e l’adattamento di Filippo Renda, la produzione firmata Manifatture Teatrali Milanesitrasforma il romanzo in una sceneggiatura dal taglio documentaristico. La scena è essenziale: due scrivanie ben allestite e due schermi dominano il palco. Uno schermo restituisce i volti dei personaggi, l’altro proietta le frasi dirette del romanzo, ogni parola è ancorata alla sua fonte originale. A legare il tutto è la voce di Sciascia, campionata e rielaborata, che interviene nel racconto come una coscienza esterna, la figura di un padre che osserva il proprio racconto parlandoci dal presente.
Il dualismo tra nord e sud
Sul palco si muovono solo due attori, Giuseppe Lanino interpreta il capitano dei carabinieri Bellodi, uomo del nord che arriva in Sicilia per indagare su un omicidio. Gaetano Callegaro interpreta tutti gli altri personaggi del racconto, incarnando tutte le sfaccettature dell’uomo del sud: gli accenti, la cultura e quel pericoloso sentimento di omertà che avvolge l’Isola.
L’omicidio conduce il capitano Bellodi a scontrarsi con il sistema del potere mafioso, che viene nascosto, scongiurato ed etichettato come irreale dalla Sicilia del tempo. Sciascia infatti è uno dei primi scrittori che racconta il verme che contagia la sua terra, scavalcando i muri si silenzio del suo popolo.
La filosofia dei quaquaraquà
Il pubblico ride di fronte all’ironia del capitano e alle vivide interpretazioni degli uomini siciliani, ma viene immerso nella tensione delle indagini. Lo spettatore percepisce la paura crescente dei personaggi, intimoriti dalle conseguenze del far sorgere la verità, e lo svilimento del comandante, che si trova di fronte a una cruda realtà: quella in cui la verità non ha nessuna importanza.
Il momento di massima tensione si raggiunge quando Gaetano Callegaro, nei panni di Don Mariano Arena pronuncia il celebre monologo sui quaquaraquà, il pubblico viene immerso nella più grande rappresentazione della filosofia del genere umano secondo la distorta gerarchia mafiosa. Sentenziando che la vita di chi infrange i dogmi di omertà, non ha più senso ed espressione di quella delle anatre, l’attore rappresenta con profondità il cuore del racconto, lasciando lo spettatore con il fiato sospeso.
Oltre il sipario: l’eredità di Sciascia
Portare sciascia a teatro è una sfida politica e civile, vuol dire rendere lo spettatore consapevole dei meccanismi che intralciano la giustizia e di quanto questi sono radicati nella mente delle persone, tanto da essere considerati come delle regole sovrastanti. Nonostante la struttura analitica e multimediale dello spettacolo, la vicinanza fisica tra attori e pubblico garantita dall’intimità del Teatro Litta annulla ogni distacco, trasformando la visione dello spettacolo in un’ammissione collettiva di consapevolezza e colpevolezza rispetto all’omertà che ancora segna il nostro Paese.
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