Il giorno della civetta: la verità in fondo a un pozzo

Dal 27 gennaio all’8 febbraio del 2026 il teatro Litta di Milano ha ospitato il giorno della civetta

Il giorno della civetta: la verità in fondo a un pozzo
Sciascia stringe la mano a Pietro Tulumello (Wikimedia Commons)

Il capolavoro di Sciascia, pubblicato nel 1961, prende vita in uno spettacolo che proietta gli spettatori nella Sicilia degli anni ’50, rendendo un racconto di oltre sessant’anni fa incredibilmente immersivo e attuale.

Sot­to la regia di Anto­nio Syx­ty e l’adattamento di Filip­po Ren­da, la pro­du­zio­ne fir­ma­ta Mani­fat­tu­re Tea­tra­li Mila­ne­sitra­sfor­ma il roman­zo in una sce­neg­gia­tu­ra dal taglio docu­men­ta­ri­sti­co. La sce­na è essen­zia­le: due scri­va­nie ben alle­sti­te e due scher­mi domi­na­no il pal­co. Uno scher­mo resti­tui­sce i vol­ti dei per­so­nag­gi, l’altro pro­iet­ta le fra­si diret­te del roman­zo, ogni paro­la è anco­ra­ta alla sua fon­te ori­gi­na­le. A lega­re il tut­to è la voce di Scia­scia, cam­pio­na­ta e rie­la­bo­ra­ta, che inter­vie­ne nel rac­con­to come una coscien­za ester­na, la figu­ra di un padre che osser­va il pro­prio rac­con­to par­lan­do­ci dal presente.

Il dualismo tra nord e sud

Sul pal­co si muo­vo­no solo due atto­ri, Giu­sep­pe Lani­no inter­pre­ta il capi­ta­no dei cara­bi­nie­ri Bel­lo­di, uomo del nord che arri­va in Sici­lia per inda­ga­re su un omi­ci­dio. Gae­ta­no Cal­le­ga­ro inter­pre­ta tut­ti gli altri per­so­nag­gi del rac­con­to, incar­nan­do tut­te le sfac­cet­ta­tu­re dell’uomo del sud: gli accen­ti, la cul­tu­ra e quel peri­co­lo­so sen­ti­men­to di omer­tà che avvol­ge l’Isola.

L’omicidio con­du­ce il capi­ta­no Bel­lo­di a scon­trar­si con il siste­ma del pote­re mafio­so, che vie­ne nasco­sto, scon­giu­ra­to ed eti­chet­ta­to come irrea­le dal­la Sici­lia del tem­po. Scia­scia infat­ti è uno dei pri­mi scrit­to­ri che rac­con­ta il ver­me che con­ta­gia la sua ter­ra, sca­val­can­do i muri si silen­zio del suo popolo.

La filosofia dei quaquaraquà

Il pub­bli­co ride di fron­te all’ironia del capi­ta­no e alle vivi­de inter­pre­ta­zio­ni degli uomi­ni sici­lia­ni, ma vie­ne immer­so nel­la ten­sio­ne del­le inda­gi­ni. Lo spet­ta­to­re per­ce­pi­sce la pau­ra cre­scen­te dei per­so­nag­gi, inti­mo­ri­ti dal­le con­se­guen­ze del far sor­ge­re la veri­tà, e lo svi­li­men­to del coman­dan­te, che si tro­va di fron­te a una cru­da real­tà: quel­la in cui la veri­tà non ha nes­su­na impor­tan­za.

Il momen­to di mas­si­ma ten­sio­ne si rag­giun­ge quan­do Gae­ta­no Cal­le­ga­ro, nei pan­ni di Don Maria­no Are­na pro­nun­cia il cele­bre mono­lo­go sui qua­qua­ra­quà, il pub­bli­co vie­ne immer­so nel­la più gran­de rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la filo­so­fia del gene­re uma­no secon­do la distor­ta gerar­chia mafio­sa. Sen­ten­zian­do che la vita di chi infran­ge i dog­mi di omer­tà, non ha più sen­so ed espres­sio­ne di quel­la del­le ana­tre, l’attore rap­pre­sen­ta con pro­fon­di­tà il cuo­re del rac­con­to, lascian­do lo spet­ta­to­re con il fia­to sospeso.

Oltre il sipario: l’eredità di Sciascia

Por­ta­re scia­scia a tea­tro è una sfi­da poli­ti­ca e civi­le, vuol dire ren­de­re lo spet­ta­to­re con­sa­pe­vo­le dei mec­ca­ni­smi che intral­cia­no la giu­sti­zia e di quan­to que­sti sono radi­ca­ti nel­la men­te del­le per­so­ne, tan­to da esse­re con­si­de­ra­ti come del­le rego­le sovra­stan­ti. Nono­stan­te la strut­tu­ra ana­li­ti­ca e mul­ti­me­dia­le del­lo spet­ta­co­lo, la vici­nan­za fisi­ca tra atto­ri e pub­bli­co garan­ti­ta dall’intimità del Tea­tro Lit­ta annul­la ogni distac­co, tra­sfor­man­do la visio­ne del­lo spet­ta­co­lo in un’ammis­sio­ne col­let­ti­va di con­sa­pe­vo­lez­za e col­pe­vo­lez­za rispet­to all’o­mer­tà che anco­ra segna il nostro Paese.

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Cecilia Montefreddo

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