A partire dal suo ultimo film La grazia, riflettiamo sugli aspetti che rendono appassionante il cinema di Paolo Sorrentino.
Un anziano che cade a rallentatore sotto la pioggia. Un papa coi rasta che va in giro in scooter. Un presidente ultracattolico che firma una legge sull’eutanasia. A prima vista sembrano le solite eccentricità e lirismi a cui Paolo Sorrentino ha abituato il pubblico. E non stupisce vedere, ancora una volta, l’ossessiva riproposizione di alcuni stilemi della sua filmografia: perché Sorrentino, come tutti i grandi autori di cinema, porta avanti coscienziosamente un disegno autoriale, che ne La grazia giunge a una piena maturazione.
Dopo il ritorno alle origini partenopee con Parthenope, che aveva mostrato i limiti della sua scrittura e regia, il regista de Il divo calibra le sue ambizioni artistiche con un film che presenta i tratti tipici del suo cinema quando è in stato di grazia.
Una ferita del passato ancora aperta
Mariano De Santis, Presidente della Repubblica, negli ultimi mesi del suo mandato si ritrova a fare i conti con due questioni spinose: approvare la legge sull’eutanasia e concedere la grazia a una donna che ha ucciso il marito violento e a un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer.
A perseguitare Mariano è il fantasma politico di una carriera passata a rimandare decisioni importanti: come Andreotti è Il divo e Berlusconi è Lui, De Santis è soprannominato Cemento armato per via della sua inflessibilità e il suo immobilismo. La battuta pronta diventa maschera per un altro personaggio che non vuole mostrare al mondo la sua intimità, finché non esplode in un monologo-confessione (Il divo o Le conseguenze dell’amore).
Come tutti i protagonisti di Sorrentino, anche lui è segnato da una ferita del passato ancora aperta: da quarant’anni, infatti, cerca ancora l’amante con cui la sua defunta moglie l’ha tradito. In realtà, si tratta di eterni esiliati dalla vita per via della loro sensibilità fuori dagli schemi, che si rifugiano nella cultura (Parthenope, La grande bellezza) o in un’ossessione che dia un senso alla loro esistenza (L’uomo in più).
La tensione tra piano personale e pubblico viene a sciogliersi o con il risolvimento del primo o, nei casi più tragici, con la morte. Addirittura ne La grazia, De Santis, risolta la sua immagine pubblica e il suo dramma privato, si ritrova a cena con l’amante di sua moglie, in una scena finale che stempera il tono perlopiù riflessivo del film.
La forza delle immagini
Di fronte a un cavallo in agonia, il presidente decide di non farlo abbattere, ma di lasciare che muoia naturalmente. Si tratta di una scena significativa in un film sull’eutanasia: non vuole che il cavallo venga abbattuto perché il cavallo non gliel’ha chiesto. Ma è anche una scena che va letta simbolicamente come il rifiuto di De Santis a voler lasciar andare il passato: sarà proprio di fronte a quel cavallo che confiderà alla figlia del cruccio che lo affligge da quarant’anni.
Sorrentino traduce la componente onirica felliniana in scene emblematiche, dando la parola alla forza delle immagini. A volte questa scelta risulta dettata dalla ricerca di un simbolismo esasperato che nulla aggiunge al film: è il caso della scena iniziale di Loro, in cui una pecora muore assiderata dal condizionatore guardando la TV nel salotto della villa sarda di Berlusconi. Ma altre volte queste scene simboliche funzionano perché lasciano spazio a molteplici interpretazioni: come nella già citata scena de La grazia, nella quale De Santis vede il presidente del Portogallo, anziano, cadere a rallentatore sotto la pioggia.
L’Italia e la Chiesa secondo Sorrentino
La politica è vista essenzialmente come un gioco di intrighi, favori e alleanze, tanto nell’Italia democristiana de Il divo e in quella berlusconiana di Loro, quanto in quella progressista de La grazia, dove abbiamo un Ministro della Giustizia, amico di De Santis dai tempi del liceo, che chiede al protagonista di dare la grazia alla nipote della sua compagna e di sostenerlo nelle future elezioni di presidente.
E siccome la Chiesa è letta come un gioco politico, allora si popola anch’essa di figure oscure. Il papa nero che gira in moto per i giardini vaticani è di rottura, ma rimane comunque conservatore quando intima al presidente di non firmare la legge sull’eutanasia. Così come il papa giovane ma ultratradizionalista di The Young Pope, si tratta di personaggi che incarnano tutte le contraddizioni del loro ruolo di potere. Allo stesso modo De Santis, pur strenuo ammiratore della DC e cattolico, rivela di aver firmato la legge durante un’intervista telefonica con la direttrice di Vogue.
In definitiva, possiamo dire che a rendere valido un film come La grazia non è un qualche carattere di grande novità, ma la volontà di portare avanti in modo coerente la costruzione di quel microcosmo di storie e personaggi che ci hanno fatto amare il cinema di Paolo Sorrentino.

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