Il 1° febbraio 1979 l’ayatollah Khomeini tornò in Iran dopo 15 anni di esilio, segnando il culmine della rivoluzione contro lo Scià. La sua interpretazione rivoluzionaria dello sciismo ha trasformato il Corano in fondamento del nuovo Stato. Oggi, a 47 anni dalla rivoluzione, il dissenso emerge nelle piazze, sfidando il regime che Khomeini aveva costruito.
Il 1° febbraio 1979, sull’aereo che riporta l’ayatollah Khomeini in Iran da Parigi dopo 15 anni di esilio, un giornalista gli chiede cosa prova a tornare in patria: “Hich (Niente)”. La risposta, per quanto glaciale, è simbolica: il suo ritorno non è qualcosa per cui si possono provare emozioni umane, è semplicemente il compimento di un disegno divino. Questo evento segna il culmine della rivoluzione iraniana che portò alla caduta del regime oppressivo e corrotto dello Scià Mohammad Reza Pahlavi e alla fondazione della Repubblica Islamica. Alla sua morte, nel 1989, gli succede Ali Khāmeneī, attualmente ancora in carica. 47 anni dopo dalla nascita della repubblica islamica, la sua solidità è oggi più che mai messa in discussione.
Dal dissenso al potere
Negli anni Sessanta l’ayatollah Ruhollah Khomeini godeva di un seguito non indifferente tra il popolo iraniano, tanto da guadagnare l’attributo di Marja‑e Taqlid (persona da imitare). Egli diventa in poco tempo il simbolo dell’opposizione al regime filoamericano dello scià, che stava, a suo dire, «occidentalizzando» la società iraniana. Durante il suo regno, infatti, Mohammad Reza Pahlavi portò avanti alcune riforme per adeguare il paese alla modernità, tra cui spiccavano sicuramente quelle per promuovere l’istruzione femminile. Si trattò di un ampio progetto riformista che mirava anche a laicizzare una società che, di fatto, si basava sul clero sciita (che infatti rifiutò fermamente tutte le nuove leggi). Per questi motivi alcuni studiosi sostengono che la rivoluzione khomeinista sia stata una «rivoluzione contro la modernità».
Nel 1963 l’attacco si fece diretto: Khomeini accusò Mohammad Reza Pahlavi di essere «uno schiavo degli Stati Uniti» e «in ottimi rapporti con Israele». Per questo discorso venne arrestato dalla Savak, la polizia segreta dello scià. Venne deportato in Turchia, dopodiché si recò in Iraq, dove avrebbe, in seguito, perfezionato il suo discorso religioso-politico. Dopo alcuni contrasti con il governo iracheno nel 1978 lascerà il paese per recarsi a Parigi.
Nonostante Khomeini fosse rientrato in Iran nel 1979, la rivoluzione ebbe i suoi prodromi già tra 1977 e 1978, anche in relazione ai crescenti fallimenti delle riforme (soprattutto quella agraria). Intanto, l’opposizione allo scià aumentava intensamente, e così la repressione violenta ad opera della Savak. Il 7 gennaio 1978 il popolo insorse, causando un ciclo di proteste che, il 16 gennaio 1979, costrinse lo scià alla fuga. Così, Khomeini poté finalmente ritornare nel suo paese. L’ayatollah atterrò all’aeroporto di Teheran il 1° febbraio 1979, dove lo attendeva un’enorme folla, pronta ad acclamarlo come leader.
Un nuovo sciismo
Il successo della rivoluzione in Iran si realizzò anche perché nel paese il clero era l’unica forza organizzata in grado prima di resistere e poi di sostituire la macchina repressiva dei Pahlavi. Tuttavia, ciò contraddiceva la natura tradizionalmente «quietista» del clero sciita, che generalmente non si interessava della politica. La particolare interpretazione dello sciismo di Khomeini – militante e rivoluzionario – causerà un maggiore coinvolgimento del clero nella vita pubblica del paese. Ciò porterà alla nascita di un’alleanza tra religione e politica:
“Se uno guarda i differenti insegnamenti dell’Islam […] concluderà che non tratta solo di argomenti rituali e morali…ma si propone di stabilire un governo giusto”
Khomeini era convinto che il Corano contenesse più argomenti politici e sociali che argomenti etici e rituali, su cui sarebbe stato possibile, e necessario, costruire un nuovo stato. Da ciò derivò una nuova costituzione, espressione diretta della legge islamica, o meglio, della particolare interpretazione di Khomeini della stessa.
La Repubblica Islamica si fonda, ora come allora, sul principio sciita del Velayath‑e faqi (il governo del giurisperito). Secondo questa teoria, dopo il Profeta Maometto a guidare i musulmani dovevano succedersi 12 Imam. Così fu alla sua morte: i primi 11, tutti discendenti diretti da Alì (cugino del Profeta) e sua moglie Fatima, guidarono la comunità islamica, ma furono uccisi uno dopo l’altro, spesso dai califfi rivali sunniti.
L’ultimo, Muhammad al-Mahdi a soli cinque anni (dal 941 d.C.) sparì «miracolosamente» per salvarsi dai nemici ed è da allora nascosto dal mondo visibile, ma guiderà spiritualmente i fedeli fino al suo ritorno futuro. Nell’attesa, secondo Khomeini, il potere dovrà passare ai rabbini dell’Islam (faqih, i giuristi religiosi più esperti), che eserciteranno la wilayat (tutela) del dodicesimo Imam su affari religiosi e politici, come delegati divini.
Teocrazia islamica
Nei mesi successivi alla promulgazione della nuova costituzione Khomeini tenne numerosissimi discorsi pubblici dedicati essenzialmente alla spiegazione e alla legittimazione di questo principio. Nacque così un governo teocratico con al centro lo stesso Khomeini come guida suprema. Molti, all’inizio, credevano ancora nel mantenimento delle garanzie democratiche. Tuttavia, in breve tempo la repubblica islamica si radicalizzò: le istituzioni democratiche lasciarono il posto ad imposizioni di ispirazione islamista.
Nel giro di pochi mesi vennero represse le minoranze religiose ed etniche, attaccate le sedi delle organizzazioni di sinistra e il clero «moderato». Tutti gli oppositori vennero eliminati, politicamente e fisicamente. Nel contempo, si limitò la libertà di espressione e la società venne islamizzata. Khomeini sovvertì totalmente l’ordine voluto dallo scià, poiché sosteneva che tale politica avrebbe allontanato la popolazione dai princìpi del Corano.
Ad esempio, già il 27 febbraio 1979 vennero abrogate le precedenti riforme del codice di famiglia. Alle donne venne imposta l’obbligatorietà del velo, legalmente il loro voto sarebbe valso la metà, non avrebbero avuto passaporto né il diritto di viaggiare senza il consenso di un tutore maschile, e gli uomini avrebbero avuto il diritto di punirle. La lapidazione per presunto adulterio (della donna) è legge di Dio.
Per quanto riguarda la politica estera, dopo decenni nei quali l’Iran rappresentava il pilastro delle politiche statunitensi, il 1979 e la Rivoluzione segnarono uno spartiacque della storia del Medio Oriente e del sistema internazionale, cambiando completamente la fisionomia della regione. Gli Stati Uniti, ma anche Israele, sono oggi i nemici numero 1 della nazione iraniana.
Dal giugno del 1989 l’ayatollah Alì Khamenei porta avanti il progetto del suo predecessore. Sembra però che qualcosa stia cambiando. Già dal 2022 le proteste sono aumentate, soprattutto dopo la morte della ventiduenne Mahsa Amini, picchiata e uccisa dalla polizia morale proprio a causa di un velo indossato scorrettamente. Ad oggi, migliaia di giovani – e non solo – scendono in piazza, uniti da un grido che squarcia il silenzio e riempie l’aria di rabbia e speranza: “Abbasso il dittatore!”.
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